Non gli mancano le parole a Leoluca Orlando e nemmeno il talento. E’ un ottimo comunicatore e un grande sceneggiatore di se stesso. Alla domanda delle domande di Gery Palazzotto, infatti, ha risposto in maniera suggestiva, fascinosa, inquieta; una di quelle che ti aspetti da un personaggio da film. E cioè, come mai egli non si curi di allevare i suoi delfini? Come mai, in sostanza, di quella Primavera che riscaldò Palermo 20 e più anni fa non è rimasto quasi nulla perché non c’è stato nessuno che ha raccolto il testimone di Orlando?
“Io sono un leader e non un capo – ha spiegato -. I capi hanno delfini, i leader no. Il leader dà speranza di futuro, il capo dà certezze di presente. Il leader non conosce i suoi seguaci, il capo invece sì”. Sintetizziamo, naturalmente. Dal vivo è tutta un’altra cosa. Palazzotto insiste e dice che forse quella “semina” andava protetta. Risposta. “Io ho seminato per tutti i cittadini palermitani”.
Parole suadenti, ma che rischiano, come tutte le suggestioni, di allontanare dal ragionamento. Infatti, ci sembra di scorgere nell’architettura complessiva dell’Orlando-pensiero un ché di stonato, qualcosa fuori posto, un elemento che turba il panorama, una impostazione a doppio binario.
Innanzitutto la distinzione fra leader e capo rischia di ingenerare il sospetto dell’egoismo. Il confine è labile, controverso, sfuggente. Come lo spieghi a tanti che in città hanno creduto in te (perché hai fatto buone cose, naturalmente) che a un certo punto sbaracchi e te ne vai perché sei un leader e non un capo? Orlando cita esempi nobili che ha preso ad esempio nella sua vita: Mandela, Gandhi, Gesù Cristo. Sono stati senz’altro leader, ma non si sono mai allontanati dal luogo, doloroso, dove le loro battaglie avevano un senso. Mandela, sia pur vecchio e malandato, è ancora là a “proteggere la semina”, la sua semina; Gandhi ha fatto lo stesso; e Gesù Cristo ha lasciato i discepoli. Spiace dirlo, ma Orlando dopo il secondo mandato da sindaco è sparito dalla città. Orlando, candidato sconfitto a presidente della Regione ci sarebbe piaciuto vederlo a capo dell’opposizione, ma è sparito.
Anche ora, nell’intervista che stiamo commentando, il suo atteggiamento appare diviso fra la volontà di continuare a seguire un copione, e le necessità della politica che dunque lo trasformano in capo. Come giudicare altrimenti il “politichese stretto” con cui risponde alla secca domanda se correrà ancora per Palazzo delle Aquile? “Voglio tornare a occuparmi di Palermo (buona notizia, ndr) e contribuire in maniera determinante all’elezione del sindaco. Se le dicessi che non mi voglio candidare commetterei un errore, se le dicessi che mi voglio candidare commetterei lo stesso un errore”. La stessa ambivalenza si può scorgere quando liquida la candidatura di Davide Faraone, che ha “strappato” col Pd e non presentava nemmeno le insegne del partito alla presentazione in piazza politeama: “Non mi interessa. Fino a quando il suo partito sta con l’Mpa e appoggia Lombardo”. E’ chiaro che quello di Orlando è un tipico ragionamento da capo di partito: sta classificando le alleanze non giudicando le idee; sta fornendo “certezze di presente” non “speranza di futuro”. Forse ha dimenticato che quando era giovane egli è stato sindaco democristiano di questa città e solo dopo egli avrebbe definitivamente abbandonato il partito? Comunque, forza Orlando. Ma le chiediamo di neutralizzare la sua debolezza: sia un po’ meno leader e un po’ più capo. Oppure, se proprio non può fare a meno di fare il leader, impari a fare il capo. Ma sospettiamo che lo sappia già fare.
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Analisi perfetta!!
Orlando è stato un grande, ma appare troppo pieno di sè.
Analisi perfetta, e assai indulgente e generosa:
l’autore bravissimo ha lasciato aperti i nodi e
le contraddizioni del Personaggio:irrisolti.
Complimenti all’ottimo Petruzzella, che con un trattegio lucidissimo del più discusso politico nostrano, ha interpretato perfettamente, a mio giudizio, il sentire comune di gran parte dei palermitani.
ora abbiamo una certezza in più: i leaders non sanno guardare oltre se stessi e l’idea che solo loro siano capaci di dare speranza.
Che tristezza…
condivido totalmente il commento.Commentando una nota su fb, ho scritto, che non si puo’dimettersi,prima delle fine del secondo mandato, quindi non piu’ eleggibile, per candidarsi alla presidenza della regione. Orlando e’ stato un grande sindaco e puo’ dare ancora molto a Palermo, non necessariamente da sindaco,mettendo la sua esperienza al servizio di chi puo’ rappresentare il rinnovamento anche a palermo. Non possiamo vivere sempre di musotto orlando vizzini,. Palermo ha bisogno di un ricambio generazionale.
Di leader ne abbiamo le tasche piene. Dateci uno che non sia leader ma che sia bravo e onesto, uno che faccia fatti, di parole ne abbiamo avute abbastanza!!
I candidati a sindaco si calmino:rientrino nei loro
recinti.
Niente elezioni politiche anticipate, e quindi niente dimissioni del Sindaco Cammarata.
Il Governo Berlusconi regge e va avanti per l’adempimento dei programmi.
Le elezioni a sindaco di Palermo nel giugno del 2.012.
Allegria!!