i fatti dopo il ragionamento

Usa le marce basse

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I miei anni al Reparto Scorte sulle strade di una città ferita dalle stragi, i consigli dei colleghi più anziani e le mille domande che ancora oggi, ventitré anni dopo, restano senza risposta Image2 | Blog diPalermo.it

Nella metà degli anni Novanta, un poliziotto appena assegnato alla questura di Palermo non aveva il tempo di prelevare le valigie alla stazione che già era pronta un'”aggregazione” al Reparto Scorte. Si trattava di un’assegnazione temporanea che dopo qualche settimana si trasformava in un trasferimento effettivo in quell’eccellente reparto della polizia palermitana che a quei tempi contava forse più uomini delle questure dell’Umbria e delle Marche messe insieme.

Usa sempre le marce basse”, era il consiglio che i poliziotti più anziani – grandissima professionalità, esperienza da vendere, ma con le ferite ancora freschissime del lutto per i compagni saltati in aria solo qualche anno prima – davano alle nuove leve. Le marce basse per tenere a bada quelle pesantissime auto in grado di raggiungere i 200/220 all’ora. Le marce basse e l’urlo dei pistoni coperto solo dal suono della bitonale, zigzagando a velocità sostenuta nel traffico cittadino e con un pieno di benzina che se ne andava in una mattinata. Usando le marce basse non poteva essere altrimenti.

Si correva a tutto gas per le vie di una città che nonostante il sangue, le stragi, le lenzuola bianche, le fiaccolate e le catene umane mal digeriva quel concerto di sirene che dalla mattina alla sera risuonava ininterrottamente. Erano gli anni dei Vespri siciliani. C’erano gli alpini con i fucili spianati davanti alle abitazioni dei magistrati, i cosiddetti obiettivi sensibili. Alla carraia del Palazzo di Giustizia anche le blindate di scorta venivano sottoposte a severi controlli, compresa l’ispezione con un lungo bastone, in cima uno specchio, che i militari facevano passare sotto l’auto.

Nei pressi delle abitazioni delle personalità a rischio non ci si poteva fermare, nemmeno per una breve sosta. I fornitori delle attività commerciali che insistevano nei pressi degli obiettivi, erano guardati sempre con un non tanto celato sospetto dai soldati dei “Vespri”, anche loro di altissima professionalità, ma consapevoli di essere essi stessi un obiettivo.

E allora ci si domandava perché. Ci si chiedeva, ed è una domanda che ancora adesso, oltre vent’anni dopo quella stagione invernale, come mai fino a qualche anno prima, non esistesse nessuna misura di sicurezza nei luoghi frequentati abitualmente dalle personalità a rischio. Come via D’Amelio. E ci si chiedeva pure a cosa servissero tre, quattro, cinque persone armate di pistola e mitra e con indosso un giubbino antiproiettile di fronte alla potenza devastante del tritolo. Quella potenza ricordata da una delle auto coinvolte nelle stragi, appena coperta da un telo militare, per anni parcheggiata nel garage della caserma insieme alle altre Croma e Thema blindate di servizio. Le Quarto Savona.

E poi c’era un altro consiglio, mille volte più inquietante. “Resta in macchina, almeno tu…”. Nella fase in cui si era più esposti, mentre la personalità saliva o scendeva dall’auto, l’autista rimasto al volante, motore acceso, protetto dalla pesante blindatura, correva così un rischio minore. Almeno lui.

1 commenti

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  • 03 giugno 2015 14:38

    A pensare che a Roma, Falcone aveva una scorta di due poliziotti soli e senza blindature varie e Borsellino, prima delle rivelazioni del pentito che doveva ucciderlo, andava in giro con la sua stessa auto privata.

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