i fatti dopo il ragionamento

Palermitano, giù la maschera

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La vera anima della città fra pigrizia, indolenza, furbizia e inaspettati slanci di solidarietà. Vera e disinteressata. Come quella di Giancarlo Lo Porto. Che ha pagato con la vita la sua scelta di non restare indifferente di fronte alla sof Giovanni Lo Porto | Giovanni Lo Porto | Blog diPalermo.it

Siamo strani, noi palermitani. Agli occhi di uno che ci guarda da fuori, di un forestiero, possiamo risultare persino simpatici. O affascinanti. Al peggio, incomprensibili. Il guaio è quando risultiamo incomprensibili anche a noi stessi. Di sicuro, c’è la tendenza ad essere presuntuosi, non si sa bene in virtù di quale superpotere legato al luogo natìo. E poi cinici. Indifferenti. Capaci non solo di omertà, che in fondo è dettata dalla paura, ma anche di girarci dall’altra parte scegliendo di non vedere. Perché vedere impone di reagire. E quindi agire. E il palermitano, si sa, per natura è lagnusu, pigro.

Siamo strani anche nelle nostre chiavi emotive. Per come reagiamo rispetto a quello che ci ruota intorno. Siamo quelli che se uno è scuro di pelle, qualunque sia la sua reale provenienza, diventa automaticamente turcu. Detto neppure con disprezzo, proprio con superiorità intellettuale, non etnica o di razza. Perché razzisti non lo siamo, quello no, vivaddio. Lo abbiamo dimostrato, una volta di più, proprio la scorsa settimana.

Nei giorni scorsi il Centro Astalli di Palermo, che da anni è in prima fila nell’assistenza a migranti e rifugiati, ha lanciato un appello affinché si reperissero generi di prima necessità per poter assistere le persone arrivate con gli ultimi sbarchi dall’Africa. Vestiario, cibo, medicine. Tutto. Ecco, sapete che ha fatto il palermitano che prima tacciavo di pigrizia e indifferenza? Ha risposto subito, di slancio. Di cuore. Ha sommerso il centro di ogni genere di cose. Paolo Guttadauro, referente dell’iniziativa, nello spazio appositamente creato su Facebook, scrive che non riesce più nemmeno a rispondere alle centinaia di telefonate che ogni giorno gli arrivano, da Palermo ma anche dal resto d’Italia e d’Europa, da persone che chiedono come e dove far pervenire materiale utile.

Si, siamo gente strana. Siamo quelli abituati da sempre a convivere con ruberie di ogni tipo, di piccole e grandi illegalità diffuse che tolleriamo o facciamo finta di non vedere. Eppure, non è vero che non ci sappiamo più indignare e che non sappiamo reagire: a ottobre scorso ai bambini ammalati di cancro ricoverati all’ospedale Civico vennero rubati i giocattoli: per settimane vi fu un’adesione spontanea con una raccolta di giocattoli talmente ampia che si riuscì a rifornire le ludoteche di tutti gli ospedali pediatrici della città e persino delle associazioni operanti nel mondo dell’infanzia.

E che dire poi della cultura? Vai a capire se siamo veri o finti. Profondi o intollerabilmente superficiali. Qual è il vero volto dell’anima palermitana? Quello dell’alta borghesia e della Palermo bene vagamente ipocrita e superficiale, molto attenta ad apparire? Quello dei figli dell’evento del momento cui non si può mancare e che fa a gara per sfoggiare abiti firmati alla prima di una mostra, come la caustica penna di Sandra Figliuolo descrisse qualche settimana fa proprio su diPalermo.it? O siamo piuttosto il volto dei tanti piccoli e grandi operatori culturali cittadini, di appassionati con e senza velleità artistiche, di peones e dilettanti e talvolta anche di talenti puri che hanno autentica passione per l’arte e la cultura, come per esempio i quattordici editori locali che si sono riuniti per organizzare incontri, dibattiti, presentazioni di libri per tentare di fare cultura in una città in cui i contributi pubblici sono sempre di meno?

È una vita che cerco di capire l’anima di questa città. Guardando la realtà intorno a me con occhi prima di bambino, poi di ragazzo sognatore e incazzato e come tutti i ragazzi convinto di cambiare il mondo pur sapendo che il mondo non si cambia. E figurati Palermo, allora. Poi però, inaspettatamente, viene fuori la storia di questo ragazzo, Giovanni Lo Porto detto Giancarlo. Era un palermitano che se la regola è quella che tra il serio e faceto ho descritto prima, rappresenta l’eccezione. Uno di quelli che quando oscilli tra incazzatura nera e rassegnazione sulle sorti di questa città, ti fa dire: eppure ci sono anche questi uomini e queste donne.

Giancarlo era un palermitano che non è mai stato pigro. Né indifferente. Che non si è mai voltato dall’altro lato di fronte alla sofferenza o alla povertà di gente pur lontana da lui per cultura e provenienza. Era un ragazzo che veniva da un quartiere difficile di Palermo, lo Sperone, che si è sempre dato da fare nel volontariato, è andato all’università a Londra, e che dopo laurea e master è andato in Pakistan a fare il cooperante per dare una mano. Finché non lo hanno rapito quelli di Al Qaeda. Anni di attesa, angoscia, speranze. E infine, un drone presunto intelligente e invece scemo che lo uccide durante un’operazione anti-terrorismo. Sì, Palermo è anche lui. Giovanni Lo Porto detto Giancarlo. Onore a lui.

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