i fatti dopo il ragionamento

Chiamali col loro nome

di

La strage di migranti del mese scorso, la decisione del procuratore di Catania ("non recupereremo quei corpi, costa troppo") e la pietas smarrita tra numeri, indagini e statistiche. Perché le parole hanno un peso. Anche per un magistrato. Anzi, soprattutto Naufragio Lampedusa | Blog diPalermo.it

Del naufragio di due anni fa ricordo l’odore. Spaventoso. Un insopportabile, dolciastro odore di morte. Eravamo sul molo mentre issavano su una nave da guerra centinaia di bare senza nome. Con noi c’erano i familiari dei 366 migranti affogati davanti all’Isola dei Conigli. Sorelle, madri, padri, figli supplicavano i pazientissimi poliziotti, che facevano il servizio d’ordine, di aprire le casse per essere sicuri che dentro ci fossero i familiari. Volevano vederli, ma erano arrivati troppo tardi, quando i corpi o quel che ne restava erano stati già composti e stavano per essere “spediti” in uno dei tanti cimiteri italiani disposti a dar loro sepoltura.

Volevano la certezza che dentro la bara ci fosse chi avevano amato e chiedevano di avere un luogo in cui andare a piangere, pregare, portare un fiore. Se non avessi visto coi miei occhi la loro disperazione, se non avessi sentito le urla di chi viveva come una colpa l’essere sopravvissuto, non avrei capito. E, da non credente, avrei liquidato come irrazionale la pretesa di dare un’identità certa a un corpo senza vita. L’esserci stata ha cambiato tutto. Come, anni prima, in notti passate sul molo ad attendere uno sbarco dopo l’altro, aveva cambiato tutto vederli arrivare a centinaia, avvolti in quelle strane coperte termiche dorate che paradossalmente davano un’aria regale a chi aveva preso il mare con indosso poveri abiti. Le gambe ustionate dalla nafta e dall’acqua di mare. Lo sguardo perso.

L’esserci stata, l’aver visto cambia la prospettiva e ti accorgi che fino ad allora di immigrazione hai parlato da ragioniere, non da giornalista: sono 300, una donna incinta, due neonati… O con parole ripetute senza cuore che finiscono per non significare nulla. “Carretta del mare”, “viaggio della speranza”… Questo lunghissimo preambolo spiega, o dovrebbe, l’effetto che mi ha fatto la dichiarazione del procuratore di Catania Giovanni Salvi che, rispondendo ai giornalisti, ha detto che non disporrà il recupero dei quasi 800 disgraziati annegati il 18 aprile a largo della Libia. “Costa troppo, non serve alle indagini”, ha dichiarato.

Beh, io il senso di una affermazione simile l’ho capito. L’inchiesta è arrivata quasi alla conclusione, gli scafisti sono in carcere. Ripescare i morti non è “utile”. Almeno alla magistratura che, certamente, ancora una volta, ha fatto la sua parte. Tutto spietatamente logico e giusto, ma, mi chiedo, erano quelle le parole da usare? Il magistrato è un tecnico e fa una valutazione tecnica. Ma le parole hanno un peso. Ed è un dovere, anche per un magistrato, ricordarsi che si parla di vite, speranze, donne, bambini finiti in fondo al mare, prigionieri di quel barcone, che avrebbe dovuto portarli in salvo, stipato di uomini e sogni.

Ce lo ricordiamo noi giornalisti che parliamo di persone? Se lo ricorda il procuratore di Catania? Certamente se lo ricorda chi c’era e continua a esserci come Pietro Bartolo, medico lampedusano che negli ultimi anni purtroppo ha contato più morti di quante vite abbia potuto salvare. E si commuove ancora quando ripensa alla madre che due anni fa è annegata col bimbo appena partorito. Aveva dato loro un nome, se l’era inventato, per non dimenticare che aveva davanti due esseri umani.

6 commenti

Lascia il tuo commento
  • 18 maggio 2015 21:33

    Lara Sirignano, lei ha perfettamente ragione, ma io devo fare ancora una volta la guastafeste.
    Visto che è giornalista mi spiega perché il naufragio avvenuto al largo della Libia è stato spacciato dai suoi colleghi come avvenuto nel Canale di Sicilia? Le sarei grata.
    E considerando dove tale naufragio è avvenuto mi spiega perché l’Italia e l’Europa ne devono avere l’unica responsabilità?
    A me interessa solo comprendere meglio, non ho posizioni di parte da difendere e purtroppo visto il livello dell’ informazione, anche se cerco di aggiornarmi e considerando i miei limiti intellettuali sono decisamente ignorante. Grazie anticipatamente.

  • 19 maggio 2015 08:58

    Approfitto di questa opportunità per segnalare un potenziale pericolo per i siciliani di cui nessuno parla , basta andare su Google e digitare pericolo squali Sicilia e si troverà un articolo del rettore istituto talassamografico di Marsala che spiega come gli squali che purtroppo sono oramai abituati a cibarsi dei cadaveri degli sfortunati in cerca di una vita migliore si potrebbero progressivamente avvicinare alle coste siciliane ,lasciando immaginare cosa potrebbe succedere nella peggiore delle ipotesi, nessuno e parla tutti tacciono, forse se ne comincerà a parlare solo quando accadrà qualcosa di irreparabile?

  • 19 maggio 2015 10:37

    Certo se un naufragio avviene nella piscina di casa o nella gebbia (gibbiuni come dicono in campagna) è più facile accertarne le responsabilità. Ma se è solo una questione nominalistica chamiamolo Mar d’Africa e ce ne disinteressiamo per sempre.

  • 19 maggio 2015 12:04

    Fabio, mi hai incuriosito, ma l’unica cosa interessante che ho trovato è un grido di allarme perché gli squali bianchi del Mediterraneo si stanno estinguendo. -45% rispetto a 20 anni fa

  • 19 maggio 2015 12:50

    @Valdonato,
    io vorrei essere chiara, ho visto in un solo articolo, adesso non ricordo, forse del Sole24ore, il punto dove è avvenuto il naufragio (parlo dell’ultimo di aprile), che con il Canale di Sicilia non c’entra niente, era tra Misurata e Malta.
    Perché è un obbligo dell’Italia dovere ripescare i cadaveri in quel punto?
    Perché non deve pensarci la Libia o altri delle vicinanze.
    Lo potremmo fare anche noi, non è questo il punto, non si tratta di disinteressarsi ma di doversene assumere tutti gli oneri, operativi e morali.
    Considerando che comunque (sempre per quelle poche notizie che giungono e possono essere anche distorte) i libici non si sono fatti scrupolo di sequestrare dei pescherecci italiani e siciliani solo perché in acque internazionali che loro unilateralmente considerano proprie.
    Ed è dalle coste libiche che partono i barconi e con la Libia l’Italia e l’Europa dovrebbero fare degli accordi per poterli contrastare o distruggere, sempre secondo le notizie che ci giungono.
    Nella realtà dei fatti a me pare che la presenza della marina italiana nelle vicinanze delle coste libiche non abbia l’unico fine di controllare le partenze ed organizzare eventuali salvataggi, ma questa è un’altra storia.
    Per quanto in Libia ci siano disordini c’è comunque un governo riconosciuto a livello internazionale e un altro che viene tollerato.
    Mi rendo conto che è una situazione complessa, ma proprio per questo mi fido assai poco di quanto viene divulgato e dei buoni propositi annunciati.

  • 19 maggio 2015 13:11

    Paolo vai su Google e digita strage 700 migranti canale di Sicilia pericolo invasione squali e troverai la news con tanto di foto che ovviamente i mass media non hanno mai fatto circolare e l articolo firmato da un biologo marino di Marsala

Lascia un commento