i fatti dopo il ragionamento

Quando un riff di chitarra ti segna la vita

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8.46. Un amico di dipalermo mi invia un sms. “Ma Jon Lord lo conoscevi?”. Ogni tanto parliamo di musica. E lui, l’amico, si sorprende più che per la mia anima rock, che ci può stare, per i nomi delle band che ascolto e di cui lui non conosce l’esistenza (giuro, è un problema suo). E così per ricordare la buonanima di Jon Lord ha pensato a me, che parto dalla Costruzione di un amore di Fossati per finire travolto dalle sonorità più distorte.

Certo che conoscevo Jon. Eravamo grandi amici. “Ehi Jon, digli quante bevute ci siamo fatti assieme. A quante feste siamo stati. Io e quel pugno di amici strampalati. Quante volte ho imbracciato chitarre immaginarie davanti allo specchio mentre girava la tua Smoke on The Water. Mamma mia, quell’inconfondibile riff di chitarra. Quante volte lo abbiamo suonato assieme? A quindici anni come a quasi quaranta. Ehi, Jon diglielo. Quante volte mi hai dato l’energia per mandare affanculo qualcuno con la smorfia di rabbia disegnata sulla faccia? Quante volte? Una montagna di volte, caro Jon. Diglielo”

Ecco. Uno con cui hai condiviso tutto ciò merita un posto fra gli amici. E un amico mi concederà il lusso di parlare di musica. Di aggiungere, anche, qualche nota critica. Alla fine degli anni Sessanta Jon Lord ha fondato i Deep Purple. Sì, quelli di Smoke on The Water. Il fumo era quello dell’incendio di un edificio a Montreaux, l’acqua quella del lago di Ginevra utilizzata per spegnere le fiamme. I Deep Purple erano in Svizzera per registrare un album e assistettero alla scena. Nacque così Smoke on The Water. Piaccia o no, è un pezzo che ha avvicinato milioni di persone al rock. Quello duro. Ha segnato i gusti del pubblico e dunque i destini della musica moderna. Jon Lord ha avuto la capacità di dimostrare che si può partire da un organo, il suo hammond, per finire dove la musica picchia duro. E lo ha fatto non oggi, ma quarant’anni fa, quando si inventò un concerto per orchestra. Lo stesso concerto che ha riproposto a Palermo l’anno scorso. Che spettacolo. Perché la musica è una. Declinata in vari generi, ma pur sempre una e sola. Se poi hai scritto Smoke on The Water allora hai diritto a stare nell’Olimpo. Le note diventano eterne. Travalicano i confini spaziotemporali. Jon Lord aveva 71 anni e i capelli bianchi. Spero un giorno di potere suonare insieme a lui davanti allo specchio con un bastone per chitarra. E spero che avvenga, a Dio piacendo, quando i miei capelli diventeranno del colore dei suoi.

2 commenti

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  • 20 luglio 2012 08:48 Ero un ragazzino quando cominciai a strimpellare la chitarra e la prima canzone che mi insegnò un bravo maestro fu “La gatta”, di Gino Paoli: un giro di Do, è semplice e la conoscono tutti.
    L’indomani, con gli amici, imparai Smoke on The Water.
  • 20 luglio 2012 11:01 La sublimazione di Jon Lord, con tutto il rispetto per quel capolavoro che è Smoke on the Water, ricordato come hai detto tu giustamente per l’immortale riff eseguito da Blackmore, è in Child in time. In quel pezzo c’è tutto quello che un tastierista come me avrebbe sempre voluto essere, ma che non sarà mai. Ho eseguito nota per nota quella canzone (specie la versione Made in Japan) ma eseguirla è una cosa, inventarla un’altra. Insieme a Rey Manzarek, il migliore in assoluto.

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