i fatti dopo il ragionamento

La cultura dell’incultura

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Il nostro patrimonio storico valorizzato da privati e volontari e azzoppato da uomini senza qualità chiusi nei loro castelli istituzionali. Cosa fare per uscire dalla mediocrità? Passare la palla a chi, finora, è rimasto a guardare in panchina Burocrati | Blog diPalermo.it

Abbiamo un patrimonio invidiabile, dicono. Potremmo vivere di cultura e turismo, dicono. Il fatto è che, dall’esterno, sembra che ogni monumento alla storia e all’arte venga leso nella dignità da una minoranza/maggioranza di ominicchi che riesce a trovare nella burocrazia la strada verso il nulla. Privati e associazioni perseverano nell’organizzare occasioni di risveglio, e che ben vengano. Scopriamo cupole del centro storico e ci riappropriamo di quartieri negati quasi esclusivamente grazie ai sudori di chi si sbraccia nel volontariato diffuso, per dire. Ma se da un punto di vista sociale tutto ciò significa crescita, dal punto di vista pubblico è negligenza.

Dall’esterno sembra che l’aspettativa dall’alto sia quella di cullarsi in una pilatesca, strategica, lavata di mani mascherata da lassismo orgoglioso e complimentoso. Come se nessuno dovesse accorgersi mai che a portare avanti le cause è sempre più la volontà gratuita e sempre meno la costosissima macchina istituzionale. Che poi non è tanto una latitanza del Comune – o dei Comuni – che tentano, ahimè tra polemiche insulse, di sostenere un fare magro. E non è nemmeno una latitanza regionale, anzi, dall’esterno parlerei di iper presenza. Guai a intromettersi, a cercare spazio per un’idea valida, ché poi le altre sfigurano. Inoltre ci sono mille pratiche, mille passaggi, troppi, sorvegliati da personaggi squallidi che occupano ingiustamente stanze che anche solo per decoro e arredo dovrebbero essere loro vietate.

Questa è una riflessione a freddo, nulla ha a che vedere con le attività parlamentari degli assessori che a turno scaldano quella poltrona, accomunati da uno sconfortante numero zero che è la costante nelle schede delle attività dell’Ars. E nulla ha a che vedere con i 274 dirigenti dell’assessorato regionale ai beni culturali, per i quali evaporano 15 milioni di euro l’anno. Semplicemente, dall’esterno, non è difficile fare un check up di musei, parchi archeologici, riserve e teatri che riescono a funzionare perché percorrono altri binari. Sembrerebbe addirittura cosa facilissima pensare di risollevare le sorti di tali sfortunati enti liberandoli dalle regole malate imposte da una Regione infestante. Semplicemente, dall’esterno, la soluzione c’è. Ma tant’è.

Nell’ignorare critiche & cronache si va avanti con l’idea di tenere l’osso stretto tra i denti, lasciando che gli stimoli si soddisfino al di fuori delle sedi istituzionali. Chiusi nei loro castelli deserti di pubblico e idee ma strabordanti di anarchici custodi, affondano le unghie nella mestizia di progetti polverosi e a costo zero, come le attività istituzionali, mantenendo ricca l’istituzione stessa. Come i carri armati del Risiko, costituiscono un presidio territoriale e nulla più, si limitano a simboleggiare potere. Non attaccano e solo a volte si difendono, paralizzati come sono da un’incompetenza di settore – non assoluta, per carità! – che li rende tristemente inadeguati. Costretti a improvvisare e liberi di spendere tanto e soprattutto male, gli uomini e le donne del sistema culturale pubblico siciliano dovrebbero farsi da parte insieme agli slogan da campagna elettorale che avvelenano le pagine dei giornali e la giornata di chi le legge. E possono farlo adesso, ora che pare si stia concretizzando quell’intenzione folle e avveniristica di consentire alla competenza di entrare nelle roccaforti della mediocrità. Che si passi la palla, ora, e si lasci giocare chi conosce le regole ed è rimasto in panchina a guardare la propria squadra continuare a perdere. Dall’esterno.


[ Immagine: di autore incerto disponibile su internet - Policy]

1 commenti

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  • 26 luglio 2015 08:18

    Il problema è diffuso, cara Eugenia, e coinvolge tutto il cosiddetto “sistema Paese”. Basti leggere cosa scrive il New York Times sullo stato della Città Eterna o ascoltare i commenti dei turisti trafelati sotto il sole in attesa di un mezzo pubblico che non arriva mai o fuori dai cancelli delle rovine di Pompei mentre “i lavoratori” organizzano una riunione sindacale nel pieno della stagione turistica.
    .
    La notizia, che mi ha fatto ripensare al proverbio che ripeteva spesso mia nonna “il Signore dà il pane a chi non ha denti”, ci ricorda che è proprio quando il lavoro manca che i fortunati che ne hanno uno lo devono rispettare e coltivare. E il problema non riguarda solo Palermo o la Sicilia. Riguarda tutti, dagli alti dirigenti alle maestranze di rango inferiore. Saluti.

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