i fatti dopo il ragionamento

Perché Paolo è (e resta) uno di noi

di

Borsellino, Falcone e i palermitani "con la scrima". Che non hanno mai perduto la visione ironica e paradossale delle storie terribili di cui si sono occupati. E che, come molti di noi, hanno saputo mantenere la capacità di guardare oltre. Fino alla fine Falcone Borsellino | Blog diPalermo.it

I figli di Paolo Borsellino non parteciperanno alle manifestazioni “ufficiali” per l’anniversario della strage di via D’amelio. La prima cosa da dire è che questa decisione va rispettata senza se e senza ma. Sono i figli: loro la vedono da figli e da palermitani che appartengono alla cosiddetta “cittadinanza attiva”. Rappresentano una posizione che individua nelle celebrazioni un inevitabile refolo di retorica ma anche considerazioni di merito: lo Stato non può occuparsi di Paolo Borsellino una volta l’anno quando ancora non si è riusciti a raggiungere l’obiettivo della verità. E non solo per incuria o imperizia.

Questo, in estrema sintesi, è il motivo che ha portato i figli del giudice a decidere di disertare la manifestazione (fatto salvo l’intervento estemporaneo di Manfredi, ieri a palazzo di giustizia). Ma senza gridare, rinunciando a comportamenti aggressivi a favore di un loquace silenzio anche se gelido come la lama di un coltello. Hanno il diritto di pensarla così e, a loro giudizio, anche il dovere. Per questo sulla loro decisione non ci possono essere discussioni. Men che mai quelle che appuntiscono le posizioni come le lance di bambù di una trappola vietnamita.

È un peccato, però. Perché, fatto salvo il diritto di tutti ad avere una posizione sull’argomento, quello che risulta è un panorama a macchia di leopardo dove, in fin dei conti, prevalgono sentimenti che non sono privi di sfumature integraliste le quali, ammesso che sia come pare a me, possono essere accettate solo quando provengono dalla famiglia che da questo rilievo, quando mai fosse, va certamente assolta alla fonte.

Sfortunatamente in questo strano Paese abbiamo una frequentazione piuttosto singolare con i fatti. Lo dico da giornalista, categoria – la mia – che di questo rapporto è tra le prime responsabili. I fatti hanno questo vizio: sono là e non possono essere ignorati nemmeno quando sono chiamati a servire un’ipotesi invece di suggerirla. A questo gioco riescono a sottrarsi ben pochi specialmente nel campo dell’informazione della politica che danno voce a movimenti, aree di pensiero, incubatrici di verità preliminari: complotto sì, complotto no, trattativa sì, trattativa no, agende rosse e libri neri, poteri occulti e poteri cinicamente palesi e pubblicamente esercitati attraverso sentenze contestate o lodate nei convegni prima ancora che nelle aule di giustizia. Il garantismo non c’entra proprio nulla. La presunzione d’innocenza è un’architrave del Diritto, prima ancora che dell’Illuminismo. Ma è anche la chiave di uno scrigno che contiene una triste realtà: che, cioè, non sempre il Diritto (cioè la Legge) garantisce la Giustizia.

Sono questioni delicate e nessuna di esse, dico nessuna, è priva di argomenti difficili, da liquidare sommariamente. Ma è un dibattito che ha prodotto divisioni che spesso hanno generato ossimori inquietanti: la mafia dell’antimafia, per dirne una, o la contestazione di quelle che sono state spesso definite le “passerelle” delle commemorazioni.

Io ho conosciuto Paolo Borsellino e Giovanni Falcone grazie alla mia professione e li ho amati non tanto e non solo per il loro impegno di uomini veri che hanno guadagnato per una vita il modesto salario di una professione che hanno frequentato con straordinario senso civico (o dello Stato, che dovrebbe essere la stessa cosa), e che sono stati congedati con la buona uscita della morte. Io li ho amati perché erano palermitani di quelli “con la scrima” e cioè per la loro capacità di non perdere mai la visione ironica e paradossale delle vicende terribili delle quali si sono occupati. Perché, se è vero che non è pensabile la “riusata al potere”, come speravano quelli del Maggio Francese, è anche vero che il Potere della Risata gode di ottima salute. E loro lo praticavano.

Per questo motivo io sto lì in mezzo a tanti palermitani e me ne fotto delle passerelle. Che vengano pure presidenti, sindaci, generaloni, poliziottoni, deputati. Che vengano pure gli integralisti di ogni sorta e di ogni graduazione. Io sono lì perché non ho perso la capacità di guardare oltre. Perché oltre quel muro turbolento ci siamo noi, quelli che non siamo nessuno e che a quel muro non vogliono regalare l’immagine e la memoria di Paolo Borsellino. Paolo è nostro. Di tutti. Forse non lo ha ucciso solo la mafia ma, certamente, anche la mafia. Una volta Pio La Torre mi disse: “Compagno Billitteri, la mafia è come un pesce di gebbia. Ha bisogno dell’acqua sporca per ammucciarsi e quindi per vivere. Se pulisci l’acqua si vede e finì”. Ecco perché vado lì, per non farmi espropriare la memoria, perché ricordo Paolo col piede ingessato, dopo che aveva babbiato col motorino di un nipote ed era caduto come un ragazzino. Ma era uno che sapeva pulire l’acqua, chiunque l’abbia inquinata. Per questo Paolo è uno di noi, noi tutti. E nessuno ce lo può togliere.


[ Immagine: di Tony Gentile - Policy]

1 commenti

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  • 20 luglio 2015 12:56

    È vero, l’ho conosciuto anch’io nel privato. Eccezionale, ma uno di noi, senza dubbio!

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