Finali a sorpresa

Il tramonto dei luoghi comuni
(grazie al mio cane smarrito)

La mobilitazione di un intero quartiere, il Capo, per ritrovare il mio Labrador. E pensare che mi avevano avvertito: "Stai attenta a quella gente..."
cane-capo

Dafne, il mio cane, è entrato nella mia vita in un momento doloroso. Un momento così difficile che ancora oggi, a distanza di tempo, faccio fatica a chiamarlo con il giusto nome. Poiché nella vita, di fronte a un bivio, hai sempre due alternative – nel mio caso una era la speranza, l’altra era crollare a picco – scelsi di adottare una labrador.
Un paio di domeniche fa con il mio compagno decidiamo di smarcarci per qualche ora dalla nostra fedelissima. Chi ha un labrador sa bene quanto questi cani siano propensi ad esternare affetto a destra e a manca. Incurante della sua stazza – Dafne è un femminone di 35 chili – elargisce tripli salti in alto con tanto di leccata in faccia anche al passante inconsapevole e possibilmente per nulla animalista. Il che, ogni tanto, ci fa guadagnare qualche sonoro vaffa e a poco servono le nostre rassicurazioni: “Tranquilli, tranquilli, niente vi fa”.
Lasciamo Dafne nel “sicurissimo” giardino di una coppia di amici, facciamo la nostra passeggiata domenicale e dopo un’ora andiamo a riprenderla. Sorpresa: Dafne è sparita. Il giardino è vuoto, così come, nel giro di pochi istanti, si svuotano il mio cuore e, in sincrono, anche quello di Alessandro.
Non trattengo le lacrime, non ci riesco proprio. Comincio a sentirmi in colpa, adirata, scalpitante. E allora via alle ricerche. Centelliniamo ogni angolo del quartiere, tra corso Vittorio Emanuele e il Papireto. A un certo punto mi illumino di un ricordo. Avevo letto, tempo fa, un libro che definiva i labrador degli inguaribili “abbandonoici”, pronti a tutto pur di ritrovare il padrone, qualora gli sia mai venuto il dubbio che questi li abbia abbandonati.
Esclamo: “Torniamo a casa nostra, non sia mai che è venuta a cercarci”. In un lampo siamo al Capo, ed è lì che iniziamo a chiedere a chiunque ci passi sotto tiro se hanno visto una “cana”, bionda, con gli occhi dolci e il collarino rosso. È un tripudio di solidarietà come, giuro, non avevo mai visto neppure nel mio piccolo paese in provincia di Agrigento. Dafne l’hanno vista, eccome. Giurano che era sotto casa nostra, che guaiva come un bimbo e che gironzolava avanti e indietro aspettando la grazia di Dio.
“Pareva che piangeva, a canuzza”, ci dice un tizio con l’aria burbera, la barba lunga e la maglietta della Juve appiccicata addosso dal sudore. Una ventina di persone ci tengono bordone. C’è Daniele, venti chili di peso concentrati sopra una mountan bike: “La troviamo, la troviamo, nun si proccupassi”. Ci sono Salvo e suo padre. A loro si aggrega Peppuccio, un omiciattolino di quattro o cinque anni, figlio di Salvo, nipote di Mariuzzu, che spalanca gli occhi ed esclama a intermittenza: “Dov’è bau bau, dov’è?”.
Arrivano anche le donne: ce n’è una enorme, con le poppe gigantesche, che mi fanno un po’ di invidia e che, nel concitamento delle ricerche, le ballano una macarena di divergenze. C’è gente ai balconi e non esagero, perfino un prete che si trova a passare assicura: “Il cane? L’ho visto”.
Alla fine ci dividiamo in gruppi e la sorte decide che sia io a ritrovare Dafne. Era al sicuro, in un cortile monopolizzato da un bimbetto a torso nudo e tutto occhi. Giocava, Dafne, con un altro cane, grosso grosso e arruffato. Si rotolavano felici in mezzo alla polvere e alla terra di un giardinetto improvvisato. Era sporchissima, ma non mi è mai sembrata tanto bella.
Lei ha corso come un ghepardo, solo un po’ più imbranata. Mi ha slinguazzato prima gli occhi, poi il naso, perfino le spalle. Nel frattempo erano arrivati tutti gli altri. Una ventina di persone, tutti del Capo, che pareva ci facessero il girotondo. Erano tutti felici, almeno così mi è parso. Ognuno voleva la sua dose di merito per quel lieto fine, che era una risposta corale a tante cose. Su tutte a chi ci aveva ammoniti alla notizia del nostro trasferimento al Capo: “State attenti, lì è una zona “con gente un po’ a comu voli Dio”.
Sarà, ma quella gente ha avuto un cuore grande, di quelli che si lanciano a rincorrere una meta e non ci pensano due volte. Il giorno dopo, per festeggiare, abbiamo comprato due vassoi di cose buone palermitane. Le abbiamo date ai ragazzini. Loro dicevano grazie e grazie e ancora grazie. Che tutti questi grazie io, in vita mia, non li avevo sentiti mai.

6 commenti

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  1. che storia bellissima ci hai raccontato…

    Marid@ il 13/07/2012 alle 09:17
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  2. Maristella vivo anche io da qualche anno in un quartiere ultrapolare.Abito infatti tra la Noce e la Zisa.All’inizio non ti nascondo che avevo qualche perplessita’ acuita fra l’altro dalla nutrita presenza di una variegata presenza di diversi nuclei di extracomunitari.Mi sono tuttavia ambientato subito e ho trovato in questi miei nuovi vicini un affetto e una solidarieta’prima sconosciuta.Ho imparato presto a rispettarli e a volerli sempre piu’ bene e mai mi sono pentito di questa mia scelta.

    bertino il 13/07/2012 alle 14:34
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  3. Ciao Maristella,

    complimenti per il racconto e rallegramenti per la felice conclusione della vicenda. Diceva Schopenhauer: “Chi non ha mai posseduto un cane, non può sapere che cosa significhi essere amato”. Al Capo probabilmente non leggono Schopenhauer, ma conoscono benissimo l’amore che lega un essere umano al proprio cane. Io il mio l’ho perso, definitivamente, due mesi fa e il mio racconto è un po’ più triste del tuo http://livesicilia.it/2012/05/15/lultima-carezza.

    Ancora complimenti e una carezza a Dafne.

    Vitogol il 14/07/2012 alle 10:11
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  4. che sfortuna, il mio SH non scodinzolava e forse per questo al CAPO nessuno mi ha aiutato?
    Può darsi….

    lufio apostolo il 15/07/2012 alle 19:30
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  5. Lufiio, le mie due moto le hanno rubate in via principe di Belmonte e in via Leonardo da vinci. Per dire.

    Aldo raine il 15/07/2012 alle 20:48
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  6. Allora altro che tramonto dei luoghi comuni. Direi alba del realismo….

    lufio apostolo il 15/07/2012 alle 22:24
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