i fatti dopo il ragionamento

Collega, io ti disprezzo

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Il vergognoso sgambetto della reporter ungherese ai migranti in fuga, la mia esperienza a Lampedusa e quella notte in cui dimenticai di fare il mio mestiere Rep | Blog diPalermo.it

Vedendo le immagini terribili della giornalista ungherese che, telecamera in spalla, fa un cattivissimo sgambetto a un rifugiato che teneva in braccio un bambino ancora piccolo e poi prende a calci, sì a calci, una ragazzina che scappava, non puoi che strabuzzare gli occhi. Ho visto bene? Può essere vero? Un essere umano, giornalista o no, che vede coi propri occhi tanta disperazione, tanta fame, tanta paura, non può fare questo. Non può. E invece. Petra Laszlo si chiama questa reporter ungherese. È bionda, ha gli occhi azzurri. Non so perché lo abbia fatto e non mi interessa. Io mi vergogno per lei, e anche tanto. Questo so.

Ho ripensato a tutte le volte che, occupandomi per lavoro di immigrati, mi sono trovata davanti le scene strazianti di rifugiati disperati arrivati sui barconi, avvolti nella coperta termica, pelle e ossa, gli occhioni persi nel vuoto, mamme con bambini in braccio, ragazzi che piangevano per la morte di un fratello o di una sorella durante la traversata nel Canale di Sicilia.

Ho ripensato, soprattutto, a quella volta, era la notte tra il 7 e l’8 maggio del 2011, che mi trovai davanti lo spettacolo agghiacciante di un barcone con oltre settecento immigrati a bordo che si era incagliato tra gli scogli di Cala Francese, poco prima di arrivare al porto di Lampedusa. E ho ripensato, guardando il video di questa donna indegna, alla mia corsa a perdifiato nel buio assieme a decine di persone per tentare di capire da dove arrivassero quelle grida nel buio. Il barcone rischiava di capovolgersi da un momento all’altro a causa delle onde molto forti, del vento, ma soprattutto perché buona parte dei migranti si era messo su un unico lato. Non ho più pensato al mio mestiere, allo scoop. Ho gettato tra gli scogli ciò che avevo in mano, taccuino, penna, telefonino macchina fotografica, e mi sono gettata in mare.

Erano tanti, un fiume di persone. Piangevano, gridavano, erano terrorizzati. C’erano tanti bambini. Qualche mamma, per paura che la barca si capovolgesse, gettava i propri figli in acqua. Una bimba gridava disperata perché le onde le avevano strappato il vestito e gli slip. Era nuda. L’ho abbracciata, l’ho aiutata a salire sugli scogli e l’ho messa al sicuro avvolgendola in una coperta termica. Le ho sorriso. Lei ha smesso di gridare. Una donna in avanzato stato di gravidanza continuava a gridare “my baby, my baby”. Con l’aiuto di alcuni ragazzi l’ho tirata su, l’abbiamo fatta sedere sugli scogli, l’abbiamo rassicurata, “tranquilla, non perderai il tuo bambino”.

Ma quello che non ruscirò mai a dimentiare sarà lo sguardo di un batuffolo di pochi mesi. Avrei scoperto dopo che si chiama Severin. Era solo. Nudo, con una piccola croce d’oro al collo. Non piangeva, mi guardava con quei suoi occhioni, non gridava come gli altri. Mi guardava con curiosità. Non sapevo se la madre fosse ancora viva. L’ho preso in braccio, gli ho cantato una ninna nanna in tedesco (in quel momento ricordavo quella) e poi ho tentato di riscaldarlo. Fino all’alba ho girato per tutta Lampedusa alla ricerca di una madre o un padre a cui affidarlo.

Solo poco prima delle sette del mattino ho trovato una donna che gridava disperata. Mi sono avvicinata con il bambino in braccio e le ho sussurrato: “It’s you child?”, e lei prima mi ha guardato incredula, poi con un grido straziante ha detto “Severin!”. Solo in quell’istante il piccolino ha iniziato a piangere. Forse perché ha sentito il calore della mamma.

Ecco io ripenso a queste immagini e ancora mi commuovo. E se penso allo sgambetto della reporter ungherese, di questa donna che non riesco a chiamare collega, mi viene una grande rabbia. Una grandissima rabbia. Per fortuna gli uomini, giornalisti o no, non sono tutti uguali. Per niente.

8 commenti

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  • 11 settembre 2015 10:28

    Grande Elvira: Collega io ti apprezzo!

  • 11 settembre 2015 13:38

    Una testimonianza che accredita la professione ed il suo modo di essere fatta, rileva la diversità, per fortuna, che esiste in ogni categoria.
    Un ringraziamento all’autrice, che riesce ad emozionare e ad emozionarsi per la storia che ha vissuto ed ha saputo raccontare.

  • 11 settembre 2015 19:15

    Complimenti Elvira sei una grande e bella persona complimenti

  • 12 settembre 2015 00:13

    Per favore non la chiami collega……è un mostro

  • 12 settembre 2015 07:37

    Tra l’altro e’ anche mamma di due bambini, Elvira non la definisca collega

  • 12 settembre 2015 12:10

    Io da parte mia mi sono appena iscritto al Petra Laszlo fan club su Facebook e vi invito a fare altrettanto.

  • 13 settembre 2015 21:45

    Non la chiami collega, ma soprattutto non la chiami donna!!

  • 14 settembre 2015 10:56

    Ninnananna in tedesco. Mizzica, avrà pensato “Talè, mi ha salvato la Merkel”.

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