Lo dicono tutti, Twitter abbatte i confini: se vuoi un contatto diretto con qualcuno, lo cerchi su Twitter; se chiedi un feedback immediato, ti rivolgi a Twitter; se ti interessa sapere che si dice in giro, interroghi Twitter.
C’è però un effetto indesiderato, evidente, di questa gioiosa interattività: cadendo tutti i muri, cadono anche quelli che delimitano competenze deontologiche e professionalità.
Accade nel mondo dell’informazione. Tra politici e cronisti, è ormai tutto un cinguettare: “Vieni alla mia conferenza stampa?”, “Ma certo!”, “Hai scritto quella cosa?”, “Sì, e ho fatto anche un bel pezzo”; “Dove sei?”, “Al bar”, “Ma io sto cominciando a parlare…”, “Ok, dammi tempo, 5 minuti…”.
Oddio, nessuno si aspettava che i rapporti tra giornalisti e amministratori (o, visto il periodo, aspiranti tali) fosse sterilizzato. Ma c’è un limite alla familiarità, alla unione consensuale nel nome della cronaca che è il segno dei nostri tempi. Prima esisteva una linea di separazione e si stava, in modo più o meno composto, da un lato o dall’altro. Oggi, nel rispetto della Somma Condivisione di cui i social network sono il luogo di culto, si deve stare tutti insieme appassionatamente. Spargendo giudizi provvisori e imbastendo stupidaggini definitive, giocando a nascondino nel web e danzando sulla timeline come in grande girotondo. Tutti insieme, felici e incoscenti.
“Vieni stasera?”, “Se finisco presto, sì”, “Ma che devi scrivere di così importante?”, “L’articolo su di te”, “Oh, che stupida!”, “Bacio”, “Bacio”.
Controindicazioni
Twitter, il giornalista
ora flirta con il politico
La linea che separava competenze e professionalità non esiste più. Siamo sicuri che è un bene?
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