Sfide difficili

Zen 2, quel pezzo di Palermo
lontano dalla speranza

Un reportage giornalistico tra gli sguardi ostili della gente che segue ogni tuo passo. "Ma che siete venuti a fare in questo posto?"
zen2

Non ero mai stata allo Zen 2. Mi ci ha portato il mio lavoro: un servizio su una giovane collega che per ben sette anni si è infiltrata tra gli spacciatori, vivendo con loro, ascoltando i loro sogni e le loro paure, dandosela a gambe quando arrivava una volante. Un lavoro coraggioso, di giornalismo d’inchiesta che abbiamo documentato attraverso un servizio fotografico proprio allo Zen 2.

Zen. Il nome, così orientale e meditativo, sembra una beffa sgraziata e crudele più che l’acronimo che indica la zona espansione nord. Eppure, a guardare le insule, alcune delle quali inaccessibili agli estranei, ti accorgi che gli spazi per la socializzazione, per il verde, ci sarebbero, sono stati previsti. Teoricamente, perché al posto degli alberi trovi macerie. In uno di questi spiazzi di terra gialla e radici all’aria e senza più niente da nutrire incontro un ragazzo e il suo cane. Il ragazzo parla un dialetto così stretto, e così a bassa voce, che si fa fatica a capirlo. Mi dà delle spiegazioni sulla salute dell’animale, macilento e ulceroso da fare male al cuore. Dice di avere speso un sacco di soldi dal veterinario, senza risultati. Hanno entrambi occhi azzurri e profondi. In più, il giovane ha i vestiti rattoppati, che puzzano di sporco. Sembrano due figure irreali, che si muovono in quel posto arido e frustato dal vento, con qualche cespuglio volenteroso che ha sfidato la barbarie.

Il vento ci accompagna nel nostro viaggio. La giovane collega si muove certamente meglio di tutti noi, che non ci accorgiamo subito di essere osservati. Lo capiamo in un preciso momento, quando ci avvicina un gruppo di bambini che gioca a calcetto in un campetto pieno di sole. Allora si affacciano uno, due, tre persone ai balconi. Da quel momento in poi saremo sempre seguiti, senza che questo fatto venga minimamente nascosto: in auto o in motore, c’è sempre qualcuno che segue il passaggio di questo curioso gruppo formato da due donne e da due uomini, uno dei quali dotato di macchina fotografica e di un paio di borsoni da cui estrae strumenti misteriosi per fare le foto. Chi non ci perde d’occhio sono le “vedette”, che hanno il compito di segnalare costantemente chi fa cosa allo Zen. La sensazione di avere gli occhi puntati addosso a volte si fa così opprimente da diventare fisica e limitare i movimenti e le parole.

E poi ci sono le domande dei ragazzini e delle donne che feriscono più di coltelli. La più frequente: “Che cosa siete venuti a fare qua?”. Quando spieghiamo che siamo lì per un servizio fotografico spesso la domanda si ripete: perché proprio questo posto così brutto e inospitale, flagellato dal vento e piagato dall’incuria? Un interrogativo per niente insolente. Casomai sarcastico, pieno di rabbia e di un dolore a cui non si riesce a trovare risposta.

È il tramonto, non c’è quasi nessuno per strada, il sole tra un po’ calerà e il vento è insopportabile, sembra volerci cacciare. Siamo allo Zen 2 da un paio d’ore, ci fermiamo ancora un attimo per parlare del servizio. Arriva una pietra tra i miei piedi, lanciata da chissà dove. Subito dopo una seconda e una terza. Non ci colpiscono, non ancora, ma dobbiamo andare. Le parole sono pietre, scriveva Carlo Levi. Noi, in quel pomeriggio, ne abbiamo sentito tutto il peso.

11 commenti

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  1. Ogni tanto un articolo di esperienza personale che fa cultura. Ogni tanto… (a buon intenditor poche parole…)

    roberto il 22/06/2012 alle 02:08
    (0) (1)
  2. Ottimo servizio giornalistico,ma grazie a questa giornalista si evidenza in una citta’ cm Palermo la totale assenza dello stato.Questo e’un fatto grave.

    Marco(valeggio sul mincio) il 22/06/2012 alle 07:59
    (0) (0)
  3. Generalizzo:
    Emblema di una terra abbandonata da uno Stato che se ne e’ sempre disinteressato, lasciandola in mano ad una politica Regionale corrotta e collusa che ha fatto dell’Autonomia della Regione la sua forza prorompente per arricchire i mafiosi e arricchirsi, a spese ovviamente di povere persone che vivono nel sudiciume e nell’indigenza.

    Grazie per riportare questi temi cosi’ importanti e cosi’ dimenticati…

    Luca il 25/06/2012 alle 15:29
    (0) (0)
  4. Posto senza speranza, chi nasce e vive li difficilmente riuscirà’ a fare qualcosa di diverso dal delinquere, posto maledetto, senza speranza che qualcuno ha voluto rimanesse così’ per tanto tempo, serbatoio di nuove leve, iignoranti, violenti e devoti solo alla legge del più’ forte.

    Max il 25/06/2012 alle 15:54
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  5. Napalm…

    Fabio il 25/06/2012 alle 19:06
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  6. No, Fabio, permettimi: partecipazione e speranza. Anche se è durissima.

    Alessia Franco il 25/06/2012 alle 21:52
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  7. Alessia, tempo scaduto. Non so se per colpa loro – degli indigeni dello zen – o per colpa nostra. Ma il tempo è scaduto.

    Aldo raine il 25/06/2012 alle 23:04
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  8. se vivessimo in un vero Stato, lo Zen potrebbe essere recuperato nell’arco di un anno…purtroppo per noi non ci chiamiamo Germania, ma siamo l’Italia

    blackmorpheus il 26/06/2012 alle 05:56
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  9. O recuperato o raso al suolo.

    spiderman il 26/06/2012 alle 08:23
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  10. La prossima volta che vieni all zen cerca anche le persone oneste,con istruzione e che lavorano ogni santo giorno. Il quartiere é maledetto lo so, ma piu che giornalismo il tuo sembra proprio un incubo.Se vuoi scrivere qualcosa di vero cercaminte ne parlerò io che vivo alla zen da 28 anni. Emanuele favetti.

    Emanuele il 26/06/2012 alle 21:56
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  11. Emanuele, percorrere le strade dello zen 2 È un incubo, quindi la tua ira è fuori luogo!

    Bob il 27/06/2012 alle 08:11
    (0) (0)

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