i fatti dopo il ragionamento

Il male di vivere, oggi

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La nostra vita sempre più social e il divario incolmabile tra chi siamo e chi mettiamo in vetrina. Quando vivere fa soffrire Suicidio | Blog diPalermo.it

Andarsene senza lasciare traccia di sé, lanciandosi nel vuoto, oppure in maniera più eclatante. La disperazione nelle scorse settimane ha toccato anche la nostra città – perché non avrebbe dovuto? – con due suicidi portati a termine e un terzo in cui la persona è stata salvata.

Troppo facile parlare di crisi economica, troppo superficiale cercare di individuare le ragioni che spingono una persona a farla finita con la vita. Esistono tanti modi di vivere e altrettanti di morire, conosciuti a mala pena da chi decide: di vivere o di morire, appunto. In ogni tempo, in ogni momento storico, il suicidio ha attraversato in maniera trasversale età e ceti sociali. Nell’Ottocento diversi giovani si sono riconosciuti nelle delusioni del giovane Werther (libro cult di Foscolo, si direbbe oggi), arrivando a imitarlo e a farsi portatori di una protesta senza appello.

Se però oggi come ieri è impossibile capire che cosa muova chi decide di non vivere più, non si possono trascurare dei sintomi contemporanei. Prima ancora della crisi, si può azzardare l’ipotesi che sia la solitudine totale e graffiante dei nostri tempi uno dei fattori responsabili del male di vivere 2.0. Anche nel nostro profondo sud, in cui ci ripetiamo che noi siamo diversi, espansivi, pronti al dialogo. Un luogo comune?

Si è sempre più “social” in ogni momento della giornata, sempre chini sullo schermo del telefonino a scrivere, guardare che fanno gli altri, a postare foto ritoccate e cambiate mille volte. Si è sempre pronti a mostrare il proprio aspetto migliore, quello più giovane, più brillante. E non c’è posto per gli altri, per nessuno, in questo monologo. E c’è chi non ce la fa, perché il divario tra chi siamo e chi mettiamo in vetrina a volte taglia come una lama di coltello. Allora si lascia tutto, telefonino, social, battaglie iniziate. E ci si lancia nel vuoto, chissà quale ragione. Con buona pace di Durkheim e delle sue catalogazioni sul suicidio.

8 commenti

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  • 12 gennaio 2016 16:49

    “I dolori del giovane Werther” è un romanzo Wolfgang Goethe non di Ugo Foscolo. Probabilmente lo ha confuso con Le lettere di Jacopo Ortis, questo si di Foscolo.

  • 12 gennaio 2016 16:49

    Come commentare questo articolo?

  • 12 gennaio 2016 17:57

    Maurizio Matt, ovviamente ha ragione. Mi scuso della svista con lei e con i lettori

  • 12 gennaio 2016 18:12

    Maurizio Matt., mi assumo la mia dose di responsabilità, ho passato il pezzo e non me ne sono accorto, mi farò perdonare con una fornitura di arancine; in quanto a te, Alessia, studierò con attenzione la punizione che meriti. Baci.

  • 12 gennaio 2016 18:32

    Io sto già provvedendo con un’autofustigazione: il libro “I dolori del giovane Werther” è stato oggetto d’esame all’università per la sottoscritta, fra le altre cose

  • 12 gennaio 2016 22:09

    L’inappagamento del desiderio o di ciò che è oggetto del desiderio non è causa di suicidio e la società perfetta non esiste. Esistono individui che all’interno di una società possono risultare deboli ma neanche la debolezza in sé è causa di un suicidio.
    Il senso di solitudine dipende da una percezione soggettiva, di fatto viviamo oggi più di prima in un mondo sovraffollato e nessuno è obbligato a stare in vetrina, le scappatoie si trovano.
    Non c’è una causa sociale che induce al suicidio (tranne casi di “suicidio altruistico” o legati ad una depressione economica, come il suicidio di piccoli imprenditor,i ma sono casi di esagerata integrazione o totale assorbimento o asservimento al modello sociale).
    Con il suicidio non ci siamo. Ha cause sociali nelle individuali combinazioni ed è come dire che ha cause individuali e non esistendo l’individuo isolato c’è sempre una componente sociale ma non genericamente determinante.
    E’ invece universale il fatto che in ogni società ci sono casi di suicidio.
    Ci sono poi anche società intere che si “suicidano” ma credo sia un altro argomento.

  • 13 gennaio 2016 09:00

    Ottimo articolo, ottima riflessione.

  • 13 gennaio 2016 10:56

    Mi dispiace. Non volevo provocare alcunché.. Solo una precisazione in primis per me stesso (con l’occasione i sono andato a ristudiare Foscolo e Goethe )
    Però la fornitura di arancine del buon Massaro le accetto volentieri. Dove devo fornire l’indirizzo per la spedizione ? 😀

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