i fatti dopo il ragionamento

L’esercizio della memoria per uscire dalla palude

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Ben venga la quantità inverosimile di informazione sulla mafia e contro la mafia, che in questi giorni sta facendo recuperare il vuoto di un silenzio assordante e duraturo, da tempo rotto solo sporadicamente, per fatti che appaiono clamorosi oggi e che il giorno dopo, se va bene, finiscono tra le brevi. Ben vengano i particolari più minuti di quanto avvenne vent’anni fa, le ricostruzioni della morte, ma soprattutto della vita dei magistrati poi uccisi: uomini che, assieme a un pugno sparuto di colleghi e di investigatori, a Cosa nostra assestarono colpi pesantissimi, in tempi che non erano questi.

Ben vengano le rievocazioni e le testimonianze, il dolore composto e orgoglioso dei familiari delle vittime, l’ammirazione per il coraggio degli agenti di scorta, la commozione dei sopravvissuti e dei testimoni, la fierezza di chi ha indagato e indaga alla ricerca di una verità che purtroppo difficilmente affiorerà mai tutta intera. Ben vengano i tantissimi libri, i video, gli articoli, le trasmissioni televisive, i talk show, i film e le fiction, persino i reality: ben vengano, purché evitino l’enfasi e spingano al ricordo e alla riflessione. Ben venga, in qualche caso estremo, persino la retorica: ma se non ce n’è, è meglio.

L’unica cosa che non va, in fondo, è solo l’ipocrisia. Ma se uno, in vita del commemorato, era suo acerrimo nemico e se ne ritrova grande amico o primo paladino in morte, è pure comprensibile: l’animo umano non sempre è nobile e comunque lo scontro, la rivalità, l’antipatia, l’inimicizia con Falcone e Borsellino vivi ci potevano stare. Magari ci fosse ancora la possibilità di criticarli e di attaccarli e di scontrarsi con loro, perché vivi e vegeti ai nostri giorni.

Parlare, approfondire, studiare, sviscerare quei fatti e quel che accadde prima e dopo può fare solo bene, a chi c’era e a chi non era ancora nato; ricordare chi non c’è più serve pure per aiutare chi ha subito la perdita di persone care. L’esercizio della memoria è la più difficile delle attività umane: l’esercizio della memoria collettiva può spingere un intero popolo a ritrovare la dignità smarrita, come da tempo chiedono i ragazzi di Addiopizzo. Dalla melma noi, anziani, giovani, giovanissimi e meno giovani, stiamo faticosamente tentando di uscire. Passassero cento o più anni, ci riusciremo e la melma sarà solo un ricordo, come quella delle paludi di Mondello, da cent’anni bonificate e che sono la più bella zona di Palermo, quella che tante altre città del mondo ci invidiano.

1 commenti

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  • 23 maggio 2012 07:12 Sacrosante e tutte da condividere le
    argomentazioni dell’Autore

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