Il primo a usare il linguaggio di twitter? È stato proprio Dio quando, con i dieci comandamenti, ha dato a Mosè e all’umanità intera prova di una straordinaria combinazione di efficacia e sintesi. Lo ha detto qualche tempo fa un esponente del clero siciliano e lo ha ripetuto Simone Di Stefano, esperto di comunicazione politica, che nei giorni scorsi in libreria ha parlato dei nuovi abitanti della rete insieme a Francesco Passantino, che si occupa invece di webmarketing.
Definire i nuovi abitanti della rete è difficile come cercare di dare contorni più o meno precisi della popolazione mondiale. Indubbiamente, però, bisogna prendere atto che le modalità di dare e ricevere informazioni sono cambiate eccome. In tempi brevi e non solo per i comuni mortali: non c’è politico, personaggio pubblico o presunto tale che non abbia un profilo facebook o che non usi twitter. Tra i più entusiasti del mondo virtuale spicca Sabina Guzzanti, che non si lascia sfuggire nemmeno una delle potenzialità che offre la rete, a partire dal sito web. E se poi si volesse tentare di tracciare, come del resto è stato fatto, un profilo di chi usa twitter piuttosto che facebook, si potrebbe dire che in linea di massima la prima categoria è più istruita e guadagna di più. Dati che personalmente mi convincono poco, ma tant’è.
Però un esperimento con facebook ho voluto farlo. Ho voluto provare come un evento percepito come collettivo potesse essere raccontato attraverso i post. Seguire il festival di Sanremo così, per iscritto, via facebook, è stata quasi una contraddizione in termini. Però ha avuto il suo fascino, e attraverso un coro di voci (pardon, di post, tag e quant’altro) la narrazione era interessante. Frammentaria, un po’ joyciana.
Le elezioni? Anche queste sono state fagocitate da facebook, tag, tweet, retweet e followers. E poi dovrebbero esserci anche i contenuti, che talvolta sfuggono. O forse prima.
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