i fatti dopo il ragionamento

Lei vuo’ fa’ l’americana

di

Il supermercato aperto 24 ore su 24 per esaudire il mio sogno di bambino di vivere a New York, la spesa con mia moglie a mezzanotte e una breve chiacchierata col cassiere per capire che Palermo, in fondo, non potrà mai essere ciò che non è 7eleven | Blog diPalermo.it

C’è una cosa che voglio dirvi di me, sempre che v’interessi. Non sono mai stato contento di vivere dove sto. Beh, dire mai forse è esagerato. A tratti. Mettiamola così: sono andato avanti tra fastidio e amore (o meglio: curiosità) a corrente alternata. Con una sottotraccia di ansia (paura?) a getto continuo.

Fin da quando ero piccolo, ho sentito il bisogno di difendermi da quel che mi circondava in casa e fuori di casa. Dice il saggio: quel che non puoi sconfiggere, fattelo amico. Così ho coltivato, piano piano, zitto zitto, il vizio di immaginare che Palermo non fosse Palermo, ma un un’altra città. Dovendo scegliere un eccitante surrogato che infiammasse la mia fantasia – il mio riparo d’emergenza – ho deciso senza indugi. Mi sono detto: “Sto a New York” (avrò avuto 8-9 anni).

Ripeto: mi sono detto. Ci sono cose che ti tieni dentro, te le coccoli, non vai certo a sbandierarle in giro. Specialmente quando le conseguenze potrebbero essere varie e imprevedibili: un buffetto sulla guancia o una pacca sulle spalle (bene che vada). Un T.S.O., se la situazione ti prende la mano.

Nei miei primi anni a Palermo da alieno che in realtà era convinto di aggirarsi per New York (e qui Sting sarebbe uno di quelli che mi darebbero una compassionevole pacca sulle spalle), avevo scovato persino uno scenario attendibile. Si chiamava “The New York Place”, una pizzeria a piazza Vittorio Veneto (sempre qui, non a Roma) che pareva fatta apposta; un bocconcino della Grande Mela caduto fra noi per soddisfare le mie vaghezze. Giuro: un locale americano gestito da gente – come avrei scoperto in seguito – che in America c’era stata. Nemmeno il tempo di godermelo, che ci ammazzarono dentro una manciata di persone in un agguato mafioso. La vicenda non tocca a me raccontarla: è entrata negli annali di Cosa nostra. Non criticatemi, adesso. Nonostante l’accaduto – anzi, a maggior ragione – continuai a pensare: “Ma che Palermo. Siamo a New York”.

Poi mi è passata. Fino alla scorsa settimana, quando ho saputo che in città stavano per aprire il primo “seven/eleven”. Traduco per i non esterofili: trattasi di supermercato con orari di accesso al pubblico a noi inediti. Saracinesche alzate dalle sette di mattina alle undici di sera. E, in alcuni casi, sempre. A orario continuato, anche per tutta la notte. Come oggi da noi. Che è una cosa newyorkese; più newyorkese di così non si può. Ecco perché alla modesta proposta di mia moglie (“mi accompagneresti a comprare una tanica di acqua distillata per il ferro da stiro?”), sono scattato: “Certo amore! Stanotte. Al seven/eleven… anzi h24 di via Libertà!”.

Non vi racconto lo svolgersi dell’esperienza. Soltanto il finale. Nel supermarket in questione, allietato da musica pop sognante (era quasi mezzanotte), avevamo appresso un carrellino con la famigerata acqua distillata, un paio di confezioni di salviettine struccanti (di mia moglie, non mie…) e qualche rotolo di carta da cucina. Ma abbiamo lasciato tutto lì. Avremo dovuto fermarci alle casse, però le abbiamo superate bellamente (e un po’ sconfitti) a mani vuote. Siamo tornati in macchina. In seven minuti ed eleven secondi eravamo di nuovo a casa. Questo perché nella Palermo che imita New York è bene non capitare nel primo supermarket notturno sul far della mezzanotte.

“Spiacenti, ma dovete aspettare un quarto d’ora per pagare. Le casse chiudono ora e riaprono alle dodici. Questioni fiscali”. E’ quanto ci ha spiegato un solitario (e già scazzato) commesso che di colpo mi ha mosso a compassione. Proprio come la merce esposta e mal stipata sugli scaffali (più da supermarket dell’Est che degli Usa). “Ma posso offrirvi una Coca Cola nell’attesa. O un’aranciata fresca!”, ha aggiunto, facendo l’americano. E qui ho ceduto. Ho dovuto abbandonare il posto, con le lacrime agli occhi. E ancora me le asciugo nel constatare che non ho mai vissuto a New York, ma soltanto, miseramente, a Palermo.

Un momento, però. Ora che ci penso, mi girano le palle, perché anche da noi esistono i microfoni alle casse. Col din-don che annuncia le comunicazioni della direzione. “Gentili clienti, vi informiamo che i pagamenti subiranno un’interruzione dalle 23.45 alle 24.00 per ragioni fiscali. Vi preghiamo di affrettare gli acquisti”. Che ci voleva ad avvisare in tempo utile? Ci saremmo regolati. E invece, niente: nessuno si è preoccupato di usarli, quei microfoni, preferendo congelare gli avventori in quell’insulsa attesa notturna. Non me e mia moglie, però: avevamo sonno.

Ora io vorrei pregare la mia città: “Perché siamo sempre alle solite? Ti scongiuro, Palermo: se fai trenta, fai anche trentuno. Non perderti ogni volta in un bicchiere di… aranciata”. E chi se ne fotte se è fresca.

7 commenti

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  • 12 maggio 2015 10:54

    Perché noi in fin dei conti siamo questi…palermitani. Anche il grande Alberto Sordi in un suo film “Un americano a Roma” interpreta questa mania di voler esser colui che non é, o Renato Carosone in “Tu vo fà l’americano” …alla fine rassegna l’interessato con un “…ma sí nato in Italy…nun ci sta niente e fà…”

  • 12 maggio 2015 17:05

    Seven Eleven, nn e` un supermercato,ma un autogrill di citta` dove si vende un po di tutto, i supermercati Americani sono tutt`altra cosa, ma poi perche` copiare,gli store open 24ore sono nella cultura Americana

  • 12 maggio 2015 20:26

    Le conveniva bere l’aranciata o la coca cola e trastullarsi un po’ nel supermercato per solo quindici minuti. Neanche fosse cenerentola che forse neanche lei se ne sarebbe andata a mani vuote.
    Quando qualche settimana addietro la cassiera mi ha dato un buono sconto per gli acquisiti nella fascia serale e notturna le ho chiesto se c’era gente che ci andava in quegli orari di apertura che erano attivi solo da pochi giorni. E lei mi ha risposto di sì.
    Nel suo racconto non si evince se a quell’ora a parte voi c’era altra gente o meno.
    Io ancora il buono sconto non l’ho usato.
    Cedo sia un’iniziativa a titolo sperimentale. Se funziona meglio per tutti.

  • 13 maggio 2015 07:16

    Vero Mafalda, anche per qualche banca aperta fino alle 20, gia’ da due anni circa in via liberta’, guarda caso vicino al supermercato. Sperimentazioni, certo, ma anche segnali, per tutti: “costringere” l’utenza a perdere sempre meno tempo ed andare a lavorare….

  • 14 maggio 2015 07:02

    Lamentati e stai bene, difficile trovare un palermitano che non si lamenta. Purtroppo siamo tuttologi…ed allenatori

  • 22 maggio 2015 11:26

    Dovresti rivolgere la tua preghiera a tutta l’Italia, anzi a tutti gli italiani, essendo un malcostume diffuso ovunque e ormai cronico (all’apparenza) quello della superficialità, incompetenza, mancanza di un interesse seppur minimo in quello che si fa (e che abbiamo scelto liberamente di fare). Da bravi italiani chiacchieroni (che amano solamente parlare e lamentarsi) ci nascondiamo dietro alcune eccellenze e nel frattempo la massa fa…nulla;non consapevoli che quelle eccellenze (almeno quelle ancora in Italia) non sono altro che l’indice del nostro “spreco”, indice di quello che potremmo fare noi italiani ma che non facciamo perché siamo…dei “pigroni” (tranne quando si tratta di aprir bocca).

  • 28 maggio 2015 10:41

    Per uno che decide di andare al supermercato alle ore 23,00, che sara’ mai aspettare 15 minuti per pagare? Magari i problemi della nostra citta’ che non cambierei per nessuna al mondo fossero solo quelli esposti dall’ aspirante lettore americano, mi sentirei ancora piu’ a mio agio nella nostra meravigliosa Palermo.

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