i fatti dopo il ragionamento

Criminal minds di casa nostra

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I delitti-telenovelas sviscerati in diretta tv, la necrofora di Voghera e un libro che insegna rigore, serietà, sobrietà. E che sfata qualche luogo comune a stelle e strisce Polizia Scientifica | Blog diPalermo.it

“Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni”, recita una delle citazioni più sfruttate di William Shakespeare. “E di cui è fatta la televisione”, aggiungo io, tanto per spolverare di un sapore pseudo-sociologico quello sfruttamento. Siamo anche nell’epoca dei luoghi comuni, dello specifico lieve e precostruito: perché la vita è breve, preoccupante, e non c’è tempo per approfondire alcunché. È già difficile vivere senza sapere di che morte dobbiamo morire. Che senso ha sprecare ore per nulla preziose a chiederci se ciò che ci spacciano come verità sia almeno verosimile?

È in un siffatto auditorio, falsamente spensierato e segretamente necrofilo, che prosperano i programmi televisivi di “true crime”. Le interminabili dirette sui fatti di cronaca efferati, pullulanti di criminologi, consulenti legali, psichiatri forensi, analisti delle scene del delitto. Tutti armati di piglio sicuro e aggressivo, ognuno con una verità incontestabile da sbattere in faccia all’avversario in quella grande, abbacinante sala da obitorio che è diventata la programmazione pomeridiana e serale in tv.

È in questa temperie che mi sono imbattuto in Paola Di Simone, direttore tecnico capo biologo della polizia di Stato che ha appena pubblicato il libro “Crimini al microscopio” per Dario Flaccovio. Lei è una vera. Vera perché le ho stretto la mano di persona, anziché vedermela apparire davanti premendo il pulsante di un telecomando. Vera perché ha scritto un libro della cui gestazione sono stato testimone, pagine che testimoniano come lavorano i poliziotti sulle scene del crimine ipso facto, e non nella loro trasposizione mediatica di facile consumo.

Paola ha lavorato al caso Provenzano (rilievi nel covo), a quello dell’uccisione di Mauro Rostagno, alla ricerca di Denise Pipitone, ma anche a casi ormai così comuni e atrocemente anonimi da non approdare alla ribalta mediatica (neonati gettati nei cassonetti). Paola Di Simone, in quanto vera e non creatura da telecomando, è la persona ideale per smontare la paccottiglia a effetto che va tanto di moda in un nuovo genere televisivo: la “telenovela crime”. Lei insegna riservatezza, rigore, serietà e sobrietà. Eppure non le mancherebbe il potenziale da piccolo schermo: è spigliata, simpatica e ha un viso comunicativo. Ma avrebbe vita breve da quelle parti. Rifugge gli effetti speciali. Tende a sfatare presunti miracoli (chi leggerà il suo libro saprà a cosa mi riferisco). Parla delle indagini (non chiamiamole “gialli”!) affrontandoli per quello che d’interessante offrono sul piano scientifico, della genetica, del Dna, senza spettacolarizzare né mettere in piazza informazioni che possano violare il segreto investigativo.

Perché Paola ha rispetto del lavoro di tutti, dei fatti di cui si occupa e dei loro protagonisti. Il suo è un resoconto da biologa, ma anche da mamma e donna che più vera non si può: una che concilia lavoro, famiglia e sport. Senza snobismi: scrive da telespettatrice di NCIS, CSI e Criminal Minds, ma sottolineando le bufale delle serie tv americane e spiegando invece cosa si fa, sul serio, nel campo scientifico in Italia. Ultimo e non ultimo – cosa che me la rende particolarmente simpatica – non sopporta i dettagli morbosi. Una prova? Le ho chiesto un’opinione su un fenomeno mediatico che mi tormenta da qualche tempo. La mutazione della proverbiale “casalinga di Voghera”, spettatrice-tipo, in “necrofora di Voghera”. Mi ha risposto con un sorriso. E tanto basta.


[ Immagine: fotomontaggio originale di diPalermo - Policy]

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