i fatti dopo il ragionamento

Quel silenzio assordante

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La telenovela sulla Saguto e le colpe di una magistratura che da ciarliera è improvvisamente diventata silente. E che ha responsabilità anche, anzi soprattutto, politiche Silenzio | Blog diPalermo.it

Da giorni sui giornali siciliani va in scena la telenovela dell’inchiesta sul giudice Silvana Saguto e quasi certamente seguiranno ancora tantissime puntate. Non sulle pagine nazionali, che saranno riempite dallo scandalo delle mazzette dell’Anas, ma in quelle regionali, con le inevitabili intercettazioni telefoniche spesso incomprensibili. A fianco, un dibattito stanco sull’onestà dei singoli, con la manichea divisione tra il partito “è tutto un magna magna” e quelli che invitano a non generalizzare, perché accanto alla mela marcia ce ne sono tantissime sane e virtuose.

Inevitabile la corsa a chi è più indignato, a cominciare da chi per lavoro ha il compito di informare i cittadini di quello che accade. Non dico che non sia giusto indignarsi quando vengono a galla storiacce di malaffare. Quello che mi spaventa è il crogiolarsi nell’indignazione, senza star lì a tentare di capire quel che è accaduto e cercare quindi di individuare le cause che hanno reso possibile ciò che giustamente condanniamo.

So troppo poco della vicenda che vede il giudice Saguto come principale protagonista per dirmi colpevolista o innocentista. Certo, temo che almeno la prassi delle raccomandazioni molto probabilmente ci sia stata, perché questo sì è un vizio endemico dalle nostre parti e chissà quanto ci vorrà per estirpare questa mentalità. Per il resto, sarà il processo a stabilire verità e responsabilità. Sicuramente non mi interessa sapere se Silvana Saguto ritiene che Lucia Borsellino è una cretina. Se avere opinioni di questo genere fosse un reato, confesso che personalmente rischierei l’ergastolo.

Vorrei invece sapere come si può evitare che un gruppo ristretto di magistrati gestisca enormi ricchezze senza doverne rendere conto a nessuno. Questo mi sembra il problema principale che si dovrebbe porre all’attenzione di tutti noi, se veramente ci preme che lo cose vadano per il verso giusto. Ebbene, da quando è iniziata questa storia, una sola volta ho sentito porre questo quesito: qualche settimana fa, alla Festa dell’Unità di Palermo, da Rosy Bindi e dal ministro Andrea Orlando. Parole, le loro, che sembrano cadute nel vuoto.

Eppure hanno centrato la questione sostenendo che gli attuali meccanismi andavano bene agli inizi, quando a essere sequestrati alla mafia erano un po’ di ettari di terreno da coltivare e qualche appartamento di periferia. Ma ora che si parla di decine di milioni di euro, di aziende che nei loro settori sono dei colossi, di sequestri che hanno colpito gli interessi di potentissimi (anche da qui l’esigenza di essere cauti prima di pronunciare sentenze), non è più concepibile che si lasci tutto a poche persone, senza controlli e senza neanche la preparazione specifica per garantire un futuro economico ai beni sequestrati, che spesso significano anche posti di lavoro per tantissima gente.

Invece, c’è solo il silenzio. Da parte degli esponenti politici, ma anche dei magistrati palermitani che in altre occasioni hanno parlato, eccome. Per questi ultimi ora è difficile invitare alla riflessione e a non fare di tutta l’erba un fascio. È difficile perché molti di loro hanno la responsabilità di aver sostenuto la jaquerie che nell’ultimo quarto di secolo ha portato alla pratica sparizione dei partiti e ad una soggezione della politica rispetto a tutti gli altri poteri, magistratura compresa.

Dopo che per anni si è fatto di tutto per far diventare la politica un sinonimo di mafia e malaffare, arrivando a sindacare perfino su chi avesse il diritto a partecipare alle cerimonie antimafia, è ora ben difficile sostenere che non si deve ragionare con la pancia e che non possiamo correre il rischio di buttare il bambino con l’acqua sporca. Molto difficile.

Si potrà fare ben poco fino a quando il nostro Paese continuerà ad essere squilibrato, con una politica debole, corpi intermedi emarginati, e ora anche una magistratura che mostra una vistosa smagliatura. È poco popolare, ma lo dico lo stesso: non ci sarà mai una società sana e democratica fino a quando non si restituiranno ai cittadini gli strumenti per poter dire la loro (e non intendo rispondere sul web a quesiti decisi da pochi), cioè i partiti, e fino a quando ciascuno non tornerà a fare il suo mestiere, senza la pretesa di sostituirsi ad altri.

5 commenti

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  • 23 ottobre 2015 09:48

    Il pensiero di Paolo Corallo e’ condivisibile totalmente. La magistratura deve assolutamente prendere posizione, solo così’ potra’ essere considerata sopra le parti, ma soprattutto sopra le mele marce facenti parte della loro casta.

  • 23 ottobre 2015 10:00

    Tutto giusto, ma citare la Bindi come esempio positivo mi pare più che un azzardo, uno scivolone! L’autore dimentica che fu proprio la Bindi a zittire Caruso che aveva sollevato la sussistenza di gravi incongruenze, commistioni e incompatibilità nella gestione dei beni confiscati. Forse era meglio ascoltare le sue denunce e fare qualcosa, anche con strumenti legislativi, del resto loro sono lì per legiferare, o no?

  • 23 ottobre 2015 10:30

    Ma il Presidente Corsini che fine ha fatto?

  • 23 ottobre 2015 12:10

    Se Rosy Bindi ha sbagliato, lo ha fatto dando retta a tutti coloro che ha sicuramente consultato prima di prendere posizione (la conosco abbastanza per sapere che non parla mai d’istinto, ma solo dopo essersi informata per bene). D’altra parte, non è un caso se Caruso rimase completamente isolato nel fare le sue denunce. In ogni caso, un progetto di riforma di tutto il sistema dei sequestri e della gestione dei beni è stato già predisposto, prima che scoppiasse questo caso. Non ritengo quindi uno scivolone aver citato la Bindi, che – ricordo a chi è troppo giovane – si distinse nel fare la guerra dentro la Dc a Vito Ciancimino e Salvo Lima tantissimi anni fa, in un’epoca in cui l’antimafia non era una moda, ma proprio per niente.

  • 23 ottobre 2015 17:02

    Non credo che lo Stato possa riuscire a gestire aziende di settori ed entità che in genere sono riservati ai privati. E anche in caso dell’affidamento della gestione a terzi si pongono, secondo me, delle problematiche.
    Un’azienda non è l’equivalente di un terreno che può essere lasciato in gestione a una cooperativa di giovani (per esempio) che vi devono iniziare di tutto punto un’attività agricola o di altro genere.
    Né un’azienda è l’equivalente di un capannone o di immobili, appartamenti, da poter affidare come case popolari o altri interventi sociali.
    E anche in un eventuale affidamento a terzi, si porrebbe il problema della scelta a chi affidarlo, con possibili inquinamenti.
    Io credo che l’idea della confisca dei beni della mafia non sia stata altro che un estremo rimedio ad un male estremo. E diversamente non riesco a immaginarla.
    In quel caso si possono correre tutti i rischi, anche quello di accelerare la chiusura o il dissesto dell’azienda (un’azienda non è mai eterna, difficilmente riesce a durare decenni, inalterata)
    Nel caso dei sequestri, tale estremo rimedio, diventa invece una sorta di prassi consolidata, anche nell’incertezza che in tale azienda sia implicata la mafia, nell’ipotesi di riciclaggio, per sospetti o indicazioni di pentiti. E nei casi in cui nulla a seguire si accerta e l’azienda può ritornare in possesso dei proprietari vi giunge trasformata o in dissesto, oltre che in ritardo perché gli ingranaggi della macchina anche qui si inceppano.
    Per sentito dire, in Sicilia (con un’alta incidenza a Palermo) si effettuano quasi la metà di tutti i sequestri e confische effettuati in tutta Italia.
    Personalmente non credo che la mafia abbia trovato in Sicilia, in particolare nel palermitano, il massimo su cui investire, ma in questo settore a quanto pare funzioniamo alla grande. Tanto da indurre qualche dubbio.
    Comunque sia, i rischi che potrei accettare nel caso delle confische non riesco ad accettarli nel caso dei sequestri.

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