i fatti dopo il ragionamento

Mattia, il bambino autistico rinato grazie a un labrador

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Mattia è un bambino speciale, Tea è la sorellina che tutti vorrebbero. Mattia e i suoi silenzi, Tea che anche se volesse non potrebbe parlare. Ma al posto della voce articola gli occhi, che hanno il colore languido del sottobosco, meglio, “degli smarties”, come ha imparato a dire Mattia. La mamma e il papà del bambino sono persone “come tutti”, e lo puntualizzano come se quell’infilarsi nella mischia normalizzasse la “diversità” del loro piccolo. Tea è un labrador, ma soprattutto una compagna di viaggio, ed era l’ultima carta nel mazzo dei genitori di Mattia.

La diagnosi era stata perentoria: “Vostro figlio non è muto, non è sordo, è semplicemente lievemente autistico”. Come se l’autismo fosse una cosa semplice o, peggio ancora, lieve.

A tre anni Mattia non sapeva dire mamma, né acqua, né ciao. Era vittima di una forma di autismo psicologico che gli causava la paura di ascoltare e il terrore di parlare.

Sapeva solo sgranare gli occhi e poi lanciare in aria quanto gli capitasse sotto mano.

Quando la pazienza dei genitori era sul punto di esaurirsi, un musicoterapista romano ha consigliato di affidarsi a un cane, ma non uno qualsiasi. Un cane monello e buono allo stesso tempo, proprio come Mattia.

Tea sceglie Mattia da subito. Gli si accovaccia vicina alle scarpine e lì schiaccia un pisolino, come quelli che fanno all’improvviso i bimbi quando sanno di essere al sicuro.

Da quel giorno sono passati tre anni.

Mattia con Tea ha imparato a parlare. Come faccia un cane a insegnare le parole, questo non lo sanno neppure i genitori di Mattia. Fatto sta la prima parola del piccolino è stata: “Pea”, voleva dire Tea, ma quella P è già stata un successo.

Mattia oggi va a scuola ed è un gran chiacchierone.

Io l’ho incontrato mentre passeggiavo sul lungomare di Mondello insieme a Dafne, la mia labrador.

Mattia era con mamma, papà e la sua Tea.

È stata Dafne a farci conoscere, perché appena ha visto Tea le è saltata addosso impertinente. I  labrador sono dannatamente egocentrici e quando vogliono hanno un gran caratteraccio. Ma questo è il prezzo da pagare in cambio delle loro costanti dichiarazioni d’amore.

Quando si sono allontanati li ho osservati andare via. C’era il piccolino con la mano appoggiata sulla schiena di Tea. Lei, la cagnolona, con la testa a tratti guardava la strada, a tratti vigilava su Mattia. Forse Tea è nata per questo, forse così, in un giorno lontano, saluterà Mattia e lui potrà risponderle, forse urlarle: “Ciao Tea, sorella mia”.

3 commenti

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  • 30 aprile 2012 16:29 La prima cosa che ho letto stamattina. Bellissima.
    Non ho voluto commentare stamattina, troppa commozione.
    Perché non ci hai risparmiato il finale?
    I cani non dovrebbero andare via, MAI.
  • 01 maggio 2012 16:12 Sono d’accordo con te, GIGI, i cani non dovrebbero andare via mai. Lo penso ogni mattina, quando mi sveglio e lo sguardo di Dafne, la mia labrador, mi dà il buongiorno, spalancandomi una fila di buoni propositi.
  • 02 maggio 2012 13:25 Maristella, ovviamente la mia frase (Perché non ci hai risparmiato il finale?) era solo l’espressione della commozione, il rifiuto (anche, solo)di pensare di vedere un giorno partire gli esseri che si amano.
    Hai vissuto, secondo me, un immenso privilegio, quegli incontri che fanno chiedere a sé stessi: “chissà quant’è casuale”.
    Come la scena finale di un film: madre bambino e cane che si allontanano, senza rumori, nemmeno la musica; belle queste scene nel cinema che ce le fa capire meglio, ma anche il rammarico che non si vivano più spesso nella realtà.
    Sono contento di avere notato, ogni volta che sono tornato a Palermo, che negli ultimi dieci anni il rapporto tra uomini e animali è migliorato, perché gli uomini si sono evoluti in questo senso, gli animali da come li conosco, fin da bambino, non li vedo cambiati…

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