La storia e le storie

Il medico pietrificatore che
dava l’immortalità ai corpi

Alessia Franco
Oreste Maggio, classe 1875, ed era un grande imbalsamatore. Fino a quando una crisi mistica non cambiò la sua vita.
Il medico pietrificatore che dava l’immortalità ai corpi

Da qualche anno, il mio lavoro di giornalista e addetto stampa mi ha portato ad occuparmi di un aspetto della mia città che, lo confesso, fino a qualche tempo fa avevo più o meno consapevolmente ignorato. Come del resto, credo, molti miei concittadini.
Se mi avessero detto, ad esempio, che sarei diventata l’addetto stampa delle Catacombe dei Cappuccini della mia città non ci avrei creduto. Fino a tre anni fa non ero mai entrata in quel mondo sotterraneo, a contatto con quel pezzo di vita (sì, di vita) lungo quasi cinque secoli. I miei amici antropologi mi hanno poi spiegato che quella che poteva sembrare una reazione spontanea difronte alle mummie, e quindi alla morte, affondava le proprie radici nella volontà collettiva di rimozione della fine della vita in seguito ai due conflitti mondiali e alla morte in massa che ne derivò.
Superata questa impasse mi si è aperto un mondo, nel vero senso della parola. Un esempio: dici Belle Epoque a Palermo e ti viene in mente lo sfarzo dei Florio, Donna Franca e le sue perle ritratta da Boldini, i mille bagliori di una città liberty.  Recentemente, però, insieme a questi aspetti ormai noti, un  antropologo ha portato alla luce alcune figure di questo periodo estremamente interessanti, complesse, che la memoria collettiva aveva seppellito frettolosamente e in breve tempo. Una di queste è Oreste Maggio, medico palermitano, classe 1875.  Un uomo taciturno, dicono gli eredi, che però aveva ben sostituito le parole con il fare: fu chirurgo, oftalmologo, ostetrico, tisiologo, psichiatra e pediatra, ma anche farmacista, chimico, medico condotto. Uno studioso brillante e plurilaureato, che si occupò con passione dei vivi ma anche dei morti: e forse quest’ultimo aspetto basta a spiegare il perché dell’oblio in cui cadde.
Oreste Maggio, signori, era medico ma anche imbalsamatore. E soprattutto pietrificatore: maestro, cioè, nell’arte di dare ai corpi dei defunti una consistenza lapidea, consegnandoli all’eternità attraverso il trattamento con sali minerali. Una pratica che gli valse premi e riconoscimenti, ma soprattutto un’altissima considerazione in campo scientifico e anche da parte dell’opinione pubblica. Tra l’altro, Maggio era nipote di un altro celebre imbalsamatore, quell’Alfredo Salafia che accompagnò verso l’immortalità personaggi come Francesco Crispi o Giuseppe Pitrè. Anche lui tutt’altro che sconosciuto, ai suoi tempi; anche lui, come Oreste Maggio, recluso fino ad oggi nel dimenticatoio da una frettolosa rimozione collettiva. L’esistenza di questi imbalsamatori e la considerazione in cui furono tenuti nel periodo in cui vissero e operarono porta a pensare che, di fatto, da noi il legame tra morte e vita non si è mai interrotto. Nemmeno dopo una nebbia da cui ora, come personaggi pirandelliani, questi palermitani illustri emergono, raccontando finalmente la loro storia.
Una storia da romanzo, che vale la pena ripercorrere fino al suo epilogo. Della formula di pietrificazione di Oreste Maggio non resta traccia. Dalle memorie familiari emerge che, un giorno, lo studioso s’imbatté nel celebre passo della Genesi ‘Polvere sei e polvere ritornerai’, a cui seguì una vera e propria crisi mistica. Al medico palermitano, da credente, parve che la sua curiosa arte entrasse in contraddizione con la fede. E distrusse la formula.
Questo però non gli impedì di avere ancora successo con i vivi: fu proprio lui a debellare la malaria a Ficarazzi, con quel mix di sapere e caparbietà che è proprio dei palermitani migliori.

(02 ottobre 2011)






Massaro

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