Sul filo dei ricordi

La nostalgia per il quasi gol
di Nicolò Carosio

carosio

Non si sa se l’Italia vincerà gli Europei, in compenso è noto chi li ha persi: i telecronisti Rai. Il loro campionato di strafalcioni e ovvietà è stato sontuoso, la loro competenza di uno spessore misurabile solo in micron.
In un pezzo su Corriere.it Aldo Grasso rimpiangeva Nicolò Carosio, il padre di tutti i telecronisti, la prima voce del pallone.
E aveva ragione. Il cantore dei primi due titoli mondiali azzurri, il pioniere del calcio raccontato via etere probabilmente non si sarebbe gonfiato il petto per le perfomances dei suoi allievi.
Eppure Carosio non è mai stato celebrato come dovuto. Nemmeno a Palermo, che gli ha dato i natali.
Una targa alla memoria allo stadio Barbera e pochissimo altro. Nulla, per uno che ha scritto, a parole, la storia del calcio. Nulla, per chi ha raccontato, con un lessico ancora tutto da coniare, le imprese vincenti della banda Pozzo del ‘34 e del ‘38 e l’oro Olimpico del ‘36.
Per lui l’oblio quasi assoluto, fino a cinque anni fa, quando il riscatto è arrivato per posta, o meglio, dalle Poste, che hanno ricordato il centenario della sua nascita con un francobollo.
Neanche in quell’occasione, comunque, Carosio è riuscito a ritargliarsi centimetri a sufficienza sulla carta stampata o un degno spazio nelle scalette dei tg.
“E’ stato dimenticato da tutti”, ci confessò amaramente per telefono il figlio Paolo, mostrandosi molto sorpreso della telefonata che gli feci in vista dell’annullo postale. “Un giornalista? Mi fa piacere che mi abbia chiamato. Non capita quasi mai che qualcuno mi chieda di parlare di mio padre”.
In quell’occasione Carosio junior non si fece pregare per alleggerirsi la scarpa da ingombranti sassolini che aveva portato in giro per decenni. “Intorno a mio padre – raccontò – c’è sempre stata una sorta di congiura del silenzio. Evidentemente non gli si si perdonava il fatto che si fosse fatto da solo. Nessuno dei suoi colleghi si è mai fatto sentire. Nemmeno ai suoi funerali ho visto personalità di spicco, a parte il sindaco di Milano”.
Dai gracchianti primi microfoni della “Eiar”, la mamma di mamma Rai di mussoliniama memoria, Nicolò Carosiò raccontò centinaia di gol e “quasi-gol” (celebre questa sua definizione di un’occasione da rete mancata) e catapultò in campo milioni di tifosi, forgiando il vocabolario dell’Italia pallonara. Fino alla pensione, o meglio, all’incidente diplomatico che praticamente staccò per sempre la corrente al suo microfono.
Si era ai mondiali messicani del ‘70 e per due volte la bandierina del guardialinee etiope si alzò ad invalidare una rete di Riva, mettendo a rischio il cammino azzurro verso i quarti di finale dell’allora coppa Rimet. Gli episodi costarono all’assistente dell’arbitro un colorito epiteto (“negraccio”) e a Carosio il posto al seguito della Nazionale. Lo sciagurato aggettivo, infatti, innescò le proteste del governo etiope e il tramonto della stella del telecronista, che passò testimone e microfono ad un giovane Martellini.
A Palermo, dove nacque, Carosio è rimasto fino all’età di 9 anni, ma la città gli è rimasta nel sangue. “Ci tornava spesso – ci disse il figlio – ogni volta che poteva. E spesso portava anche me. Amava definirsi un tifoso rosanero, anche se la sua grande passione è stata la Nazionale”.
A Nicolò l’idea di far vedere coi suoi occhi le partite agli italiani era nata per caso, in un freddo pomeriggio di mezzo inverno a Londra.
“Mia nonna – raccontò Paolo – era inglese. E papà in Inghilterra ascoltò un certo Chapman, che negli intervalli delle partite dava i resoconti degli incontri. Capitò, una volta, che per un ritardo nel collegamento questi si trovò a parlare di una partita in corso, descrivendone stralci in diretta. Fu allora che a mio padre venne l’idea della radiocronaca, che propose alla Eiar di Venezia. Dapprima non fu preso sul serio, poi, poco alla volta, i dirigenti si convinsero a farlo provare, prima in sede regionale e poi a livello nazionale”.
Da lì a Cerqueti e Gentili il passo non è stato per nulla breve. E, a quanto si è visto, o meglio ascoltato, nemmeno sicuro ed elegante.

2 commenti

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  1. Il miglior servizio pubblico che la Rai può fare………e CHIUDERE.

    Francesco il 01/07/2012 alle 23:34
    (0) (0)
  2. Cmq sky non è da prendere a modello.

    roberto il 02/07/2012 alle 00:21
    (0) (0)

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