i fatti dopo il ragionamento

Non è Gaza, è Ballarò

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La mia storia d'amore con l'Albergheria attraverso vicoli, facce, negozi. E un paio di vecchie scarpe che diventano metafora di un quartiere sventrato e tradito. È vero che chi ama davvero deve prepararsi alle aspettative deluse. Ma anche gli inganni devono avere un limite Scarpe | Blog diPalermo.it

Ho avuto la grazia e la dannazione di crescere nel quartiere dell’Albergheria di Palermo. Dico grazia e dannazione nella pretesa, non so fino a che punto realizzabile, di mettere d’accordo due sentimenti antitetici; perché la grazia, realisticamente, sfumi in dannazione e viceversa. Non è un azzardo nuovo, questo. È una presa di coscienza. Qualcuno lo chiama amore, con tutte le sue inevitabili contraddizioni. Se non c’è rosa senza spine, non c’è amore senza bagliori di euforia che, regolarmente, si traducono in abbagli, inabissamenti nel tormento; chi ama davvero si prepari alle aspettative tradite e alle riconciliazioni festanti, sempre suscettibili di nuovi screzi.

La mia storia d’amore con l’Albergheria, che molti semplificano in Ballarò (la toponomastica soccombe sempre alla consuetudine d’uso: è più comodo chiamare un intero quartiere col nome della sua piazza più nota) potrebbe cominciare da innumerevoli dettagli. Un vicolo che per qualche motivo mi fu caro, una faccia o una parlata che, per ragioni che ho dimenticato, mi entrarono nell’anima. Ma il tempo e lo spazio sono caini; così mi accontento di parlarvi di un paio di scarpe. Più d’uno, in verità. Le calzature cui mi riferisco si trovavano appese all’ingresso di una bottega che faceva misera mostra di sé all’uscita di via San Nicolò All’albergheria, un budello dove ho abitato per anni, una vescica di tufo insospettabilmente ricca di palazzi nobiliari settecenteschi.

Domini e demiurghi del negozietto erano due fratelli vecchi e pesti come le calzature che esponevano. Antipatici e aspri come la seconda guerra mondiale che quelle scarpe avevano calpestato. E, sia detto, altrettanto malinconici. Non c’erano, allora, molti altri riciclatori di suppellettili o indumenti storici in quel dell’Albergheria. Se ti incuriosivano gli anfibi militari, i sandaletti da colonia marittima destinati agli adolescenti della Gil, gli scarponi sopravvissuti alle temperie della campagna di Russia, i mocassini di vernice scricchiolante o i tacchi delle signorine che traballavano verso l’aurora incerta del dopoguerra, era lì che dovevi andare a sbattere le corna: dai fratelli antipatici.

Ecco i primi vagiti di un quartiere che aspirava a essere mercato dell’usato per cultori di quel che fu. Una lallazione tenera, che, ahimè, ho ritrovato sguaiata, feroce, nel mio più recente ritorno a Ballarò, pochi giorni fa. I vecchi delle scarpe non ci sono più, come natura umana vuole. Ma il loro negozietto, come decadenza galoppante pretende, si è prolassato. Si è allargato come un’ernia purulenta, estendendosi da via Albergheria fino a piazza Napoleone Colajanni. Ed è un’altra cosa. Della colorita acrimonia dei vecchi delle scarpe non è rimasto nulla.

Dico poco del già tanto che è noto alle forze dall’ordine: quell’area è diventata un mercato nero di merce destinata ai cassonetti o di roba altrui, rubata ed esposta con il patetico espediente dei topi d’appartamento. Ciò che era intero è sparpagliato in pezzi, irriconoscibili a uno sguardo distratto, ma rimontabili nell’evenienza di un acquirente interessato. Gli imbonitori inscenano la pantomima melliflua di chi s’industria a spacciare azzannando il cliente alla prima titubanza. Tutt’intorno, quel che era stato asfalto o basolato è ridotto in trincea fradicia di percolato, fogne sventrate delle quali non so spiegarmi la ragione né lo smottamento che le ha provocate.

Poco tempo fa ho visto un documentario sulla striscia di Gaza e, nel tornare a Ballarò, ho elucubrato su connessioni che non mi va di approfondire, soprattutto per rispetto di chi muore davvero e non si contorce, da ladro, per sopravvivere, e da cliente per non soccombere alla crisi. Ma là c’è la guerra e l’autorità è un fantasma amato da nessuno. All’Albergheria – la mia, la nostra Albergheria – che cosa è successo?

5 commenti

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  • 09 aprile 2015 09:22

    Complimenti, davvero.

  • 09 aprile 2015 10:33

    Concordo in pieno con l’autore del pezzo: da circa 5 anni abito proprio in via San Nicolò all’Albergheria. E come essere nel far west: nessuna legge, nessuna regola. Ognuno fa ciò che gli pare. Eppure adoro vivere lì.

  • 09 aprile 2015 10:42

    Bellissimo. Grazie.

  • 09 aprile 2015 11:55

    Io ci sono capitato per caso in quel quartiere qualche anno fa. Venivo a piedi dall’Università, ben vestito, andavo alla Marina.
    Ho sempre avuto il gusto di infilarmi nei vicoli delle città che non conosco, per conoscere le città e chi ci abita.
    La mia cultura sicula mi ha permesso di muovermi senza pericoli o problemi particolari in quel regno così pieno di magrebini e orientali da sembrare una Kasbah. Chi entra in quel luogo sa cosa cercare e sa cosa trovare. Altrimenti è babbo e ne paga le conseguenze.
    Le regole non sono quelle dello Stato, ma quelle del mondo, (permettetemi lo scivolone) da che mondo è mondo.
    Si può invocare la presenza dello Stato moderno, o semplicemente viverle.
    Non so quale cultura o legge sia migliore.

  • 11 aprile 2015 07:45

    In quale via, vicolo, piazza della città regna la legalità? Scrivetelo, fatelo sapere, tracciate una mappa incerta che conduca a queste oasi, magari noiosissime, ma tanto tranquillanti per la nostra buona coscienza borghese che ha smarrito il glossario del quotidiano…

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