i fatti dopo il ragionamento

La battaglia di una donna

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Il tumore al seno, il diritto a una nuova vita e un rischio che Palermo non può permettersi. Ecco perché salvare il Centro Amazzone è un dovere di tutti Amazzoni | Blog diPalermo.it

La forma interiore di una donna che ha affrontato un cancro al seno quasi sempre assomiglia a quella che le hanno lasciato l’intervento chirurgico e le cure che ha sopportato. È una forma “altra”, è una versione inaspettata del sé che si mette in relazione con un corpo modificato e non per scelta. È un punto e a capo che azzera un’identità e ne impone un’altra. Il che comporta una revisione profonda delle percezioni, dei comportamenti e dei rapporti con il mondo esterno.

È una sfida sul sentiero impervio dell’accettazione che ha come primo soggetto il sé a confronto con la folla là fuori. La battaglia è quotidiana, la risalita impegna energie individuali e affetti, mette alla prova anche compagni, famiglie; rischia di determinare un costo sociale e un aggravio economico per il sistema sanitario se non si mobilita una “rete” di servizi di sostegno che accompagni verso il recupero psico-fisico.

La donna che ha vissuto l’avventura del cancro al seno deve poter immettersi in un circuito di comunicazione-scambio con la comunità per scardinare il “complesso dell’ammalata” e liberare la capacità di testimoniare la propria esperienza a vantaggio di chi ha il diritto alla prevenzione.

Fuori dai reparti ospedalieri quest’opera riesce meglio. Ne è la prova Il Centro Amazzone di Palermo, l’invenzione di Anna Barbera e Lina Prosa, due intellettuali strappate per un periodo (breve per fortuna) al teatro e alla letteratura e catapultate nel cosmo del carcinoma mammario. L’esperienza della malattia le ha costrette alla riforma di cui sopra. Ma siccome “le due” sono rocciose quanto esili e creative, ecco che hanno tirato fuori il balsamo della cultura come unguento contro la malattia. In quasi venti anni sono riuscite a mischiare le carte: cura, prevenzione, dialogo, teatro; anime volontarie, medici di corsia, primari, infermieri si sono mescolati nel nome della lotta al cancro. Su un piano orizzontale si sono posti donne che hanno vinto un primo round contro il tumore, i familiari, gli oncologi, i chirurghi, gli psicologi, e le persone sane. Ha funzionato prodigiosamente in scena, con i tanti spettacoli teatrali nei quali tutti sono stati attori ma anche se stessi.

Sono stati riti di emancipazione accompagnati da attività quotidiane, incontri, convegni scientifici, visite gratuite ed esami diagnostici che centinaia di volte hanno permesso di intercettare malattie un momento prima del dramma. Il Centro Amazzone ora si snatura, perde il crisma del Progetto perché lascia la sua sede storica di corso Alberto Amedeo poco lontano dal bastione di Palermo, proprio sopra il fiume Papireto che scorre sotterraneo (“Ci vuole bene “, dice Anna Barbera). Il rischio enorme è la dispersione, è la perdita di un luogo fisico “pulsante” lontano da sale operatorie, corsie e cocktail di chemioterapia. L’edificio disegnato con rigore da Ernesto Basile torna all’Azienda Civico che lo ritiene troppo malandato.

La convenzione appena firmata con le fondatrici del Centro Amazzone, assicura “carte in regola” e il proseguimento delle attività di prevenzione e convegnistica in area ospedaliera. Per il palcoscenico degli spettacoli teatrali e per gli eventi si ragiona su più ipotesi. La stessa Azienda Civico propone di guardare nella direzione di Palazzo Bonagia, splendido col suo scalone barocco e i suoi spazi ma ostaggio di un restauro ancora incompiuto. Il Comune offre ospitalità temporanea nella ex chiesa di San Mattia ai Crociferi oppure a Palazzo Palagonia (anch’esso di proprietà dell’Arnas ma nella sua disponibilità). L’allarme di Anna Barbera e Lina Prosa è suonato forte. Un’assemblea cittadina è stata la risposta al loro appello. Al loro fianco si schiera anche la Camera del lavoro della Cgil. Un coordinamento di donne e uomini a partire da adesso parteciperà agli incontri con le istituzioni. A loro spetta la responsabilità di orientare il destino del Centro Amazzone. Perché è così che si fa nei sistemi democratici e nei paesi che possono vantare un “welfare” maturo.

Quando iniziative di volontariato partite dal basso raggiungono obiettivi che incidono su bilanci pubblici, chi amministra indica la rotta. Lo fanno i governi anglosassoni quando sostengono le “charities” senza finanziarle ma procurando loro metodo e progetti per ricorrere al “fundraising”. Alle organizzazioni di volontariato viene spiegato come si raccolgono fondi per gestire attività che alleggeriscono le strutture pubbliche, aiutando nella ormai necessaria “buona pratica” della prevenzione. La chiusura del Centro Amazzone è una chiara “diseconomia” nel sistema sanitario di Palermo e per la stessa città. In termini di servizi per la salute viene meno un “poliambulatorio di fatto” che ha drenato pazienti e ha fornito diagnosi precoci che hanno evitato probabilmente centinaia di interventi chirurgici e altrettanti protocolli di cure: attività che valgono milioni di euro nonché vite umane salvate (vantaggio inestimabile).

Nella fase post malattia “le amazzoni” sono poi dei fenomeni, si è detto. Le donne trovavano lì ascolto, imparavano ad ascoltarsi, a guardarsi nella nuova “forma”, a piacersi, ad emanciparsi, ad adottare un’alimentazione mirata. Chi si è occupato di loro lo ha fatto gratuitamente, sfoltendo liste d’attesa degli ambulatori e dei servizi di sostegno psicologico che nel caso della malattia del seno prevedono la totale esenzione dal ticket e sono dunque a totale carico dell’azienda sanitaria. L’attività volontaria di medici e professionisti, quasi tutti provenienti da ospedali pubblici, è valsa anch’essa un bel risparmio. I medici che hanno scelto di rendersi utili anche al di fuori dall’orario di lavoro, cercavano e hanno trovato motivazioni ed entusiasmo che hanno portato con sé in reparto.

Risultato: migliore performance e feedback per il “datore di lavoro” che può vantarne i nomi in organigramma come si fa con i testimonial (meglio di una costosa campagna pubblicitaria). Lo stesso può dirsi per la città. Il servizio “sociale” del Centro Amazzone vale tanto oro quanto pesa. Donne di tutte le estrazioni, donne di periferia, spesso unica risorsa di famiglie in difficoltà, sono state “acciuffate” appena in tempo, prima di lasciare orfani e mariti senza lavoro. Questa “macchina taglia-costi” si chiama “Progetto Amazzone a Palermo”, la si conosce nel mondo per la sua avanguardia oltre la frontiera della malattia. È un “brand” che la città e la Sanità devono salvare perché altrove, davvero, non capirebbero.

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