i fatti dopo il ragionamento

Quando incontri la vita

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La questua gentile di George e Charlie, le chiacchierate mattutine con un uomo che ha perso tutto e la scoperta di un mondo che neanche sappiamo. E che aspetta su una panchina Image2 | Blog diPalermo.it

George e Charlie sono due ghanesi che fanno i posteggiatori abusivi davanti al New Paradise. Li incontro ogni mattina, intorno alle 7 durante l’abituale tragitto per la passeggiata col mio cane. All’inizio c’era solo George. Una gelida mattina di inverno di un anno fa, mi si avvicinò dicendomi “Zio, mi offri un caffè che ho freddo”. Gli avrei dato volentieri una testata. Darmi dello zio. Da ragazzo chiamavo zio le persone che mi sembravano avanti negli anni. Zio, mi da una sigaretta? Sentirmi dare dello zio, per di più di prima mattina, fu più doloroso di una coltellata. Ma sapevo che in fondo non aveva torto e gli mollai un euro.

Da allora ogni volta che passo mi grida da lontano zio, zio. È il suo modo di chiedermi soldi. Io naturalmente non mollo ogni volta e se dico “no George oggi no”, lui mi rassicura dicendomi, “non fa niente zio, tu sei buono, casomai ci vediamo domani”. E giù, una carezza al cane.

Il figlio di buona donna sa come prendermi, e io, l’indomani, puntualmente abbocco.

Ormai si è creata una sorta di tacita intesa. Un giorno sì e l’altro pure Il copione è sempre identico, ma George sa bene che sgancerò non più di due volte a settimana e ogni giorno mi rassicura, “va bene zio, tu sei buono, ci vediamo un altro giorno”. Charlie invece si è aggiunto da qualche tempo. Il suo territorio è una quindicina di metri più avanti rispetto a George. Credo che abbiano raggiunto un’intesa. Dopo essersi accorto della relazione tra me e George, cominciò a guardarmi con aria di rimprovero. Dopo una decina di giorni di questi sguardi era riuscito ad iniettarmi il più pericoloso veleno che io conosca, il senso di colpa. Ne ho già tanti, troppi, un’altra dose sarebbe fatale. Decido autonomamente di chiamarlo e gli porgo una moneta. Grazie zio! Pure tu, ma che è un virus?

Mentre mi allontano con il cane, li sento discutere animatamente. Capisco che George ha assistito alla scena e va a chiedergli conto e ragione. Io sono suo. Avverto l’ineguagliabile ebbrezza che può darti la ipertrofia dell’ego, ma non il tempo di assaporarla. Devo tornare indietro prima che la discussione degeneri. Fisso le regole e faccio capire che il triangolo può continuare tranquillamente, con soddisfazione di tutti. Pace fatta e io sono soddisfatto. l’alternanza è la base della democrazia e in fondo è facile. E poi George e Charlie mi sono simpatici perché osservano il galateo della questua. Non chiedono, ti fanno solo capire. Non sono come quei fastidiosissimi questuanti che non hanno alcuna discrezione, che non conoscono il linguaggio del corpo, stendere una mano, magari con un piattino, o con un cappello. No, loro insistono, ti toccano. Li detesto. Anche la questua deve avere un suo galateo.

E insomma, ogni mattina George e Charlie aspettano buoni buoni il loro angelo, che sarei io. Adesso la famiglia si è allargata.

Qualche settimana fa, ho conosciuto un barbone. Stavo lì, seduto in una panchina all’ombra, col mio cane. Si chiama Pippo ed è un beagle. Forse si è umanizzato, fatto sta che è felice quando può stare seduto in panchina a guardare la gente che passa. Io mi sento in leggero imbarazzo perché il nostro centro cittadino è pieno di barboni che fanno la questua in compagnia di un cane. E siccome in periodo di vacanze sono sempre in jeans e ho il vezzo di non fare la barba tutti i giorni, cerco sempre di darmi un contegno per evitare che qualcuno mi lanci un obolo. Fingo di parlare al cellulare. O cazzeggio su fb o metto gli occhiali sulla fronte.

Fatto sta che ero seduto e si avvicina un barbone che mi chiede se può accomodarsi. Un paio di grattatine al cane ed avverto la sgradevole sensazione che ci sia stato una sorta di passa-parola. Cominciamo a parlare. Si esprime con proprietà di linguaggio, parliamo di politica. A parte il suo aspetto fisico, vestiti sdruciti, scarpe bucate, nulla può far pensare al classico poveraccio. E invece è uno contro il quale la vita si accanita e adesso vive in un ospizio. È il Comune che paga la retta, ma per il resto non ha nient’altro. Non un centesimo per le sigarette, per un caffè. Ogni tanto riesce a raccattare qui e là qualche euro con piccoli servigi, tipo lavare la macchina a qualche impiegato dell’ospizio. Non mi chiede nulla. Lo incontro ancora nei giorni successivi e ogni volta parliamo, parliamo. Mi soverchia per cultura. Ha il cellulare, ma la sim è esaurita, Può solo ricevere. Ci scambiamo i numeri. Non mi chiede nulla, sa che sono un avvocato. Io naturalmente mi guardo bene dal fargli presente che se continua l’andazzo attuale mi troverò nella sua stessa condizione.

Un giorno però alle 7 del mattino mi arriva una telefonata. Guardo col cuore in gola il display. È lui, il barbone acculturato. Si scusa, ha una gravissima emergenza alla quale deve far fronte, e subito. Ha un disperato bisogno di due euro e io sono la sola persona che può aiutarlo. Capisco che per lui deve trattarsi di una vera emergenza. Gli dico va bene. Lo raggiungo alla nostra panchina. Non gli chiedo nulla e gli mollo due euro. D’accordo, sa che a quell’ora devo essere sveglio da un pezzo perché devo uscire col cane, però una telefonata alle sette del mattino. Per poco non mi è venuto un infarto. Magari un sms. Lui si scusa. Non accadrà più.

Una settimana fa, ore 6,50, il mio Iphone mi avverte di un sms. È lui. Ha un disperato bisogno di un euro. Sorrido e rispondo lapidariamente che sto arrivando. Cazzo, però. Ho soltanto una moneta da un euro e oggi è giorno di paga per George. Fa niente, decido di raggiungerlo alla nostra panchina cambiando tragitto, per non incontrare George. Lui mi aspetta.

Ma il barbone conosce il mio tragitto e mi viene incontro e lo vedo lì, proprio davanti il New Paradise e a poche decine di metri c’è George. Gli mollo l’euro con mossa furtiva sperando in cuor mio di non essere pedinato dalla narcotici. Il mio gesto non ha nulla, ma proprio nulla da invidiare a quello di uno spacciatore che ti gira la canna o la roba. Il barbone mi dice con un filo di voce, “grazie, quando ti ho conosciuto ho capito che Dio c’è”, e scappa via. George non si accorge di niente. Mi vede e col suo sorriso smagliante, mi grida Zio, zio. No George, ho dimenticato i soldi a casa. Fa niente zio, tu buono.

7 commenti

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  • 18 agosto 2015 12:30

    Ho l’onore di conoscere Ennio Tinaglia. Lo conosco bene, ne appezzo le qualità di uomo e di avvocato e collega, ed oggi mi sento orgoglioso di lui

  • 18 agosto 2015 16:20

    Ma davvero l’avvocato Tinaglia crede che Dio si manifesti con un misero obolo di uno o due euro a giorni alterni? La carità di Dio, per fortuna, è di ben altra natura (e quantità). Se con questo racconto ha voluto mostrare il suo lato umano, forse è il caso di ricordagli che qualunque gesto di carità, perchè sia davvero tale, va compiuto nella massima discrezione e nell’assoluto anonimato. Gonfiarsi il petto pubblicamente per qualche monetina lasciata nelle mani dei poveri mi sembra quantomeno discutibile. E uso un termine cristiano.

  • 18 agosto 2015 16:32

    Caro Adelfio, prendilo come un bel racconto. L’ultimo degli obiettivi di Ennio Tinaglia, per quel poco che lo conosco, è gonfiarsi il petto pubblicamente. La sua polemica mi pare francamente fuori luogo.

  • 18 agosto 2015 18:58

    Adelfio, un articolo (o un racconto), in fondo, è come un quadro.
    L’autore lo crea e, il più delle volte, non vuole dimostrare assolutamente nulla.
    Chi lo guarda, può vederci quel che vuole. E’ un suo sacrosanto diritto.
    Funziona così.
    Non c’è problema.
    Buona serata.
    Ennio Tinaglia

  • 18 agosto 2015 22:11

    Io invece l Autore ho il piacere di non conoscerlo affatto. Se non fosse per questo pezzo di vita, di umanità, di pensieri, di poesia urbana che mi e ci ha regalato.
    Davvero cometichiamiquasopra, non rieci ad andare aldilà dei soldi? Davvero sei così povero, meschino, limitato?
    Ennio, grazie: sei stato leggero e pittorico: tutti questi uomini e cani e panchine sembra che ci stiano davanti.
    E seppure tanto tanto lontano da questa perdutissima città, non ce l ho fatta a non ritornarci per un minuto…

  • 19 agosto 2015 10:42

    Anch’io conosco bene Ennio Tinaglia, mi ha salvato la vita nel senso più completo del termine. Questo non significa che prendere le sue difese (anche se, ammesso che ce ne sia bisogno, è capace di farlo molto meglio da solo) possa essere scambiato come un atto di partigianeria o riconoscenza servile. Ennio è un poeta ed un narratore nato, gli piace descrivere il mondo che lo circonda e lo fa con una leggerezza, una sensibilità, una soavità e forse anche con una innocenza tale, che i più duri di animo e prevenuti scambiano per egocentrismo o mania di protagonismo! Lui è come un cronista, racconta esattamente il mondo che lo circonda e le cose che accadono senza aggiungerci nulla di suo. Non mi pare che si sia gonfiato il petto e non credo che un contributo (non la chiamerei nemmeno carità come conferma anche Adelfio, con malcelata ironia) di qualche euro ogni tanto, possa scatenare le reprimende del precitato Sig. Adelfio. Infine, e chiudo, sono convinto anzi, sono sicuro che il nascondere di fare la carità o il far del bene, nei limiti delle proprie possibilità, a gente meno fortunata di noi, anzichè renderlo pubblico, possa essere motivo di orgoglio e di stimolo per colori i quali forse con la mano incollata alle tasche predicano bene e razzolano male. Un buon esempio vale centomila prediche inutili.

  • 20 agosto 2015 12:45

    Mi e piaciuto tanto questo racconto. Un abbraccio al barbone colto, a George e Charlie e all’avvocato. Grazie

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