Che cosa hanno in comune una ricerca medica pubblicata sulla prestigiosa rivista Nutrition Journal e il cibo da strada palermitano? A prima vista niente: l’una è una dotta disquisizione di accademici e l’altro è invece un vero e proprio aspetto culturale e sociale della città palermitana, dalle radici antichissime.
Nonostante la sua longevità, anche il cibo da strada ha subito i colpi bassi della pubblicità e di quella sorta di psicosi ad ampio raggio che a ogni pie’ sospinto (pardon: ad ogni boccone ingoiato) ti fa chiedere: quante calorie conterrà quello che sto mangiando? Mi appesantirà eccessivamente, rendendomi impossibile il lavoro? E il colesterolo?
Per poi approdare a domande esistenziali del tipo: che ci faccio il davanti a questa friggitoria, con un’arancina in mano e due panelle già nello stomaco, quando potrei essere al supermercato a comprare yogurt e cereali? Quanto sto ostacolando il mio benessere?
I ricercatori coinvolti nella pubblicazione sul Nutrition Journal sono entrati in gioco con una domanda più concreta e scientifica: esiste una connessione tra il consumo di panelle, milza e crocché – ma anche frittola, stigghiole e affini – e la salute di chi le consuma? L’indagine, condotta al Centro di nutrizione clinica della facoltà di Medicina di Palermo, ha coinvolto un campione di 1002 volontari reclutati nei tradizionali ristoranti o nei templi del cibo palermitano. Questi ultimi sono praticamente ovunque, anche se la loro casa naturale non può che che essere il centro storico, disseminato di bancarelle, friggitorie più o meno nascoste, luoghi della tradizione o locali appena nati. I volontari (consumatori di cibo da strada o clienti della tradizionale ristorazione) venivano in sostanza monitorati attraverso un questionario sulle proprie condizioni di salute e la frequenza di consumo di panelle & c.
Risultato delle indagini: il cibo che da sempre si mangia in città, economico e generoso nelle porzioni, è spesso imputato ingiustamente. Non è responsabile della nostra obesità o ipertensione arteriosa. Ovviamente, quando non viene consumato in eccesso. Ma questa è una regola generale che prescinde dall’alimentazione: degli eccessi, i responsabili siamo noi, non le panelle.
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“est modus in rebus”.
Se ti strafoghi un panino con le panelle/milza o un arancina al giorno, o stigghiole a pranzo e cena è garantito che ti fanno male.
Se invece, come capita alla maggioranza, sono il “capriccio” settimanele, stai tranquillo che non ti procurano alcun problema.
Mi dai il riferimento bibliografico della paper?
ahahaha ma quanto siamo affezionati al nostro cibo di strada!!…Palermo è definita da molti giramondo la Istanbul europea in fatto di cibi di strada e secondo me hanno pienamente ragione!
p.s.- pubblico quest’articolo su una giovane pagina facebook ” Palermo a 360° ” – https://www.facebook.com/pages/Palermo-a-360-gradi/197589723597504 -, troverà tanti apprezzamenti
w la frittola
Ecco il link al Medline, la banca dati di letteratura medica dalla quale si può poi scaricare l’articolo http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22034903
Una precisazione: se si cita una fonte, lo si deve fare in modo corretto. Capisco che ci fa piacere apprendere che il cibo da strada non fa male, ma i risultati sono diversi da quelli esposti nel commento. Copio e incollo dal sunto dell’articolo: “This study suggests that street food (SF) consumption in Palermo is associated with a higher body mass index (BMI) and higher prevalence of hypertension in milza consumers”.
OK per panelle, arancine e (forse) rascatura, ma la milza non sembra del tutto innocente.
Avrei un paio di punti di discussione…
- Tutta l’introduzione avrebbe bisogno di AMPI riferimenti bibliografici per potere essere davvero scientifica…
- Gli endpoint dello studio non sono ben chiari: overall health, well-being,and obesity dovrebbero essere misurati con dei questionari validati. In realtà non è tanto chiaro neanche il tipo di domande
- La trattazione statistica non è abbastanza approfondita e non si tratta per esempio il potere di questo studio e la scelta del numero di soggetti da includere.
- Non è ben chiara la frequenza e la quantità di cibo che si consuma. Come la mettiamo con chi va al ristorante a mangiare una fetta di arrosto e insalata vs chi si strafoga di panini con milza?
- Una revisione generale della forma in inglese avrebbe aiutato…(non grammatica, ma forma!)
Articolo “simpatico” nel complesso…ma mi chiedo il senso di investire soldi in questo tipo di ricerche al di là del gongolare perché i nostri cibi di strada non fanno poi così male…
Io non starei a sottilizzare su dettagli che, pur se correttamente sollevati, non si addicono ad un blog come questo. Io trovo incredibile che si stravolga totalmente il senso dei risultati dello studio fornendo una falsa informazione al pubblico dei lettori. Traduco dal testo della pubblicazione scientifica: “Questo studio suggerisce che il consumo di cibo da strada a Palermo è associato a più alto indice di massa corporea e più alta prevalenza di ipertensione nei consumatori di milza”. Che è l’esatto opposto di ciò che riporta l’autrice del pezzo. Il suo silenzio appare assordante.
Rompo il silenzio cercando di chiarire i miei intenti: che non erano scrivere una trattazione scientifica sul cibo da strada, cosa che per altro ha fatto il team di studiosi. No: il concetto è un altro. Mangiare cibo da strada tutti i santi giorni, soprattutto milza, ma anche panelle, stigghiole e affini, non è una passeggiata di salute ed è anche abbastanza intuitivo. Ma una volta al mese si può, ecco il nucleo del mio discorso. Al di là di parametri scientifici in cui non mi sono mai addentrata. Chi invece desidera nutrirsi a vita di yogurt e ignorare le pietanze di cui sopra, è liberissimo. Siamo (ancora) in democrazia, no?
“Ma davvero il cibo da strada fa rima con colesterolo e obesità? No. È solo un luogo comune. Smentito da una ricerca scientifica” non è esattamente come dire che mangiare pane e panelle una volta al mese non fa niente…è uno slogan che usa come riferimento una ricerca scientifica abbastanza discutibile!
Ho qualche dubbio sul fatto che siamo ancora in democrazia. A parte questo, io non discuto sulle idee liberamente espresse e frutto della propria riflessione. Esse sono sacre. Io discuto su qualcosa che è altrettanto sacro, che si scriva su una rivista scientifica o su un blog cittadino: la correttezza della citazione. Essere “fedeli” alla fonte che si riporta è primario dovere del giornalista e dello scienziato.
Evviva la panella. Evviva la meusa. Evviva la professionalità. Che non si trova in rosticceria.
La rosticceria non è una scienza esatta!
Sono d’accordo: la professionalità non si trova in rosticceria, si acquisisce. La fonte è stata citata, come si può leggere chiaramente nel pezzo. Saluti
Posso intervenire anch’io ? Sono Silvio Buscemi, autore e responsabile dello studio su cui state dibattendo. Innanzitutto vi ringrazio per l’attenzione e fa comunque piacere avere suscitato dibattito ed interesse. Credo comunque che qualche precisazione da parte mia sia doverosa.
Il senso dello studio (che è stato eseguito a costo “zero” grazie al lavoro di tanti colleghi appassionati alla ricerca, tranquillizzo chi era preoccupato per lo sperpero di danaro…) è quello di valutare il problema obesità-salute alimentazione tenendo conto delle realtà locali. E’ questo un approccio che viene sempre più raccomandato dalla comunità scientifica dal momento che cibarsi è un fatto anche culturale, sociologico, storico, etc… Sotto questo aspetto è un approccio rivoluzionario che è stato molto apprezzato. Questa ricerca ha anche vinto un premio nazionale ANDID (Associazione Nazionale Dietisti).
Lo studio va letto tutto…. Abbiamo calcolato uno score del consumo del cibo di strada e certamente una associazione con le problematiche di salute (BMI, ipertensione) emerge per punteggi (e consumi..) elevati. Come ha correttamente evidenziato la giornalista, è l’elevato consumo che si associa a problematiche di salute. Dico che si associa, non che è responsabile. Infatti, un elevato consumo certamente, in genere, cammina a braccetto con tante altre cattive abitudini e pertanto potrebbe essere un “indicatore” di “scorretto stile di vita”. Per chi volesse, l’articolo (e non solo il riassumnto….) è scaricabile sul sito della rivista Nutrition Journal (basta googlare e si arriva facilmente). A proposito, all’interno dell’articolo c’è un altro link che rimanda a tante immagini a mio parere interessanti.
E’ un articolo “discutibile” scientificamente come ha detto qualcuno ? Naturalmente rispetto e ascolto con attenzione. Certo non è questa la sede per un dibattito tecnico (resto comunque disponibile) ma faccio osservare che la rivista su cui è pubblicato l’articolo è “peer reviewed” cioè fa valutare ad esperti il lavoro prima di pubblicarlo. Vi assicuro che prima di essere pubblicato lo studio è stato vagliato minuziosamente sotto ogni profilo e ritenuto affidabile. Piuttosto, consiglio ai tecnici di leggerlo bene ed integralmente. Qualcuno ha anche criticato la forma e lo stile della lingua inglese. Per carità, che devo dire … Ma a parte l’Editor della rivista ed i Referees stranieri che hanno giudicato favorevolmente lo studio anche per come è stato presentato, ho voluto nuovamente scambiare due chiacchiere con J. Batsis, valente ricercatore americano con cui collaboro da anni e che è co-autore dell’articolo. Mi assicura che da questo punto di vista stiamo messi bene. La storia non è finita perchè stiamo pubblicando altri dati a nostro avviso interessanti e che vanno in questo senso. Cioè, un consumo sporadico/moderato di cibo di strada non dovrebbe fare morire nessuno prima del tempo. Quando solelcitiamo l’adozione di un corretto stile di vita riferito all’alimentazione non possiamo del tutto bandire panelle & co. che fanno parte della nostra storia e cultura, nè dobbiamo “sentirci in colpa” quando di tanto in tanto ne sentiamo la necessità. Questo è in soldoni il messaggio che deve essere trasmesso al lettore di una rivista online come questa ed alla giornalista vanno i miei complimenti per la professionalità che ha dimostrato nell’individuare come notizia questo studio destinato a “tecnici”. Se mi permettete, infine, andrebbe apprezzata in generale una iniziativa scientifica che tenta di inglobare unitariamente più branche del sapere … e che anche attraverso uno studio (è stato scaricato circa 2000 volte in poco tempo) contribuisce a far conoscere al mondo Palermo e le sue tradizioni.
Grazie ancora per l’attenzione.
Dr Buscemi,
grazie per il commento che riporta un po’ la discussione sui ‘binari’ di un blog come questo, e grazie per la corretta chiave di lettura del suo articolo. Riguardo la qualità della rivista, 2.56 non è male come IF; ad ogni modo, come saprà bene dal suo mestiere di accademicom il fatto che un articolo sia peer-reviewed spesso non garantisce un bel niente: la letteratura è piena di studi malamente progettati (non mi riferisco al vostro studio, sia chiaro!)e pubblicati su riviste internazionali. Io critico il sensazionalismo e la portata di notizia che viene data dall’autrice di questo pezzo. Mi consenta inoltre di osservare che l’alto numero di accessi che ha avuto il link della vostra paper può (anche!) essere spiegato considerando la naturale curiosità che stimola il leggere un titolo abbastanza ‘inusuale’ nonché il fatto che l’intero articolo sia scaricabile gratis da pubmed!
Grazie ancora per i chiarimenti forniti, in bocca al lupo per i futuri studi!