i fatti dopo il ragionamento

Meredith e le regole del gioco

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Film Meredith | Blog diPalermo.it

Siamo tutti Meredith. Ti svegli la mattina ed aprendo il tuo profilo di Fb ti trovi inondato di post in cui si disserta su uno dei casi più scottanti dell’ultimo trentennio, appunto il barbaro assassinio di Meredith. E allora la mente ritorna ad uno dei problemi più annosi che il processo Meredith nasconde. Ma la Giustizia esiste ? E, soprattutto, l’uomo è in grado di assicurarla su questa terra?

Credo che il problema tocchi una serie di piani, difficilmente comparabili. La giustizia umana non è come quella, speriamo, divina. I giudici non sono Dio e, soprattutto, non devono esserlo. I giudici sono degli uomini come tutti che giudicano sulla base di un sistema, chiamato processo, che ha delle sue regole ben precise, che si distinguono da popolo a popolo, da cultura giuridica a cultura giuridica.

Ricordo che quando ero un giovane studente di giurisprudenza rimasi affascinato dalla definizione che dava del processo uno dei padri del diritto processuale civile, cioè Salvatore Satta. Il processo è uno strumento attraverso il quale si tenta di riprodurre un fatto passato creando una nuova realtà, che inevitabilmente si sovrappone a quella realmente esistita, sostituendosi ad essa.

Ma quando può avvenire tutto ciò ? Solo quando la società collabora ed aiuta il giudice nella ricostruzione della verità. E qui, a mio modesto avviso, si annida uno dei problemi più grandi di tutto il nostro sistema giudiziario, come in fondo di ogni sistema di questo genere. Il giudice decide sulla base delle prove che ha a disposizione. E le prove le fornisce la gente, attraverso le testimonianze o, in generale, la collaborazione per la ricostruzione della verità.

Ricordo uno dei primi interventi del neo procuratore di Palermo Lo Voi alla Giornata Europea della Giustizia: “I magistrati fanno e faranno la loro parte, ma senza l’aiuto della gente non possono fare quasi nulla…”. Quanti omicidi a Palermo restano irrisolti per l’omertà della gente? Quanti i processi per estorsione si sono conclusi in passato con l’assoluzione di soggetti che tutti pensavano colpevoli proprio per mancanza di prove.

Dicevano i latini, popolo da cui purtroppo non abbiamo preso la saggezza, soprattutto giuridica, “in dubio, pro reo”, cioè se non si ha la certezza della colpevolezza di un uomo non lo si può condannare. Ed anche tutti i discorsi sul fatto che la Giustizia venga garantita soltanto a chi ha più denaro sono frutto di un profondo equivoco di fondo. E’ indiscutibile che l’avvocato più bravo (ed ovviamente più costoso, in termini di parcella) garantisca una difesa tecnica di maggior pregio, ma il giudice decide sempre e soltanto sulla base delle prove che ha a disposizione. E un giudice con la G maiuscola seguirà soltanto quanto emerso nel processo, senza farsi suggestionare dalla bravura del legale che si trova di fronte.

Queste sono le regole del gioco, che piacciano o no. Ed è profondamente sbagliato parlare di Giustizia come se stessimo parlando di calcio o del festival di Sanremo.

La Giustizia è una cosa seria, ma non confondiamola con quella divina, perché faremmo una cosa blasfema ed offensiva della nostra intelligenza comune.

(Mario Conte è consigliere della terza sezione penale della Corte d’Appello di Palermo)


[ Immagine: dalla fiction tv "Amanda Knox" - Policy]

9 commenti

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  • 01 aprile 2015 09:53

    Parole sagge….troppo spesso i mezzi di informazione non spiegano correttamente che la realtà storica è una cosa e la realtà processuale è un’altra e che i giudici devono giudicare sulla base di norme approvate dal Parlamento. Sembrano concetti scontati, ma sono troppo spesso dimenticati….

  • 01 aprile 2015 09:57

    Finalmente! Pensieri simili sulla “giusta giustizia” sono stati ricorrenti in questi giorni. Grazie per questa sintesi sentita, ragionata e tecnicamente valida.

  • 01 aprile 2015 10:20

    Tutto vero. Ma se il giudice d’appello condanna e quello di cassazione assolve è evidente che uno dei due sbaglia di grosso. E perchè devo dare per scontato che abbia ragione quello dell’ultimo grado di giudizio? Perchè devo pensare che il giudice d’appello non abbia valutato le prove con il massimo rigore e la massima competenza tecnica?

  • 01 aprile 2015 16:02

    Peccato che in questo caso il.processo è finito come è finito prrche’ è oramai abitudine delle.procure andare avanti sempre e cmq sulla strada intrapresa all’inizio anche se nel corso della attività investigativa e processuale emergono fatti e prove che dovrebbero portare non solo un giudice ma anche una semplice persona di buon senso a fermarsi e tornate indietro. Ma questo non è argomento di discussione per talune procure arroganti e presuntuose !

  • 01 aprile 2015 20:47

    Tutto vero, tutto tecnicamente ineccepibile. Però i fatti sono che l’unico colpevole, secondo la (cosiddetta) Giustizia, è l’unico fesso che ha patteggiato: il “povero negro” mal consigliato dai suoi avvocati che si è rimesso alla clemenza della Corte non essendo assistito da Principi e Principesse del Foro. Se Guede è stato condannato per “omicidio in concorso con altri”, vuol dire che c’è almeno un colpevole impunito. Oppure, vuoi vedere che la povera Meredith si è suicidata e che Guede l’ha solo assistita ?

    Un altro appunto: il primo periodo.

  • 02 aprile 2015 00:23

    dopo tanti (troppi) anni di attività non ho più alcun dubbio : buona fede o meno di chi l’amministra,la giustizia è roba per ricchi. L’avvocato bravo non vince il processo perché influenza il giudicante ( non solo), ma solo perché conosce il diritto e il processo. L’avvocato ignorante ( e ce ne sono tanti) perde la causa perche è una capra, non studia, e tende solo a guadagnarsi la pagnotta . Questo è uno dei tanti effetti della liberalizzazione e dell’abolizione delle tariffe. Certo un avvocato che ti chiede 35000 euro per una istanza di scarcerazione o un riesame non se lo possono permettere tutti ….

  • 02 aprile 2015 03:10

    Quanti Processi finiscono nel nulla per “la bravura degli avvocati?”.Gli avvocati hanno un ruolo molto importante in un Processo .Sono bravi a far diventare nulle le prove di colpevolezza ,o le testimonianze della gente

  • 02 aprile 2015 22:12

    Condivido in toto il ragionamento del Dottor Conte, cosi’ come penso che allorquando un processo assurge ad essere processo mediatico, in un sistema come il nostro certamente perfettibile ma assolutamente non perfetto dove la gente difficilmente offre le prove mancanti in un processo,inevitabilmente l’approccio del grande pubblico è parificato a quello dello stadio e di ogni altra platea fisiologicamente divisibile in fazioni opposte di pensiero o colore. Ed il giudice, ci si chiede, è o non è anch’esso uno spettatore? Una Bella domanda! Ovvio che le nozioni dottrinali ci dicono che il Giudice valuta sulla scorta degli elementi probatori presenti nel processo e quindi il giudice è super partes; la realtà ci dice purtroppo che ciò avviene allorquando il giudice è con la G maiuscola grande, il che equivale a dire che non tutti meritano la g grande e sopratutto che non tutti ricordano il principio giuridico e di civiltà “in dubio pro reo”. D’altronde ci sarà pure un motivo se i legali di Sollecito hanno parlato di errori grossolani della sentenza, riferendosi, uno su tutti, alla traccia al luminol di succo di frutta scambiata per sangue! E’ vero il processo è una cosa seria e chi ha fiducia nella giustizia terrena, nell’amministrazione della giustizia, non può e non deve pretendere dal giudice un giudizio pari a quello divino, sarebbe blasfemo, sarebbe appunto pretendere troppo, basterebbe che il giudice svolgesse quanto a lui demandato ….già sarebbe tanto, quasi divino! Ci si è mai chiesti in cosa si traduce nella vita di una persona se per puro caso un giudice, anche per un solo attimo, dimenticasse alcuni basilari principi, quali in dubio pro reo, condannando chi realmente è assolutamente innocente? un conto è la riproduzione di un fatto passato creando una nuova realtà, che inevitabilmente si sovrappone a quella realmente esistita e che si sostituisce ad essa, un’altro conto è valutare basandosi su un travisamento generale dei fatti…..non si riproduce un fatto passato, si crea direttamente un fatto totalmente nuovo estraneo alla vita e all’esistenza della persona che dietro il banco di imputato impazzisce nel vedersi addossato responsabilità per un fatto estraneo a se , alla sua cultura e alla sua esistenza! Eppure anche quella è una sentenza ed è un dovere giuridico, oltre che morale, se si è in un paese civile e democratico, rispettarla e laddove non è condivisibile tentare, seguendo le indicazioni dell’ordinamento giuridico, il tutto e per tutto per ripristinare in primis il fatto e poi la verità…impresa difficile, ma si dimostra di essere ciò che si è realmente nella vita e non come ci si è descritti in una sentenza…..In un paese civile ci si può ritrovare a condividere con il proprio giudice naturale che ti ha condannato, valutazioni generali altamente qualificate su argomenti che hanno riempito intere pagine dei quotidiani negli ultimi giorni, così come sta accadendo oggi a me….e può capitare, come sta accadendo a me, di essere consapevole che quell’opinione è talmente qualificata e tecnicamente ineccepibile che non riesci proprio a capacitarti come quella persona, anche per un solo giorno nella sua vita professionale, abbia commesso un clamoroso errore nel non riuscire a cogliere l’essenza di un fatto palesemente infondato in netto contrasto alla vita familiare e sociale di un giovane, quale sono io. Almeno Sollecito potrà dire d’avere avuto alla fine giustizia, io no!

  • 11 aprile 2015 09:49

    Condivido questo articolo del giudice Conte. Nell’opinione pubblica aleggia una certa astrusità nel comprendere il ruolo delle prove scientifiche nel processo penale e, secondo il mio modesto parere di tecnico (sono un genetista forense), queste difficoltà tradiscono alcune fragilità e debolezze con cui le prove scientifiche vengono portate in un processo.
    I processi come quelli di Meredith e Yara Gambirasio fanno emergere i limiti e le distorsioni che le prove scientifiche subiscono nel processo penale italiano. Spesso, quando l’attività investigativa è carente (come nel caso “Meredith” e i ben noti problemi di repertazione del “gancetto del reggiseno”) o è mal diretta (a mio avviso nel caso di “Yara Gambirasio” la scelta investigativa di tipizzare un intero paese è quanto meno singolare) le prove scientifiche rischiano di perdere il loro contesto o si ergono in modo sproporzionato sulle attività investigative. La difesa di Sollecito e quella di Knox hanno il merito di avere evidenziato alcune di queste contraddizioni e, da alcuni anni, nei congressi scientifici di genetica forense si parla sempre più spesso di delitti come questi, delitti che fanno emergere le incoerenze sull’interpretazione della cosidetta prova scientifica.
    Mi piace l’idea del Prof. Fatta del processo come strumento per fare rivivere un fatto passato e del giudice che aiuta a “leggere” questa storia. Nella dinamica di un processo, quando devono essere risolte questioni complesse, il giudice si avvale di un perito con specifiche competenze tecniche. Il giudice formula un quesito cui il perito che deve rispondere applicando il metodo scientifico. Altre volte, il perito, può servire a comprendere le indagini analitiche svolte nell’immediatezza dei fatti dalla polizia giudiziaria e dai reparti di polizia scientifica. Talvolta il dispositivo che inserisce la prova scientifica nel processo diventa paradossale perché, da un punto di vista tecnico, non è semplice per un magistrato formulare correttamente domande su tematiche complesse. Se la domanda diventa troppo semplice o generalista, si rischia di conferire al perito una carta “in bianco”, che attribuisce al perito responsabilità che non dovrebbe sostenere.

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