i fatti dopo il ragionamento

La canzone del ficus perduto

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Le levate di scudi per le piante tagliate a piazza Castelnuovo? Eccessive. Perché il gioco del beneficio, in termini di servizi, finirà per attenuare il dispiacere. Tranne quello degli automobilisti in cerca di parcheggi ombrosi Image5 | Blog diPalermo.it

Non so quanti qui conoscano il ciliegio. Fusto e chioma, anche prima e dopo che si vesta da sposa in fiore e, poi, si imperli di frutti. Forse pochi, considerando il limite invalicabile dei venticinque lettori, frontiera di deferenza mia propria a un venerato romanziere. C’è un ciliegio, a lato di un rudere di famiglia che amo e che vorrei portare a nuova linfa. A lato ma non troppo, poiché mio nonno, non so se in intenzione più civettuola o innamorata, oppure semplicemente incosciente delle conseguenze, lo piantò a lambire il piccolo marciapiedi e, sotto traccia, le fondamenta. Non era un contadino. Sull’altro margine, simmetrico, c’era un gelso, quello nobilmente bianco, che in primavera inoltrata sbozzola vermetti verde acqua che diventano globi bitorzoluti deliziosi.

Fu tagliato, già enorme, mentre la leva delle potenti radici cercava libertà sotto la pietra umana, devastandola di incolpevole vendetta. Il ciliegio sboccia a maggio o quasi, poi arrossisce, mestrua ma fecondamente, profumatamente, solidamente, d’un colpo, nei giorni che adesso viviamo, di giugno. Oggi è alto e forte, sisma sotto la pietra anch’esso, sul suo tronco tutto un’ederina spontanea che mi strugge allo sguardo. E quegli stessi immutabili rami, ma nerboruti, che mi ospitavano da bambino, nascosto alla valle del mondo. Decidere sulla recisione è cosa che mi occupa il cervello e opprime il petto da due mesi. So che probabilmente succederà. E sarà un nero momento.

Sui ficus di piazza Castelnuovo (ma modestamente mento, forse) ho poco da dire, se non che le levate di scudi sono al mio sguardo presbite eccessive e sgangherate come la mancanza di comunicazione con l’Amministrazione. Colposità reciproca, nella più clemente delle ipotesi che obbediscano ai semplici criteri della partecipazione effettiva alle scelte e ai controrilievi, e del bando al qualunquismo del governato. Tardive o poco consapevoli, dunque. Se tengono ragione, sarò pronto a riconoscerlo.

I ficus. Marciapiedi e muri mastri, loro li devastano pure, e senza bellezza che io riesca a cogliere. Cannibalizzano il suolo circostante. Urbanisti realisti e per me illuminati ne ipotizzano la graduale ma massiccia sostituzione con altre specie più dolci e meno invasive. Sul loro ricordo è chiaro che poggeranno altre radici, al contrario della mattonella di terra che ancora è del ciliegio – mai commettere gli errori delle generazioni preesistenti – e non ho visto mai infuriare di rosso né di uccelli cantanti i loro cappelli. A ciascuno i propri sentimenti, la propria visione dell’anima e della tresca vita-morte, nella speranza che la forza maggiore sia sempre un bene in più. So, senza anatemi, che il loro riparo fornì spesso parcheggio ombroso a illegali automobilisti in sosta. Faccio voti che nessuno di quelli sia oggi tra i contestatori digitali. Quelli presenti fisicamente, quelli veri, li conosco uno per uno: non è difficile, impegnando nel compito meno delle dita di due mani. Li rispetto e ad alcuni di essi mi lega grande affetto.

Ma so che per me, in principio come in fatto, quelle piante sono sacrificabili se adeguatamente sostituite e se il gioco del beneficio, di servizi e pure colorato di verde, valga, entro i margini dell’utile, la candela del dispiacere. Faccio voti, senza superstizione e in piena ragione, che sia così, che la responsabilità politica abbia, stavolta, parole di pacificazione razionale. Come credo ve ne siano, possibili. Mi è parimenti chiaro quanto una parte dei cittadini sia ben lontana dal condividere il senso di una mobilità vicina alla civiltà del movimento e della prossemica metropolitana, con goffe note a firma persino di occupanti scranni consiliari, capaci di mischiare in un’unica pignatta tram, anello ferroviario, passante. E non mi aspetto né desidero che alcuno pretenda di persuadermi del contrario, come io mai farei sull’amore del ciliegio mio. Faccio voti, che è un po’ come votare.

7 commenti

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  • 15 giugno 2015 14:10

    Per i ficus sono d’accordo, non sono la specie giusta per adornare un marciapiede.
    Del suo ciliegio mi importa poco, ne faccia quello che vuole.
    Per piazza Castelnuovo non conosco il progetto completo e non so cosa devono ricavarci al posto degli alberi, in quel punto.
    La piazza Castelnuovo è una delle pochissime piazze veramente ampie di Palermo e non dispone di alberi più di tanto. Sono dispiaciuta per le palme.
    Per l’anello ferroviario, spero che non si producano danni, a causa dei lavori. Palermo è una città difficile nel sottosuolo.
    Ritornando a piazza Castelbuono non so come la vogliono allestire a progetto ultimato. Per me ripeto in quella piazza ci vogliono degli alberi.

  • 15 giugno 2015 14:22

    Ah già che ci sono: non mi piacciono le piante nei vasi disposti nelle piazze. Le piante, gli alberi, devono essere piantati a terra.

  • 15 giugno 2015 15:00

    è una vergogna, un modo di agire “barbaro”, ahimè tipicamente palermitano, senza tenere minimamente conto alla propria storia, già, a Palermo che vuoi finisce tutto, si perdono i litorali, i monumenti, i negozi storici che altrove almeno vengono comprati dall’est, a Palermo svaniscono. E così anche gli alberi secolari, per fare posto a cosa? ad una rete che molto probabilmente non verrà completata. oggi il vero disgusto lo provo verso i miei concittadini che come pochi nel mondo accettano tutto.

  • 16 giugno 2015 07:52

    Articolo eccellente di cui ammiro la forma e condivido la sostanza. Complimenti vivissimi.

  • 16 giugno 2015 11:30

    La ringrazio sinceramente, Vito.

  • 16 giugno 2015 12:26

    Bravo Totò. Quasi aulico, un po’ barocco ogni tanto, ma mi piace assai!

    P.S.: sono quello delle nespole 😉

  • 16 giugno 2015 14:55

    Viva il nespolo, albero bellissimo. Grazie, caro. Mi scuso per il tono, ma era dovuto e neppure esasperato, spero: credo che nessuno debba sentirsi monopolista della poesia del creato.

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