i fatti dopo il ragionamento

Quando conobbi il Grande Torino

di

Superga 0405 | Blog diPalermo.it

Quella mattina mia madre non aveva avuto bisogno di tirarmi giù dal letto, mi ero alzato di buonora perché mio fratello Vladimiro mi aveva promesso di portarmi al “Sicilia del Popolo”, che era il giornale per il quale aveva cominciato a collaborare come giovane, giovanissimo (appena 18enne) praticante: “Domani mattina – mi aveva detto – fatti trovare pronto alle 8 in punto che ti porto al Giornale… Mi raccomando, vestito a modo: dillo alla mamma, che ci pensa lei”.

Non chiusi occhio quella notte: finalmente mio fratello si era deciso a mantenere una promessa che risaliva ad almeno un mese prima. Avevo solo 8 anni ma già ero pazzo di lui; per me non era solo un fratello ma un vate, un maestro, un esempio da emulare, una guida. Me ne accorsi subito che lui era diverso dagli altri, quando parlava, quando recitava le poesie a memoria, quando leggeva a voce alta i brani preferiti del “Cuore” di Edmondo De Amicis. Lui leggeva e io piangevo lacrime di commozione e d’amore. Commozione per le gesta degli eroi del libro deamicisiano e amore per lui che ci metteva tanta passione da gonfiarmi il cuore di un’indicibile tenerezza.

E poi c’era una cosa che mi faceva uscir di testa: era un quadernetto nero sul quale lui si accaniva per ore a scrivere, poi leggere e poi riscrivere e poi rileggere. E, alla fine di tutto, apriva il cassetto della scrivania della saletta d’ingresso della casa popolare dove abitavamo (e che lui aveva praticamente requisito per farne il suo studio privato) e ve lo cacciava dentro. Poi sigillava il tutto con un chiavistello richiuso a doppia mandata.

“Che cosa nasconde Vladi in quel quadernetto nero?”, mi chiedevo bruciando di curiosità, ma per quanto mi prodigassi non c’era modo di svelare quel mistero se non con la mia fervida immaginazione: “Che scriverà di così segreto in quel quadernetto per tenerselo tutto solo per sé?”.

E mi consumavo di curiosità irrisolta che, pur liberando la mia sfrenata fantasia, anziché scemare aumentava di giorno in giorno. Finché giunse quel 5 maggio del ’49 e io alle 8 in punto ero già bell’e pronto, vestito a festa e “mangiato”, come mi aveva raccomandato lui. Fremevo per l’emozione e andavo su e giù dalla saletta alla cucina, aspettando Vladimiro che stava finendo di far colazione. Mi trovavo nella saletta, davanti alla porta d’ingresso, e fu da lì che sentii un urlo: “Nooooooo!!!!” e il tonfo sordo di una sedia sbattuta contro la parete.

Mi precipitai verso la cucina, dove mi raggiunse la voce gracchiante della radio che parlava di una sciagura, di tanti morti, di grandi giocatori, scatenando nella mia testa più confusione che altro. Appena affacciatomi sulla soglia della cucina, vidi Vladimiro di spalle, lo sentii singhiozzare disperatamente, ogni tanto lanciava quel “No…Noo…Nooo…Nooo…!!!”, lungo e spezzato più volte: era letteralmente abbrancicato a mia madre, che gli sussurrava paroline così dolci che avrebbero consolato chiunque ma che su di lui non sembravano produrre effetto alcuno.

D’improvviso Vladi si girò e io, vedendo il suo volto inondato di lacrime, proruppi in un pianto fragoroso; si scosse, si sciolse dall’abbraccio della mamma e mi venne incontro. Mi abbracciò e, tra i singulti, mi disse: “È caduto l’aereo che riportava a Torino la più grande squadra del mondo”. Disse proprio così: “La più grande squadra del mondo”. E poi, dandomi un buffetto sulla guancia come a voler placare il mio pianto, aggiunse: “Sono morti i più grandi giocatori del mondo, capisci, Benni, che tragedia?”.

Io capivo, ma solo perché me lo diceva lui: ero un bambino e già fantasticavo, per colpa e merito suo, della favola del pallone, che si era già preso i pensieri e i momenti più belli della mia vita… Ma che Bacigalupo, Mazzola, Menti, Loick, Maroso, Castigliano, Grezar e tutti gli altri fossero il Grande Toro, ovvero la più bella squadra del mondo, come potevo saperlo? Me lo disse lui, quella mattina e poi me lo spiegò, ed ebbe una pazienza indicibile nel raccontarmi perché quei giocatori erano speciali.

Quella mattina Vladi non mi portò al giornale, ma fece di più e di meglio: aprì quel famoso cassetto e tirò fuori quel quadernetto nero con la copertina zigrinata e cominciò a leggere. Erano le 8 del mattino.

Ancora oggi, 66 anni dopo, il ricordo della sciagura di Superga mi rimescola il sangue e me lo fa affluire a ondate verso il cuore e ripenso a come quella mattina del 5 maggio mi segnò per la vita. Mi indicò la strada, che ancora percorro: ora è dritta come una spada, ora tortuosa come una serpe, ma è la mia strada ed è la sola vita che sono stato capace di vivere senza mai vergognarmene.

4 commenti

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  • 06 maggio 2015 09:44

    Era il 1997 e per motivi di lavoro andavo a Torino per la prima volta. Dopo pochi giorni i giovani colleghi torinesi mi chiesero cosa avessi visto della città. Nulla risposi, trasloco, lavoro, la spesa ecc. Mi diedero appuntamento per la domenica successiva per fare un primo giro della città. Senza dire nulla, mi portarono in collina a Superga per rendere omaggio al grande Torino: per i torinesi quello è il primo luogo da visitare per chi non conosce la città. Conoscevo a grandi linee la storia, ma ancora oggi ricordo come i miei colleghi, ragazzi di 27/28 anni, raccontassero commossi tutta la storia nei particolari. E la lapide ovviamente ha sempre fiori freschi.

  • 07 maggio 2015 07:49

    Grande Benvenuto. Come sempre, nei tuoi scritti la distanza tra la penna e il cuore è impercettibile. E mi sorprende come qui ci si possa accanire sui soliti argomenti, dal sinnacollanno al sesso delle arancine/i, e quasi non degnare di un commento un pezzo come questo, scritto con maestria e denso di emozioni. Grazie all’autore per questo regalo.

  • 08 maggio 2015 10:26

    Grazie, Vitogol: le tue parole mi riconciliano con questi tempi grami e freddi che non consentono le emozioni forti. Se no, come dici tu, qualche altro commento avrei dovuto leggerlo in calce a questo articolo. Ma va bene così, perché, come dice il poeta “Ciascuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole… Ed è subito sera”.

  • 09 maggio 2015 13:06

    Mi scuso, ma cambia il senso. Ed è quella che preferisco in assoluto.
    Massima ? Poesia ? Sintesi filosofica dell’esistenza di un uomo ?
    Ognuno sta solo sul cuor della terra
    trafitto da un raggio di sole:
    ed è subito sera.

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