i fatti dopo il ragionamento

Gli spari di Milano e il mio mestiere di giudice

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Tribunale Milano | Blog diPalermo.it

Un giorno di ordinaria follia. Un bollettino di guerra. Un uomo uccide tre persone facendo fuoco con una pistola. Sembrerebbe un regolamento di conti abbastanza ordinario per i nostri tristi scenari, se non fosse che il killer ha commesso il fatto all’interno del palazzo di giustizia di Milano e due tra le vittime sono il suo giudice e il suo legale.

Ma com’è possibile che un imputato (o un cittadino qualsiasi) possa entrare armato in un palazzo di giustizia, che dovrebbe essere i posti più sicuri del mondo, dopo le caserme? Il quesito ti rimbomba in testa e te lo chiedono un po’ tutti, parenti ed amici, pensando che tu, in un palazzo di giustizia, addirittura a Palermo, baluardo nella lotta alla mafia, ci lavori ogni santo giorno, nel mio caso come giudice.

Ma siamo davvero al sicuro? La ragione ti suggerisce di sì, l’esperienza ti porta a dire di no. Perché lo sanno tutti che i controlli sono fatti dagli uomini. E anche i crimini lo sono. Dispiace ammetterlo, ma quello che è successo a Milano poteva tranquillamente accadere a Palermo, dove non basta pensare che con un piano da sei milioni di euro, che consiste in un’enorme protezione di (udite, udite…) plexiglas si possa garantire l’invulnerabilità del palazzo di giustizia e la sicurezza delle migliaia di operatori che vi lavorano dentro almeno 16 ore su 24.

Questi fatti sono figli della nostra società, in cui si pensa sempre che le regole le debbano rispettare solo gli altri, perché solo per gli altri sono fatte, mentre noi possiamo sempre cercare delle scappatoie per evitare file o controlli. E non dobbiamo scandalizzarci se succedono queste cose, quando siamo i primi ad imbronciarci se troviamo una fila ai controlli del metal detector e proviamo sempre a trovare il tutore dell’ordine compiacente che ci fa passare senza controlli, dando lo spunto a gente malata di partorire l’idea che anche all’interno di un palazzo di giustizia, in fondo, una pistola si può fare entrare.

Questi fatti ci devono portare a riflettere. Perché non ci possiamo più permettere di fare gli spettatori. Questa non è l’Isis. Questa è la disperazione di una società totalmente persa, negli uomini e nei valori. E se non vogliamo che questa deriva prosegua dobbiamo impegnarci in prima persona, cominciando a rispettare, in maniera silente ma ferma, tutte le regole, anche le più odiose e fastidiose, che ci fanno perdere del tempo ma servono a garantire l’ordine. Diamo un esempio che possa scoraggiare chi vive nel dispregio delle regole.

Diceva Indro Montanelli: “Anche quando avrremo messo a posto tutte le regole, ne mancherà sempre una: quella che dall’interno della sua coscienza fa obbligo a ogni cittadino di regolarsi secondo le regole”. E se non vogliamo farlo per noi, facciamolo almeno per i nostri figli. Che non meritano di vivere in uno scempio del genere.

(Mario Conte è consigliere della terza sezione penale della Corte d’Appello di Palermo)

5 commenti

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  • 09 aprile 2015 17:20

    Diamo l’esempio chi? Noi poveri fessi che crediamo in una società migliore? Il delinquente delinque per natura ed è assurdo pensare che un pinco pallino qualsiasi possa entrare una pistola all’interno di un’edificio super vigilato.
    Questa non l’isis…appunto. Da qui si vede il livello di sicurezza che una nazione come la nostra, continuo zimbello dell’Europa, mostra di avere con tanti bla, bla e bla.
    Uno Stato che pensa solo a tagliare e togliere i mezzi alla sicurezza.
    Adesso sto sentendo nei vari TG solo una carrettata di eresie per cercare il caprio espriatorio di quest’altra disfatta.

  • 09 aprile 2015 17:51

    Tutto è evitabile, e tutto è prevenibile. Soprattutto col senno del poi.
    Siamo tutti possibili bersagli, in qualunque situazione. Ieri in aereo, oggi al Palazzo di Giustizia, domani chissà in banca o all’ufficio postale. Ed anche quando tutti noi avremmo dato l’esempio rispettando tutte le regole, accadrà qualcosa, che prima ci sembrava impossibile , e che ci costringerà ad innalzare ancora, sempre di più, l’asticella della sicurezza. Insomma uno stato di allerta permanente, anzi, una condizione esistenziale. Mi domando quanto possa reggere, in queste condizioni, una collettività.
    Ennio Tinaglia

  • 09 aprile 2015 21:32

    Caro Mario condivido parola x parola e condivido prima di tutto con i fatti: ostinandomi ogni giorno, quando i carabinieri all’ingresso mi dicono “non si preoccupi dottoressa entri pure” a lasciare egualmente la mia borsa sul nastro e perdere quel minuto in più per andare in udienza, un minuto che non cambia la vita a nessuno, neppure agli imputati che mi aspettano, e che tuttavia può’ servire a far comprendere che anche un piccolo gesto di rispetto di una regola comunque stabilita può contribuire a creare quel clima di fiducia in un sistema di valori condiviso senza il quale non si può andare da nessuna parte. Purtroppo constato che molti nostri colleghi non fanno seguire alle parole i fatti e quasi quasi si offendono se vengono richiesti di sottoporsi alla stessa trafila.
    È’ la coerenza nei comportamenti – dal più insignificante, come questo, al più grande – l’unico baluardo contro il degrado culturale ed etico del nostro tempo che sta letteralmente divorando le nostre stesse coscienze.

  • 10 aprile 2015 11:09

    Condido pienamente, ma fino a quando noi operatori di giustizia continueremo a farci la guerra, continueranno a succedere queste cose. Quando riusciremo a capire che magistrati, avvocati e forze dell’ordine perseguono lo stesso fine e cioè l’applicazione corretta delle leggi scritte in modo orrendo dai nostri governanti?
    Se gli avvocati addossano le colpe dei loro insuccessi sui giudici, i giudici continuano a sminuire il lavoro degli avvocati trattandoli alla stregua dei delinquenti, le forze dell’ordine continuano a calpestare le più elementari norme di diritto offrendo un esempio poco edificante di applicazioni delle leggi, i delinquenti si sentiranno autorizzati a delinquere e i cittadini che riterranno di aver subito delle ingiustizie si sentiranno autorizzati a farsi giustizia da soli.
    Logicamente non bisogna generalizzare.

  • 10 aprile 2015 13:19

    Siamo sempre portati a pensare, anche perché è più comodo farlo, che i pericoli provengano unicamente dall’esterno, dal di fuori, da qualcosa che sia estraneo ed altro da noi…così erigiamo barricate da milioni di euro intorno ai palazzi di giustizia oppure creiamo cabine di pilotaggio inaccessibili ed inattaccabili dall’esterno! Senza pensare mai che i maggiori pericoli, quelli cui non riusciamo quasi mai a fare fronte, sono quelli che provengono dall’interno…ad iniziare dai nostri comportamenti, che con disprezzo delle regole (quelle servono soltanto per gli altri!) rompono costantemente gli schemi, come la regola delle regole, del “rispetto di ogni regola”, finendo per corrompere l’intera struttura sociale.

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