i fatti dopo il ragionamento

Zampa, mi vuoi ancora bene?

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La crisi nera del Palermo, un presidente con l'irresistibile istinto di voler ballare da solo e la (nostra) riconoscenza che rischia di diventare Sindrome di Stoccolma. È giusto che l'amore finisca così? Iachini Zamparini | Blog diPalermo.it

Faccio tante, troppe cose che non mi piace fare, parlando di Maurizio Zamparini. Rischio di argomentare senza (tutti gli) argomenti: non conosco bilanci, pieghe e rami, chissà quanti e quali, d’azienda. Non mi basta, da cronista, pur restandone perplesso e nell’anticamera dell’indignazione, leggere di oggettive plusvalenze per 127 milioni via cessione di campioni. Per avventura lavoro nell’informazione e detesto l’espressione vacua del sentimento in prosa informativa o commentaria.

Non mi piace la psicanalisi del tifo, peggio di quella neonatale. E non mi piace parlare di Zamparini. Ma l’anfitrione di questo portale ha minacciato gesti estremi, sino alla foggia di cocuzzoli sulle sue arancine femmine, e allora mi presto. Mi vendo, sì, alla rutilante cronaca che sta, quando si parla di ‘sto furlàn, fra la bile versata e l’estasi da strammonio di campagna.

Riduttivamente, microscopicamente, a ruota di mille altri dalla retrocessione di un paio d’anni fa a oggi, il fatto-esempio (dunque esemplare) è uno. Tutti gli altri, grazie a lui, son qualcuno. Palermo-Genoa, prima giornata di Serie A. Zero attaccanti. Poi arriva Gila. Sisifo di classe, solitario. Quando Gaetano Auteri, Sisifo di fiuto, talento attaccante e categoria, rincorreva palloni col gontacocce nel Palermo della C, gli volevamo bene, e tanto. Riconoscenti e innamorati, come adesso, dei colori e del Sisifo incolpevole di turno. Arrivano stenti, vittorie qualcuna strappata con tenacia iachiniana; sconfitte, troppe, a marcia avanti e muro in faccia. Vazquez conculcato dalla mancanza d’aria tecnica attorno; Lazaar sprofondato nella infinita brughiera di una fascia intera; Quaison scomparso e umiliato fuori ruolo; Andelkovic ripescato perché meglio un lungagnone sicuro e poi vuoi mettere gli indiscutibili consigli tattici del presidente?

C’è un’etimologia, un’anima di parola tradita, nell’anno XV e circostati dell’Era Friulana. E c’è un gioco incompatibile tra un ablativo assoluto e un imperativo imperfetto e impotente. La parola è riconoscenza, che quando le si accosta la qualificazione “eterna” diventa ossimoro. Contraddizione senza pace possibile. Riconoscenza è fatto biunivoco concluso dall’aderenza fra una o più azioni benefiche e la sollecitudine, da parte del beneficiario a “riconoscerne”, appunto, contenuto e contorni. Contorno è confine, è margine di calco, nulla di infinito e sfrangiato, in essenza. Riconoscere, riconoscenza. Non va meglio con il quasi sinonimo gratitudine, che ha a che vedere con cosa gradita. Se mi fai la parmigiana gradisco, ci metti fiele di rospo e magari non più. Eterna riconoscenza è matrimonio stracco. Sindrome di Stoccolma. Dipendenza, sbalzo d’umore, consuetudine. Avvitamento e cambio di carattere nelle generazioni tifose.

I verbi litigiosi sono quelli che accompagnano le due locuzioni antitetiche “Zamparini presidente” e “Zamparini vattene”. Il primo, latinamente ablativo assoluto, è vera ablazione, in molti snodi della gestione tecnica e societaria. Ablazione come cancellazione tramite rimozione, chi sia stato rapito almeno una volta dal dentista ne conosce i raggelanti risvolti. Zamparini rimuove. Innanzitutto le lagrime, siano i novantamila sacchi (due per ciascuno dei quarantacinquemila che invasero l’Olimpico di Roma per la finale di Coppa Italia di quattro e più anni or sono) oppure quelle solitarie – e uniche finora, quelle di Miccoli sgorgarono ad altro titolo – di Eugenio Corini. Lui rimuove chi è fedele, preferendo chi è devoto. Accadde con Biava, accadde con Delio Rossi.

Zamparini, fra i migliori complimenti che gli vengono attestati, riceve quello di concreto gestore venuto dal poco o nulla. Tanti bei bocciuoli da ciò, ma pure l’inettitudine fisiologica a coglierle, queste sfumature. Continuo: rimuove ruoli e persone, si insinua nelle scelte tecniche sino a farne cappio. Lui balla da solo, mentre le luci della fiera si fulminano per fatto anche e principalmente suo. Lo fanno tutti i patron, si dirà. Sì. Ma lui ha in tasca eterna riconoscenza. Gli altri, col fischio. La stessa inettitudine, eguale e contraria, degli abbonatelli dell’ultimora, quelli-che-la-A-non-ce-la-perdiamo, delle famigliuole che ormai hanno invaso, dopo gli stadi, pure le ricerche di mercato. L’incapacità di capire la stessa riconosenza che dicono di portare.

Parliamo chiaro: se a gennaio non afferra raspa e portafogli, si mette male. E io non voglio che si metta male. Con due punte, un centromediano e un difensore degno aprirei di nuovo il conto della riconoscenza, che è fatto oggettivo alla fine. Prima che sentimentale. Di sentimentale c’è solo il divieto assoluto che la politica societaria di Zamparini mi cambi il Dna. Lo ha già fatto in classifica e nelle parole non contestate da alcuno, nel nostro club, reiterate dal dg juventino Marotta: provinciali, ci ha detto. Io dico: poveri sì, piccoli mai. E agli abbonatelli, dal momento che con il furlàn avrei, lo ammetto, seri problemi di espressione, dico: vengono dalla stessa madre, che è la mancanza di conclusione, ma infinito e inconcludente sono due cose diverse.

1 commenti

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  • 09 novembre 2015 12:56

    non esiste il termine riconoscenza nel dizionario calcistico, chi pensò di inserirla, come Bearzot e Lippi dopo i rispettivi mundial vinti, si ritrovò con una squadra fiacca, vuota e lacerata…

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