Il giorno di Falcone

L’uomo prima del giudice
Vi racconto di Giovanni

Nel ventesimo anniversario della strage di Capaci, desidero ricordare non solo il magistrato Giovanni Falcone, ma anche e soprattutto l’uomo, l’amico Giovanni Falcone.
Non solo il magistrato, protagonista di un’avventura che resterà per sempre nella storia, perché la professionalità, la preparazione, l’intuito giuridico, il senso del dovere, il rispetto delle istituzioni sono doti personali di Giovanni che non hanno bisogno di essere ancora ricordate perché costituiscono ormai patrimonio conoscitivo di tutti noi, e sono tali da farlo considerare una icona della magistratura siciliana ed italiana.
Ma desidero ricordare,anche, l’uomo Giovanni Falcone.
Giovanni era un uomo forte, determinato, discreto, conscio del proprio valore, dotato di grande carisma, amante della vita familiare e sociale, innamorato della sua terra, che voleva liberare dalla soffocante presenza di cosa nostra e per la quale ha sacrificato il bene supremo della vita.
Ma Giovanni aveva anche un’altra dote: la sua grande sicilianità, espressione di una sentita e coinvolgente appartenenza alla terra che gli aveva dato i natali, che ho avuto modo di constatare ed apprezzare quando, dopo il periodo di uditorato a Palermo a metà degli anni Sessanta, l’ho nuovamente incontrato nel 1979 in occasione del mio ritorno in questo Tribunale dove entrambi svolgevamo le funzioni, da me mai abbastanza rimpiante, di giudice istruttore.
All’epoca, Giovanni, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello, coordinati dal compianto ed indimenticato consigliere Rocco Chinnici, lavoravano a stretto contatto, scambiandosi informazioni e notizie concernenti le indagini in corso sui reati di criminalità comune e mafiosa e ciò al fine di non disperdere le conoscenze acquisite: un lavoro di gruppo voluto fortemente, con lungimirante intuito, dal consigliere Rocco Chinnici, anch’egli vittima della barbarie mafiosa, e mantenuto ed incentivato dal suo successore Antonino Caponnetto, magistrato di grande dirittura morale e rigore intellettuale, sotto la cui direzione nacque il primo storico pool antimafia dell’ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo.
Fui chiamato a farne parte nei primi mesi del 1984 avendo accettato il nuovo incarico, contagiato e convinto dall’entusiasmo e dalla voglia di lavorare che animavano Giovanni e Paolo.
Fu così che iniziammo un’avventura giudiziaria unica ed irripetibile nella quale Giovanni profuse grandissimo impegno impiegando tutta la sua professionalità e così consentendo al pool di raggiungere ben presto risultati mai prima conseguiti nell’azione di contrasto a cosa nostra.
Vivemmo anni di lavoro febbrile e di importanti risultati culminati, anche grazie alla insperata, sino a quel momento, collaborazione di uomini d’onore di grande spessore e di sicura attendibilità, nel deposito di tre ordinanze-sentenze nei confronti di oltre settecento imputati di gravissimi reati e nella celebrazione, davanti alla corte di assise di Palermo, del maxi-uno a carico di circa 450 imputati e fra di essi quasi tutti i componenti del ghota mafioso.
Ogni anno, in occasione delle tristi ricorrenze del 23 maggio e 19 luglio, si è soliti tirare il bilancio, in termini di impegno nella lotta alla mafia, degli anni trascorsi dalle stragi di Capaci e di Via D’Amelio, e ciò al fine di constatare se qualcosa è cambiato nella società civile riguardo al modo di approcciarsi al fenomeno mafioso.
In questi anni la lotta alla mafia è stata caratterizzata da alterne vicende contrassegnate dagli attentati dinamitardi di Roma, Firenze e Milano, posti in essere dal vertice mafioso ma anche dagli arresti di latitanti del calibro di Salvatore Riina, Leoluca Bagarella, di Bernardo Provenzano, ritenuto il capo indiscusso di cosa nostra, tratto in arresto dopo quasi 43 anni di latitanza grazie ad un accurato, estenuante e sofisticato lavoro di intelligence e all’impegno profuso da un manipolo di poliziotti della Questura di Palermo, altamente qualificati e specializzati, coordinato da magistrati della Direzione distrettuale antimafia della Procura di Palermo.
La cattura di questi ed altri “uomini d’onore” al vertice di cosa nostra e il continuo lavoro di bonifica del territorio dalla soffocante imposizione del pizzo, non devono, tuttavia, e lo dimostrano i fatti accaduti in questi ultimi tempi, far ritenere che la lotta a cosa nostra stia finalmente per essere vinta o, addirittura, sia stata vinta.
La società civile non si libererà dalla soffocante, non più tollerabile presenza della mafia, antistato nello Stato, che inquina il tessuto socio-economico-imprenditoriale sino a quando sarà autoindulgente e tollererà facilmente al proprio interno atteggiamenti paternalistici, clientelari, conformistici, conservatori , illegali e “alegali”; insomma atteggiamenti mafiosi e paramafiosi.
Ecco perché è indispensabile l’impegno della società civile perché la partita, cioè la lotta alla mafia, che non possiamo permetterci di perdere, si gioca nella quotidianità delle relazioni umane, nelle scuole, nelle facoltà universitarie, negli ospedali, negli uffici pubblici, nelle imprese commerciali, negli istituti di credito; nelle scelte, individuali e collettive, non escluse le scelte elettorali.
Purtroppo, in proposito, arrivano segnali contraddittori perché accanto a personaggi che incarnano senza ombre ed equivoci la cultura della partecipazione attiva, sopravvivono personaggi rappresentativi di quel modo di vedere e di condurre la vita che, in niente o quasi, si differenzia dalla filosofia della mafia, personaggi antropologicamente troppo simili ai Riina, ai Bagarella, ai Provenzano e per i quali i valori e le norme sono specchietto per le allodole o, nel migliore dei casi, spunti retorici per discorsi ufficiali.
È necessario, dunque, che maturi una forte coscienza collettiva dei valori della legalità, è indispensabile che diventi patrimonio comune il principio che, grazie all’indipendenza della magistratura ed alla obbligatorietà dell’azione penale, possono e debbono essere perseguiti i reati da chiunque commessi, quale sia la carica ricoperta, anche quella politica.
Ma il ventesimo anniversario della strage di Capaci cade in un contesto storico che ha registrato ancora una violentissima campagna di continua delegittimazione se non di denigrazione della magistratura ad opera di taluni esponenti del potere politico.
Di volta in volta, con un crescendo rossiniano, i magistrati sono stati definiti “mentalmente disturbati”, sono stati accusati di essere “l’anomalia del paese” e “la metastasi del paese”, vengono considerati “un cancro da estirpare”, alcuni tribunali sono stati equiparati a “plotoni di esecuzione”.
Ed allora, al fine di evitare che “questa” magistratura, tacciata di essere del tutto inaffidabile e orientata decisamente a “sinistra”, continui ad amministrare giustizia contro il ”Paese” e non per il “Paese”, mirando a sovvertire per via giudiziaria il risultato del voto popolare del 2008, il precedente esecutivo ha pensato bene di mettere mano ad una riforma della giustizia, definita “epocale”, che, se fosse attuata nei termini in cui è stata pensata, appare non tanto una opera di restyling del Capo IV della Carta Costituzionale quanto, in realtà, un divisato e definitivo regolamento di conti con la magistratura da parte del potere politico.
Ma come avrebbe vissuto Giovanni Falcone, se fosse ancora tra noi, questo particolare, difficile momento di forte contrapposizione tra potere politico e magistratura e cosa penserebbe al riguardo?
Sicuramente, realizzerebbe che questa rappresentazione caricaturale della magistratura italiana, soprattutto se fatta all’estero in sede internazionale, come spesso è accaduto anche di recente, non aiuta di certo la leale collaborazione tra poteri e non favorisce ed anzi impedisce un condiviso e virtuoso percorso riformatore.
Rivolgerebbe l’invito ai colleghi a continuare, nonostante i continui attacchi denigratori, a fare il proprio dovere perché nessun magistrato può mai dimenticare di indossare con onore ed orgoglio la toga, orgoglio ed onore che sono propri alla totalità dei magistrati che, silenziosamente, ogni giorno svolgono il proprio lavoro e compiono il proprio dovere tra enormi difficoltà, pesanti disagi e innumerevoli ostacoli dovuti all’insufficienza dei propri organici, inadeguati anche se al completo, alla carenza endemica del personale amministrativo, alla ormai cronica mancanza di infra-strutture.
Rifacendosi alle sue positive esperienze di giudice istruttore e di procuratore aggiunto a Palermo, Giovanni guarderebbe alla riforma costituzionale della giustizia come ad una seria minaccia da parte del potere politico all’autonomia e l’indipendenza del pubblico ministero il quale, separato dal giudice e confinato in un non meglio determinato “ufficio”, isolato dalla giurisdizione, privato della polizia giudiziaria, rischierebbe di diventare la longa manus del governo.
Obietterebbe Giovanni che la riforma della giustizia proposta, ma forse sarebbe meglio dire minacciata dal precedente potere esecutivo, in realtà appare frutto di un lucido disegno volto a riformare la magistratura e non la giustizia perché non è questa la riforma che vogliono i cittadini, gli utenti della giustizia, i quali hanno il diritto di attendere dai magistrati una risposta giusta ed in tempi ragionevoli alla loro domanda di giustizia e perché questo avvenga sono necessari la revisione delle circoscrizioni giudiziarie, l’aumento degli organici dei magistrati e del personale amministrativo, l’incremento della dotazione di infrastrutture e risorse materiali.
Probabilmente non sarebbe stato diverso, se avesse vissuto l’attuale momento storico, il pensiero di Giovanni Falcone, la cui costante presenza nel nostro palazzo di giustizia e nei nostri pensieri non è certamente dovuta alla statua che lo raffigura insieme a Paolo Borsellino, di recente installata nell’ingresso del Tribunale, perché Giovanni vive e vivrà sempre nella mente e nel cuore di tutti noi.
Viva Giovanni Falcone e, mi sia consentito dire nonostante tutto, viva la magistratura italiana.

Leonardo Guarnotta è il Presidente del Tribunale di Palermo.

4 commenti

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  1. Ricordare Giovanni Falcone, come fa il presidente Leonardo Guarnotta, fa bene al cuore. Il grande e assai proficuo ruolo che ebbe il “pool antimafia” viene rievocato dal
    collega e amico con intenso, sempre vivo, sentimento emozionato ed emozionante, e riproposto alla considerazione, ora per allora, alle nuove generazioni.
    Tutta da condividere l’analisi dei recenti farneticanti tentativi di deligittimazione della magistratura, volti
    a comprimere la sua indipendenza, a vanificare la
    obbligatorietà dell’azione penale.
    Un grande ringraziamento al presidente del Tribunale
    Leonardo Guarnotta, che mi permetto ricordare protagonista in occasione di un programma televisivo
    su TRM(cui partecipai), di scienza, in uno con la sua
    benevolenza ed umile tratto, che tanto ricorda il suo collega ed amico Giovanni Falcone.
    Grazie!

    salvatorebattaglia il 23/05/2012 alle 06:28
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  2. Oggi siamo tutti bravi a raccontare di Giovanni Falcone le imprese che lo portarono a pagare con la vita il suo viscerale rispetto dello Stato. Vorrei che lo ricordassero anche coloro che frenarono la sua ascesa alla lotta contro la mafia, quel famoso terzo livello capace anche di screditare il lavoro del Giudice Falcone, coloro che lo distolsero dalla lotta alla mafia affidandogli i processetti di furti e rapine, chi preferì il criterio dell’anzianità a quello delle capacità, chi disse che tutti dovevano occuparsi di tutto ed essere capaci di occuparsi di tutto, chi disse e non fece, chi fece e non disse. Quando si ricorda il Giudice Falcone, l’uomo Falcone, vanno anche ricordati i bastoni messi tra le sue ruote e i continui tradimenti da lui patiti. Nessuno allora, come infondo succede adesso, tiene conto dell’opinione pubblica, dei risultati ottenuti, ma soprattutto e fondamentalmente dei risultati da ottenere. Qualcuno può immaginare cosa sarebbe oggi lo Stato, lo “stato dello Stato”, l’opinione pubblica sullo Stato, se avessero lasciato fare a Giovanni Falcone il suo lavoro fino in fondo? io ho un’idea… “Paradiso”, ma a voi lascio la libertà di immaginare… Cordiali saluti

    Giuseppe il 23/05/2012 alle 17:24
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  3. Giuseppe hai perfettamente ragione.
    Molti che lo ostacolarono e lo diffamarono
    oggi lo esaltano.
    Ambiguità delle ambiguità: mistificazione
    e inganni

    salvatorebattaglia il 23/05/2012 alle 19:22
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  4. Caro dott. Guarnotta come chi mi precede la ringrazio per il profilo umano che ci fa di Falcone nel ricordarlo a noi che non lo abbiamo conosciuto se non per le sue gesta. Avrei personalmente gradito se nella sua analisi politica dell’oggi, così come giustamente fa un distinguo tra politici che sanno interpretare bene la partecipazione attiva ed altri che invece hanno un fare paramafioso, sarebbe stato opportuno fare un distinguo anche all’interno della magistratura tra quelli che interpretano in maniera retta ed inflessibile il loro ruolo fino addirittura a rischiare la vita e quegli altri che agli eroi loro colleghi mettono i bastoni tra le ruote, quegli altri che sfruttando il loro ruolo sistemano moglie e figli, ricattano o prendono tangenti per imboscare notitiae criminis, quegli altri che arrestano con leggerezza rovinando la vita a chi poi risulta innocente, quegli altri magistrati che sfruttano la loro visibilità e potere per poi lanciarsi in politica. Bene dottore,visto che crede di saperne leggere il pensiero, ci dica per favore cosa direbbe Falcone di questi colleghi?

    giusicilia il 23/05/2012 alle 20:26
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