La mafia siamo noi. Nessuno si senta escluso. Noi tutti che la alimentiamo con piccole azioni quotidiane. Forse (?) è per questo che Cosa nostra sopravvive alle indagini. La differenza, e non è poco, sta nella consapevolezza dei nostri comportamenti. La mafia è nelle forbici dello sciccoso parrucchiere che, mentre taglia i nostri capelli, presta il retrobottega ai picciotti per i summit. La mafia è nei vestiti che indossiamo, esposti nella scintillante vetrina di un commerciante del centro città che ha cresimato la sorella di Gianni Nicchi. Gli ha pure fatto avere le foto della figlia appena nata. Sapete, il giovane boss aveva un problemino: era latitante. La mafia è nei colorati cocktail che beviamo, serviti dal titolare del pub che nel tempo libero trascorreva le vacanze a Lipari con la famiglia dell’astro nascente di Cosa nostra. La mafia è nei pregiati tappeti che calpestiamo sotto i nostri piedi, acquistati dal negoziante che non disdegnava un tuffo al mare, a Solunto, con gli amici degli amici.
Potrei proseguire nella descrizione di una certa borghesia mafiosa, come viene spesso definita, nella quale mi sono imbattuto firmando alcune inchieste sul mensile S. Mi fermo per non spostare l’attenzione dal cuore del tema: la consapevolezza. La mafia, da tempo, ha smesso di puzzare. Alcuni, per la verità, il cattivo odore non lo hanno mai sentito. Amano sguazzarci. Figuriamoci ora che la feccia profuma. E per di più di una fragranza a noi familiare. Come diavolo facciamo a riconoscere i mafiosi? Si dice, a ragione: chi non denuncia il pizzo non ha più alibi. E’ vero. Uno che si presenta con tono minaccioso nel tuo negozio è un pugno nello stomaco alla tua dignità e alla tua serenità. Non può dire di non averlo visto. Al netto della paura, non puoi fare finta di niente.
Esiste, però, una mafia diversa. Che mafiosa lo è per gli atteggiamenti, per le connivenze, per le amicizie che coltiva e non certo per un santino che brucia. Ecco, è qui che la situazione si complica. Si complica perché i mafiosi è difficile riconoscerli o magari, accettatela come una provocazione, perché è più facile confondersi tra di loro. Possiamo scimmiottarne i comportamenti, tra un drink e l’altro, tanto un giorno potremo sempre dire “e io che ne sapevo?”




Poco da dire e molto su cui riflettere.
Davvero un bel pezzo. Grazie.
Complimenti. Un pezzo ottimo, che fa pensare, e ci fa capire come questa melma si sia oramai integrata a fondo nella nostra societa’.
Forse il miglior modo per combattere questo problema e’ che tutti, come te, scrivano di queste cose.
Tu continua a farlo please.
Sottoscrivo ogni parola di questo articolo. La società palermitana, in quanto eccessivamente familistica, cattolica e autoassolvitrice, è fisiologicamente mafiosa per natura. La mafia non è un corpo estraneo alla società palermitana. Noi tutti siamo mafiosi, per come ci rapportiamo con i nostri figli, con gli amici, al lavoro, nei confronti delle istituzioni e organizzazioni pubbliche. Abbiamo un modo unico per farlo ed è un modo mafioso. Alzi la mano chi, nel momento del bisogno anche minimo, non abbia pensato “chi conosco io in quel posto che mi possa agevolare?”
Se continuiamo a considerare la mafia come qualcos’altro rispetto a noi, non andremo mai da nessuna parte e secondo me in fondo ci sta bene cosi. “A noi la mafia ci piace” diceva l’amico di Peppino Impastato ” perché ci dà sicurezza, perché ci identifica”. Siamo disposti a vedere quanta mafia c’è nei nostri comportamenti? siamo disposti a rinunciare alle comodità, ai privilegi, alla sicurezza che la mafia (il nostro quotidiano comportamento mafioso) ci assicura? (temo di no).
Condivido in pieno. Leggerti è sempre un piacere.
Carissimo Lo Verso, capita di rado di leggere articoli così lucidi, intelligenti e stimolanti come il suo di oggi. Lucidi nell’esposizione dei fatti, intelligenti nella loro interpretazione, stimolanti per le domande e gli interrogativi che suscitano. Anche questa é Mafia Bianca: quella più pericolosa, quella più più vicina al nostro vivere quotidiano, quella più trasversale, politicamente e culturalmente. E’ bello quiando qualcuno trova le parole giuste per esprimere un concetto che é dentro di noi e non riesce a venir fuori. Questo é il più grande merito del Giornalismo con la G maiuscola! Buon lavoro.
i macellai di questo secolo non hanno neppure la grandezza dei demoni del passato, semplicemente ci somigliano e si somigliano tutti.
Parole sante, amico mio. Parole sante. C’è di che quartiarsi. Abbondantemente.
Cia’
Sono l’unico fuori dal coro? Spero a breve no…
Non condivido nel modo più assoluto l’idea dell’articolo.
Perciò se io senza saperlo compro vestiti o bevo drink da chi è mafioso o amico di mafiosi, o sono ad una festa e scambio parole con uno che è mafioso (ma non lo so) allora debbo ritenermi mafioso pure io? Ma proprio per niente…
Ma può essere che non ho capito l’articolo…
Se posso permettermi, secondo me, caro roberto, non hai capito l’articolo dove è scritto, a chiare lettere, ce la differenza sta “nella consapevolezza dei nostri comportamenti”.
Bellessimo articolo.
Ma una domanda.
Che fare?….
Stupite voi stessi!
Se volete che i vostri sogni divengano realtà non basta che vi svegliate; per un cambiamento radicale è necessario mutare profondamente la relazione con noi stessi e con tutto il nostro passato!
@lufio
come che fare???
BOICOTTIAMO TUTTO CIO’ CHE FA’ PUZZA DI MAFIA!!!
X PIERO P: ok Piero. Ma allora, scusa e scusate, questo articolo mi sembra un po come la scoperta dell’acqua calda. QUesto della consapevolezza è un tema antico. Mica solo ora dobbiamo porci il problema della consapevolezza. Anche 30 anni fa ci si mischiava tra i mafiosi. E anche 30 anni c’erano amicizie e connivenze. Anche 30 anni fa scimmiottavamo i comportamenti della mafia. Cioè, dove sta la novità?
La mafia ha sempre avuto capacità mimetiche via via salendo verso livelli più alti.
Non voglio essere polemico, e non è polemica la mia, ma l’autore dell’articolo sembra che in tanti anni abbia dormito e ora si sia svegliato e ci avverta: attenzione, che la situazione è questa! Ma lo sapevamo già……
Caro Piero, sono già contento che il mio articolo abbia suscitato il tuo interesse e quello di altri. E non risparmiare la polemica ogni qualvolta la riterrai necessaria leggendo qualcosa a mia firma. Quella costruttiva e’ sempre bene accetta. E’ la tua lo e’. Io di mestiere faccio il cronista e un cronista prova a raccontare quel che gli accade intorno. Indipendentemente dal fatto che sia o meno una novità. Ecco, il tuo ripetere quella cifra, 30 anni, dimostra che forse su certi argomenti non si e’ scritto abbastanza. Spero che il tuo “lo sapevamo già” non sia dettato dalla rassegnazione. E’ quasi l’una di notte. Vado a dormire. Sorpreso che sia stato sveglio fino ad ora? Beh, capita anche a noi instancabili dormiglioni di fare le ore piccole. Risposta con una punta di polemica la mia? Certamente. E toglici pure la punta. Viva la sincerità. Grazie mille a te e a tutti colori che mi hanno dedicato del tempo. Indipendentemente dagli apprezzamenti. Ci si rilegge.
Ho letto con molto interesse questo articolo e, per ragioni personali, pur trovando spunti interessanti non comprendo il ruolo che dovrebbero avere i cittadini per non sentirsi accusati di essere “la mafia siamo noi” come rielaborazione del: i siciliani sono il “brodo di cultura della mafia”.
E’ come se si volesse imporre non l’idea ma un codice di comportamento che ci dovesse incaricare tutti di condannare o assolvere nelle nostre relazioni personali un chicchessìa (persona o azienda) secondo le nostre comuni convinzioni che dovrebbero riflettere chissà quale codice di “società civile”.
Ma se così fosse, Le/Vi chiedo: sapete abbastanza di chi fa pubblicità nel vostro giornale?
PS
Ma smettiamola di fare i mestieranti della morale e cerchiamo di riprenderci la libertà di cittadini di un Paese democratico. Libertà che la nostra Patria matrigna ci sta togliendo con propagande mediatiche spacciate per informazione che ingurgitiamo come razione giornaliera di olio di ricino per condannarci mentre loro si autoassolvono.
Lo Verso, lei dormiva tanto – quando ha scritto il post, non quando ha scritto il suo articolo – che ha confuso Piero p, che l’aveva apprezzata, con Roberto che l’aveva criticata. Dorma un po’ di più.
E comunque complimenti per l’articolo, che evidentemente lei avrà scritto mentre era sveglio.
X RICCARDO LO VERSO: Signor riccardo, mi spiace, io non volevo offendere se si è sentito offeso. Non è che io affermo che Lei dorme, ma reputo superfluo questo articolo in quanto di articoli come questo ne ho letti a migliaia. Batte su un tema trito e ritrito. E poi getta su noi responsabilità che io, sinceramente, non mi sento di avere. E’ un po , per esempio, come il concetto di omertà: se io “so”, non parlo. Allora, i moralisti mi additano come mafioso inconsapevole, perchè non ho parlato..non ho denunciato. No! Non lo accetto. Se sono omertoso non è perchè sono mafioso, ma perchè ho paura, paura che se la prendano contro i miei familiari, con la mia azienda, con i miei figli, ecc…
X AMOCOPAOLO: sono totalmente d’accordo con Lei. Mi ha levato le parole di bocca. Io sono siciliano ed orgoglioso di esserlo. C’è la mafia? Embè? La mafia è un cancro da combattere, ma non c’è in Sicilia perchè siamo mafiosi nel dna. C’è perchè una terra come la Sicilia, con la storia che ha avuto, con la posizione geografica che ha, non poteva non avere la mafia. Ma a parte la mafia abbiamo tante altre ricchezze.
Che poi io la chiamerei cosa nostra, la mafia è un’ altra cosa. La mafia è giustamente quella di cui parla Lei, tramite le propagande mediatiche spacciate per informazione ecc…ecc…. E credo che sia sempre la stessa mafia…E la mafia è quella che non ha mai voluto combattere seriamente cosa nostra, perchè le faceva in fondo comodo che strangolasse i siciliani ed il sud italia.
sig. Roberto Lei ha tutto il diritto di aver paura ma il punto è proprio questo:la maggior parte degli individui desidera una vita migliore ma non è mai disposta a pagarne il prezzo.
Una vita migliore che prezzo ha? Un figlio? Una moglie? Un fratello? La mia stessa vita? Ah, ok, niente, sà che mi pareva…
Sono originaria di un paesino tra i monti agrigenti, Casteltermini. Lì, tra corsi e ricorsi, ho vissuto per diversi anni.
Lì la mafia c’è. Si è declinata a nomi che hanno fatto parlare le prime pagine di tutti i giornali. C’era, c’è un clan che proteggeva la latitanza, a Casteltermini, di un capomafia storico, Salvatore Fragapane, oggi all’ergastolo.
C’erano tizi che ne sapevano più di qualcosa del sequestro dei piccolo Giuseppe Di Matteo.
C’era gente che ordiva agguati di vecchio stile.
Gente che oggi, fa entra ed esci dal carcere. Sconta la pena, con la panza stretta, poi esce a testa alta,e magari, dopo una manciata di anni, torna dentro perchè il pentito di turno ha rinverdito le accuse.
A Casteltermini – circa ottomila anime – ci conosciamo tutti e li conosciamo tutti.
Dietro le loro spalle è un gran sussurrare, ma nel faccia a faccia la cosa cambia.
Mi è capitato, per esempio, di incontrare il vecchio del clan al supermercato.
Non passa volta che il tizio, spalle larga e sguardo orgoglioso – manco avesse appena vinto il Nobel per la pace – non sia meticolosamente accompagnato dall’impiegato di turno, che gli indica ogni scaffale, che gli toglie le buste di mano, che gli porta le cassette dell’acqua fino in macchina.
Lui, di contro, manco dice grazie.
Alla cassa, giuro, ha quasi la pretesa di non fare la fila.
In molti, “calano le corna”, e lo fanno passare avanti, con tanto di saluto e “assà bbenedica zzu Raffè”.
Mi è capitato di scrivere in diverse occasioni su questa gente.
Ne ho scritto su S, ma ne ho scritto anche su un blog locale, che gestisco da tempo.
Mai un commento, mai un complimento alle forza dell’ordine, quando li stanano, mai un cenno di approvazione. Neppure quando, nel maggio scorso, una retata ha ripulito il tutto e io mi sono prodigata a farne la cronaca quasi in tempo reale.
Il blog, in quella circostanza, salvo qualche “temerario”, non ha innescato alcuna lista di conversazione.
Strano, se, sempre nello stesso sito web, si sciorinano fiumi di teorie anche quando si parla della sagra dei formaggi di montagna.
Il post di Riccardo mi ha fatto riflettere su questa realtà.
Anche questa è mafia ed è la più pericolosa.
E’ quella criminalità silenziosa, che non consente di liberarci dalla criminalità che fa scruscio.
Bravo Riccardo
brava Maristella, GRAZIE.
Scusami Maristella ma non ho resistito.
Ho fatto una breve ricerca e credo di averti individuato.
Il tuo pensiero e troppo “vero” per non essere postato quì e adesso:
L’albero di Falcone? No grazie
Maristella Panepinto
di Maristella Panepinto
Scritto il 29 Aprile 2010
Categoria: Attualità, Legalità
L’albero di Falcone non mi è mai stato particolarmente simpatico. Lo ammetto senza scomodare la retorica. Da quando, infatti, ho preso coscienza di vivere in una terra dove un lato della medaglia è luce, l’altro è tenebra fitta, mi sono convinta che – da qualsiasi parte scegli di stare – quello che conta sono le praticità.
I mafiosi hanno ammazzato e ammazzano senza troppi resoconti . Chi sceglie di lottare la mafia è tenuto, quotidianamente, a dei gesti concreti, ciascuno in relazione alle proprie possibiità. Un albero, che diventa il sepolcro di disegnini ingialliti o l’album gigantesco di foto cimiteriali, non credo aggiunga né sottragga cifre alla necessità della “lotta” vera. Per anni ho avuto in affitto una camera “universitaria, che si affacciava di fronte all’albero di Falcone. Più di una volta mi sono fermata a osservarne i “pezzi”. Sempre le solite cose, rinverdite, a fine maggio, da parate di benpensanti e da “compitini” – con obbligo di svolgimento – assegnati ai bimbi delle scuole di Palermo. Quel simbolo non mi ha mai provocato emozioni, né picchi di entusiasmo verso la legalità.
Mi è sempre parso un orpello come tanti, poggiato e dimenticato, reliquia necessaria per detergere colpe, probabilmente ancora non del tutto espiate.
Giorni fa il botto. Un boato monumentale intorno alla notizia della profanazione dell’albero.
Ho pensato subito che si stesse facendo un grande rumore, per caricare di senso un impenetrabile nulla.
Non ho avuto dubbi sul gesto di un bontempone. Induebbiamente, alla stampa fa comodo imbattersi nel fantasma portatile della mafia, pronta a usare gli stratagemmi degli anni cruenti.
Da lì fiumi di messaggi, ondate di pellegrinaggi verso l’albero, dichiarazioni, con tanto di morale e contro morale. Il tutto, sapientemente, foto-raccontato da immagini e didascalie, farcite di grossi nomi e di grandi firme.
Che Palermo, o forse la Sicilia intera, avessero bisogno di un pretesto per tornare a proclamare la loro dubbia vocazione antimafia?
Quando poi si è saputo che dietro il misfatto c’era un’innocente, una donna sola, dalla mente fragile, che forse ha agito solo perché desiderava impossessarsi di quattro disegnini colorati, allora le cose sono cambiate.
Forse meglio tacere, secondo alcuni, e lasciare credere che la mafia minaccia con mezzucci ancora peggiori di altri.
Invece no, la verità, complice il contributo della Questura di Palermo, è venuta allo scoperto.
Questa storiella dell’albero di Falcone in me ha solleticato una riflessione. Vale di più – in onore del giudice Falcone e di chi,come lui, è morto per un ideale e anche per rendere ciascuno di noi più libero – appendere un disegnino, o avere il coraggio di guardare in faccia la mafia quotidiana, puntarle gli occhi addosso e pronunciare con fermezza il nostro no?
Riflettiamoci un po’ su, forse ci servirà.
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