i fatti dopo il ragionamento

Quando eravamo piccoli

di

Le stragi di Parigi, la solidarietà tra popoli, la perdita dell'innocenza e la nostalgia di quando scendevamo in strada e chiedevamo soltanto "posso giocare?" Fabio Giallombardo La Bicicletta Volante Edizioni Autodafè | Blog diPalermo.it

Quando eravamo piccoli non avevamo documenti. Non si chiedeva il passaporto. Ci avvicinavamo ad un crocchio di sciamannati e chiedevamo “posso giocare?”. Nessuna discriminante. Oddio, una sì. Se eri scarso eri fuori. Se qualcuno era di pelle scura era semplicemente “turcu”. Non c’erano i barconi. C’erano anime perse in un marciapiede. Quando eravamo piccoli eravamo di una sincerità disarmante e sapevamo chi erano i buoni e i cattivi. E non sapevamo, specie in una città come la mia, che avevamo già il sangue contaminato. Da anni e anni di razza impura e colonizzazioni.

Abbiamo nel sangue la musicalità che parla tante lingue e la bruttura. Ecco. Tutto qui, ritrovarsi dietro una palla. Come a Wembley, dopo le stragi di Parigi. Forse le telecamere possono distinguere un bianco da un nero, un francese da un inglese. Ma non esiste un individuatore di idee e di religioni. A Wembley tutti insieme hanno cantato la Marsigliese. L’inno francese. Ma non c’erano solo britannici doc e francesi dop. C’erano tutti i colori, oltre ogni bandiera. C’era quest’omino qui, ad esempio, ferito nel profondo più di una volta. Lassana Diarra ha perso una cugina che era come una sorella, nelle sparatorie di Parigi.

Mentre tutto uno stadio canta, tra Wenger e Deschamps, francesi, tra Rooney e Hogdson, inglesi, e Lizarazu, basco ma francese, e Pogba, che è francese di Guinea, non c’è solo Francia e solidarietà, ci sono canti africani di gente che è andata via dalle proprie savane per emigrare in città, su barche malmesse. C’è chi canta le proprie ferite doppie, quelle da francesi e da emigrati da territori di guerra. Uno per tutti. Diarra, che viene stretto forte dai compagni, che piange con dignità la sua perdita, forse molto molto più profonda della vita strappata. Una perdita lontana, che risale a quando scendeva in strada e chiedeva solo “posso giocare?”.


[ Immagine: Copertina del libro di Fabio Giallombardo, La Bicicletta Volante, Edizioni Autodafè. - Policy]

4 commenti

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  • 21 novembre 2015 13:29

    ???

  • 21 novembre 2015 16:10

    Pezzo che commuove e fa riflettere. Chapeau

  • 21 novembre 2015 16:19

    QUANDO eravamo piccoli i quartieri di Parigi do e abitano gli stranieri ci sarebbero sembrate zone eleganti. etc etc etc. Quando eravamo piccoli a testa era sul e fimmini e non a combattere per i paradiso

  • 21 novembre 2015 16:28

    Sono cresciuto in un quartiere dove la prevalenza dei suoi abitanti erano profughi, greci, eritrei, slavi, rumeni, egiziani, di tutte le razze e di tutti i colori, ma a noi Palermitani non interessava la loro religione, o il loro modo di pensare, si giocava tutti insieme senza preclusioni, si organizzavano feste, spettacoli, tornei e ognuno metteva a disposizione il suo contributo di umanità e di fratellanza. Questa esperienza mi ha arricchito immensamente e mi ha insegnato che la distinzione fra buoni e cattivi, prescinde dalla razza, dal colore, dalla religione.

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