Vista in anteprima la Traviata in scena al teatro Massimo. E quando c’è La Traviata ogni pensamento cerebrale passa in secondo piano: Traviata è Traviata. Fa l’effetto di crescere i bambini e rimbambinire gli adulti.
Bisogna portarci i figli per insegnare loro che piangere, di tanto in tanto, può risultare socialmente accettabile, almeno in quel paio di momenti in cui Verdi ti tira fuori il cuore dal petto, te lo munciunìa un po’ e poi lo rimette al suo posto come se niente fosse.
Questa di Palermo è una Traviata più che buona, impreziosita dalla storica scenografia di Svoboda. Ma così disperante è quel terzo atto, che tu sogni sempre una regia di quelle che “modernizzano”. Una Traviata ambientata nel pieno del Novecento.
Funzionerebbe così: tutto resta più o meno identico. Però, nel terzo atto, al culmine della tragedia, nella stanza di Violetta arriva il dottor Grenvil di corsa, con un flaconcino fra le mani.
L’ultima romanza la canta lui: “Hanno appena inventato gli antibiotici”.
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Capisco il tuo desiderio di lieto fine ma sei sicuro che funzionerebbe?