i fatti dopo il ragionamento

Quando Palermo morì

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L'assassinio di Beppe Montana, una gita in barca sfumata e una piccola donna che quella notte aveva negli occhi il dolore infinito di tutta la città. Si chiamava Assia. Non la rividi mai più Montana Cassara C Letizia Battaglia | Blog diPalermo.it

Il primo stupore di Palermo lo subii a distanza. Tutto il suo golfo si distendeva davanti a me e sotto il terrazzino di casa a Mongerbino, poco dopo la villetta di Ignazio Buttitta e poco prima dell’arco dei baci Perugina, la mia prima casa palermitana a picco ma non troppo su una scogliera dal mare verde menta, in quel gennaio di trent’anni fa, il più bel gennaio che si potesse chiedere, tiepida frescura nell’aria insaporita di salsedine. S’iniziava il 1984.

Mi ero trasferito in città, in pieno centro storico, vicolo Paternò, questa volta con un terrazzo a picco sulla città vecchia e i suoi costumi che stavano lì lì scomparendo, quando Beppe Montana prese in affitto, su nostre informazioni, il cottage attiguo al mio che avevo lasciato a Mongerbino, ora abitato da un amico e collega. Fu poco dopo che quel mare verde menta divenne colore del vino, nell’estate più rovente e orripilante della nostra storia recente, macchiato dal sangue dello sbirro di prima classe che catturava i latitanti nel tempo in cui Cosa nostra non era contropotere, ma classe dirigente, a Palazzo e nei giornali, nelle sedi dell’industria e del commercio, nei salotti e nelle tenute della borghesia, al palazzo di giustizia. E in questura, dove si aggiravano talpe e traditori prezzolati, dove i veri investigatori dovevano comunicare con i pizzini o vedersi al bar per un falso caffè.

Nei dieci giorni che sconvolsero Palermo e la nazione accadde di tutto. I proiettili magnum e ad espansione in pieno viso di Montana, come per estremo sfregio, sul molo di Porticello senza tutela, Salvatore Marino, il palo del gruppo di fuoco come confermò Marino Mannoia, torturato e morto in questura (stava per dire qualcosa di importante?), il miglior quadro dirigente di polizia e carabinieri decapitato dal Viminale, Ninni Cassarà e Roberto Antiochia falciati dai kalashnikov solo il giorno dopo.

Potevo essere sul motoscafo del commissario quella mattina con mia moglie. Eravamo stati invitati da Assia, la fidanzata di Montana, delicata e soave ballerina catanese, per una allegra giornata di mare. Già allegra. Telefonammo che non saremmo andati, così come credo fecero Laura e Ninnì Cassarà, anche loro della partita.

Ahi dura terra, perché non t’apristi? Rivedemmo Assia ancora in abiti da mare che la notte era già alta, venir fuori dal portone della squadra mobile, attorniata e quasi sorretta dai colleghi e dirigenti di Beppe, “madonnina dolente dal corpo sfinito come privo di ossa”, icona femminina del dolore di quasi una città, forse di un piccolo pezzo. Un fantasma, radioso fantasma, sembrava morta anch’ella nello sguardo vitreo e spettrale, ma le sue guance erano bollenti nel loro pallore quando ci accostammo a lei in silenzio con le nostre, per un rispettoso e amorevole abbraccio. Non la rividi più, la giovane vedova dell’antimafia mai più apparsa sotto i riflettori italiani. Così come non si parlò quasi più di quel commissario da vera antimafia di eccellente bravura e coraggio, cui forse non fu mai perdonata una certa esuberanza. E quelle guance roventi restarono un simbolo di quell’estate, l’estate del 1985, e di una Palermo finita, ancora una volta e assieme alla sua gente, sulla graticola.


[ Immagine: © Letizia Battaglia - Policy]

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