i fatti dopo il ragionamento

Uccelli sì, ducotone no

di

Breve storia del muro di una chiesa. E di un prete che ha osato sfidare la burocrazia per riportare il decoro laddove il decoro non c'è più. E che, per paradosso, qualcuno ritiene colpevole. Qualcuno. Non noi Santa Cita | Blog diPalermo.it

Voglio raccontarvi una storia di ordinario paradosso. Una storia palermitana che sorprenderà pochi, poiché in materia di paradossi nella nostra città non ci facciamo mancare mai niente. E questo è pacifico. Serve però un passo indietro nel tempo. Succede che mi sia capitato, dall’oggi al domani, il felice imprevisto di dover provare uno spettacolo teatrale che sarebbe andato in scena al Biondo (di questo ho già parlato). Succede che mi sia servito uno spazio dove poter rodare la rappresentazione in santa pace, con la massima disponibilità di chi lo spazio lo avrebbe messo a disposizione e senza intromissioni né lamentele di sorta.

Succede che, mesi prima, avessi avuto occasione di mettere piede in uno dei tanti gioielli monumentali dei quali ignoravo l’esistenza: la chiesa di S. Cita, capolavoro del Serpotta, e l’annessa parrocchia di S. Mamiliano. Succede che questi luoghi, sconosciuti ai più, siano stati resuscitati e aperti al pubblico e tenuti in vita da numerosi eventi culturali. Su tutti, gli splendidi concerti di un emozionante ensemble multietnico di bambini che hanno imparato a suonare (meravigliosamente) tutti gli strumenti di cui dispone un’orchestra. Alcuni di loro non leggono la musica. E’ un prodigioso istinto infantile a condurli, insieme alla pazienza di un giovane direttore. Succede che tutto questo e molto altro (mostre, concerti jazz, esibizioni di cori gospel) sia coordinato dall’associazione “Il Genio di Palermo”, capeggiata da una gentilissima e instancabile signora: Maria Carmela Ligotti.

Tornando a me, succede – udite udite – che la Ligotti abbia messo a disposizione (gratis e per mesi) del mio gruppo teatrale alcuni spazi vuoti per le prove del nostro spettacolo. Perché “tutto quanto fa cultura, e dove si fa musica c’è spazio anche per la recitazione”. E’ così che la si pensa, dalle parti del “Genio di Palermo”. Abbiamo provato ovunque. Persino in sacrestia, che è anche la “sala operativa” del parroco di S. Mamiliano. Costui si chiama padre Giuseppe Bucaro e giuro – anche se dove ci sono preti si dice sia un peccato giurare – che non si è mai intromesso nella nostra attività. Essendo al corrente delle nostre esigenze e avendole accettate, ha offerto un silenzio e un’assenza che io definisco discrezione. Avrà avuto di più e di meglio da fare. Ai parroci capita.

Succede – e la chiudo qui – che mi sia capitato di aprire il giornale, una mattina, e di leggere che padre Bucaro è finito nell’occhio del ciclone. Intervento dei vigili urbani, una denuncia a suo carico, gruppi sui social network che ne condannano l’operato. Qualcuno l’ha definito “barbarie”.

Lasciate che vi spieghi di che si tratta, a modo mio, come posso e per quel che ne so.

E’ successo che qualcuno, armato di vernice spray – stento a definirlo artista di strada – abbia ricoperto un muro adiacente all’ingresso della chiesa di scritte e disegni osceni. E’ accaduto di seguito che, a fronte della celebrazione di un matrimonio nella succitata chiesa, padre Bucaro, conscio delle pastoie burocratiche cui sarebbe andato incontro nel chiedere agli enti preposti di ovviare all’incidente (cosa che avrebbe fatto, ma con annessa e incalcolabile attesa per gli imminenti sposi, affidati alle scartoffie più che alla provvidenza divina) abbia preso in mano la situazione. O meglio: affidato a un suo collaboratore vernice e pennello. Una soluzione magari non ortodossa, ma lesta e non insanabile, diventata prassi quasi ovunque. A nessuno fa piacere andare verso l’altare passando davanti a cazzi istoriati all’esterno della chiesa. E una leccata di vernice deturpa meno di una sequela di 800A ingraffitati sulle antiche mura.

Accade infine che padre Bucaro sia passato immediatamente per vandalo, colpevole di aver cercato di coprire siffatta opera onanistica. Ed eccoci arrivati al paradosso dell’ultim’ora. A Palermo, gli artisti vanno premiati, come diceva il buon Totò. Sia chiaro quanto segue, da oggi in poi, ai frequentatori delle chiese di S. Cita e S. Mamiliano. No ducotone. Sì ai “suca” e all’uccellone.

6 commenti

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  • 24 giugno 2015 09:30

    La notizia è passata da un sito all’altro. Ma sempre i vari autori hanno condannato l’operato di Polizia municipale e Sovrintendenza, hanno in sostanza apprezzato il comportamento del parroco che non si è rivolto a chi poteva risolvergli il problema, la Soprintendenza, appunto, ma ha preferito cancellare lui le scritte. Ci hanno, in sintesi, descritto un abusivo. Come un posteggiatore, come tanti altri uomini di chiesa o laici ma tutti, pur se solo d’adozione, rigorosamente palermitani. Ai quali le noiose lentezze burocratiche non permetterebbero di “fare”. Anzi qualcuno arriva a dire che mancano le regole. Mentre ciò che manca è la volontà di rispettarle.
    Di interessante in questo blog c’è che il blogger ha sentito la necessità di raccontarci i motivi, quindi una storia, che avrebbero spinto l’attore principale di questa vicenda al benfatto. E niente per niente, chi non è scrittore può solo “mascariare” una storia…
    Tornava dalla passeggiata verso casa, sulla sera per via Valverde. Guardò il muro alla sua sinistra. Non vide le solite figure, ma assieme ad altre un uccellone ornava il muro prossimo alla chiesa. Si fermò. Vide anche due uomini, l’uno dirimpetto all’altro ed ebbe la sensazione che al suo apparire s’erano guardati in viso, alzando la testa, come a dire: è lui.
    Non ci dormì la notte, fu assalito da mille pensieri. L’hanno fatto a me? A quei due che dovrò sposare? Ragazzacci che, per non saper che fare, s’innamorano, vogliono maritarsi.
    Ma era uomo che sa il viver del mondo come quelli che negli ultimi 20 anni si son ben trovati con la filosofia del facciamo un po’ come cazzo ci pare. E alle 8 del giorno dopo, per ripristinare un antico senso del pudore o per qualunque altro motivo non importa saperlo, aveva già organizzato i lavori di ripulitura, ecc., ecc., ecc..

  • 24 giugno 2015 13:02

    Valdonato. Cacciatore non è soltanto un blogger: la sua attività principale è proprio quella di scrittore. Io lo leggo da una decina d’anni e lo so. Forse le sarebbe bastata una ricerca su internet per scoprire che cosa fa l’autore nella vita. Ma no. Lei era troppo impegnato a scrivere la sua versione della storia. La quale, se voleva essere un saggio di buona prosa, lascia molto a desiderare. Glielo dice un buon lettore. Riguardo alla filosofia del “fare come cazzo ci pare” è molto più “a cazzo” disegnare cazzi che dare una mano di vernice in tinta mentre si aspettano le indicazioni della sovrintendenza.

  • 25 giugno 2015 12:20

    “Il mio mestiere di scrittore”aveva detto Cacciatore parlando di sé in un suo recente blog su diPalermo. Nessun dubbio, quindi, da parte mia poteva esserci sull’attività letteraria di Giacomo Cacciatore.
    Che la buona prosa lasci molto a desiderare possiamo essere d’accordo: una cosa è postare su un sito, altra è Scrivere. E poi a ognuno il suo mestiere.
    Qualcosa c’è da dire, invece, sulle capacità di lettura del lettore Paliddo: “Di interessante in questo blog c’è che il blogger ha sentito la necessità di raccontarci i motivi, quindi una storia, che avrebbero spinto l’attore principale di questa vicenda al benfatto. E niente per niente, chi non è scrittore può solo “mascariare” una storia…”. Con la sua reazione Paliddo mostra di non aver colto il riconoscimento implicito nelle mie parole dell’attivita di scrittore di Giacomo Cacciatore che è quella di raccontare storie, mentre io che scrittore non sono potevo solo “mascariare” una storia. E così ho fatto. Ma il signor Paliddo, nonostante si qualifichi buon lettore, non ha riconosciuto la storia “mascariata”
    Un aiutino potrebbe essere isolare alcune frasi: Tornava dalla passeggiata verso casa, sulla sera… due uomini, l’uno dirimpetto all’altro… al suo apparire s’erano guardati in viso, alzando la testa, come a dire: è lui… Ragazzacci che, per non saper che fare, s’innamorano, vogliono maritarsi… uomo che sa il viver del mondo…

  • 25 giugno 2015 22:12

    I simboli fallici sono di buon auspicio nelle cerimonie nunziali, attirano la buona sorte, la fertilità e buona prole.
    L’uomo che sa il viver del mondo manda a quel paese tutti quanti e fa di testa sua anche sbagliando.
    🙂

  • 26 giugno 2015 14:59

    Quell’uomo che sa il viver del mondo di nome fa Don Abbondio. Questo, il parroco di San Mamiliano, è un uomo di cultura, non uno sprovveduto, un uomo noto per essere stato tratto dall’anonimato per fatti di cronaca, …ma si comporta come se corresse l’anno 1628. Un tempo in cui poteva ridersi del fracasso delle grida.

  • 26 giugno 2015 17:43

    Non conosco la vicenda, Valdonato, qui all’apparenza si presenta come un parroco che non avendo colto, assieme ai promessi sposi, il gran valore del simbolo fallico, ha fatto di testa sua, ben conoscendo il mondo.(ironico)
    Cosa ci sia di pavido nel suo comportamento purtroppo mi sfugge. (Don Abbondio è fondamentalmente un pavido)
    Lei sa sicuramente di più di me e di altri, ma ci dovrebbe illustrare meglio la storia.

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