i fatti dopo il ragionamento

Il grande gioco della vendetta

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La Corte di Appello di Torino ha ridotto le pene per tutti gli imputati della Thissenkrupp. Ricordate? L’incendio del 2007 nella acciaieria di Torino in cui morirono sette operai. Tanto per dirne una, l’amministratore delegato ha visto ridotta la sua pena da dieci anni a 9 anni e 8 mesi. Il tutto ha scatenato le proteste dei familiari delle vittime che chiedevano giustizia. Sono situazioni che si ripetono frequentemente (pirati della strada, incidenti di varia natura, omicidi, stragi) e che hanno un comune denominatore. La negazione delle aspettative di giustizia dei familiari delle vittime.

Faccio l’avvocato (nessuno è perfetto) e ho una vaga idea di cosa sia la Giustizia, ma non è di questo che voglio parlare. Mettiamola così: se io venissi colpito nei miei affetti più profondi dalla condotta scellerata (non importa se colposa o dolosa) di qualcuno che mi ha ucciso, poniamo, un figlio, io questo qualcuno vorrei vederlo semplicemente morto.

Ma non ad opera dello Stato, perché sono contro la pena di morte (sissignore), vorrei ucciderlo io con le mie mani. Poi, forse, se ne avessi la possibilità, non lo farei. Magari, con la pistola puntata alla sua tempia (ma le opzioni sarebbero variegate) non avrei il coraggio di premere il grilletto e gli direi “odio te che hai ucciso mio figlio, ma odio più me che non ho il coraggio di ucciderti”. In poche parole vorrei vendetta.

Checchè se ne dica, e per quanto mi riguarda, la vendetta è un sentimento simpaticamente umano. Non avrei alcuna difficoltà a pronunciare questa parola, VE-NDE-TTA, e, perdonatemi la presunzione, sono sicuro che sarei in buona compagnia.

Non chiederei “giustizia” perché non mi basterebbero due, tre, cinque, 15-20 anni di reclusione. E neppure l’ergastolo, perché tanto si sa che con gli sconti di pena non lo si sconta mai del tutto. E poi la pena detentiva offre comunque una prospettiva di vita, mentre a mio figlio quella prospettiva di vita sarebbe stata tolta.

Ora, se semplicemente usassi questa parola, che ha una sua indubbia carica catartica, costringerei lo Stato a dirmi: “Vuoi vendetta? Spiacente, non posso dartela”. Devi accontentarti solo di Giustizia, e la giustizia è fatta di condanne, ma anche di assoluzioni, di regole processuali, di minimi e massimi di pena, di aggravanti ed attenuanti, di sconti di pena, di benefici premiali e quant’altro. Queste sono le regole che mi sono dato, anche nel tuo interesse, perché domani potrebbe capitare a te, o a tuo figlio, di fare una stronzata. Si uscirebbe finalmente da quel gigantesco equivoco che porta i familiari delle vittime, sempre e comunque, a gridare alla giustizia negata.

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