i fatti dopo il ragionamento

La maledizione di Narciso

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La nostra vita appesa ai social, la vanità alla continua prova del nove e questo dio del massacro che ammette solo due espressioni di volontà: mi piace e condividi Narciso | Blog diPalermo.it

Ho apprezzato l’articolo di Alessia Franco (“Il male di vivere, oggi”). E, come talvolta accade a chi ha il male di scrivere, rilancio. In famiglia e tra gli amici dispongo di una buona dose di psicologi, professionisti di lunga data, laureati e laureandi, nell’arte di – sia detto per celia – “strizzare cervelli”. E non conosco qualcuno che non sia passato, almeno una volta nella vita, me compreso, per psicoterapie di vario orientamento.

Capita che ci ritroviamo a cena, e che le cene, con mio sommo piacere, si trasformino invariabilmente in un’imprevista – abborracciata e improvvisata quanto si vuole ma pur sempre fruttuosa – “terapia di gruppo”. Ci si confronta. Talvolta ci si pungola. Qualcuno la prende bene, qualcuno ci scherza su, i più fragili si concedono una lacrima liberatoria. Poi, esaurita la fase che definisco (rifacendomi a Polanski e Yasmina Reza) del “carnage”, tra i sopravvissuti si passa a riflessioni di più ampio spettro. Del genere: “a che punto siamo, in che società viviamo e dove stiamo andando a sbattere”.

Una cara zia, la più ferrata in materia, perché, oltre che un normale essere umano è anche una delle più accreditate psicoterapeute di Palermo, in certi casi ha una risposta prevalente che, sulle prime, reputavo monocorde ma alla quale, gira e rigira, mi sento di dare credito. Narcisismo.

A chi non ha idea di che cosa si stia parlando, consiglio una splendida – e inquietante; forse splendida perché inquietante – tela di Caravaggio. Quella del bellissimo Narciso stregato dal proprio riflesso sul lago, che gli restituisce l’immagine di un vecchio. Come finirà a Narciso è mito. Nella maggior parte delle versioni della sua vicenda, muore annegato nell’illusione di poter attingere a sazietà godimento, sapienza (sapienza?) e appagamento dalla propria immagine riflessa.

Se fossimo a cena, durante una di quelle cene cervellotiche che ho citato prima, butterei lì la mia carta vincente. Cos’è oggi il riflesso del quale Narciso s’innamora a morte, la replica ubriacante e ingannevole di se stesso, se non il sistema dei social network? Non facciamoci fregare da chi sostiene che Facebook, Twitter e simili non siano altro che strumenti per socializzare, stringere amicizie, restare in contatto col mondo. No, direbbe la zia (e io con lei).

Sono specchi. Vetri riflettenti sui quali istoriamo l’immagine che vogliamo offrire di noi stessi, e della quale godiamo quando altrettanti Narcisi ne rafforzano l’illusoria veridicità. Costruirsi un’immagine che potrebbe non trovare corrispondenza nei fatti (nella vita reale) è un’occasione che regala ebbrezza. Quando cominci, è difficile farne a meno. Ti prende, reclama la tua attenzione. Ripeto: la tua attenzione. Sottraendola al resto.

Non si spiegherebbe altrimenti il dispiego di energie delle truppe di Narcisi sfiniti al quale mi è capitato di assistere nei posti più impensati. Tutti armati di telefonini, tutti con lo sguardo cucito a un social network, tutti in incessante attesa e verifica di un riscontro del quale, a ben pensarci, ci è oscura l’utilità. E poiché lo specchio è un vampiro, incombe su di noi proprio nelle occasioni in cui più succoso è il tributo che gli rendiamo.

La vittima del salasso si fa presto a identificarla. Si chiama attenzione. Concentrazione, in senso più ampio. Quella preziosa abitudine al dispendio di energie che un tempo dedicavamo all’altrove e all’altrui (leggi: al differente da noi), che si chiamano conversazione, lettura di un libro, visione di un film. Penserete che sono pazzo. Un sociologo della domenica. Non sarò io a smentirvi.

Tuttavia, andate una sera al cinema e chiedetevi da dove provengano le piccole, pallide luci che disturbano quella abbacinante, nutriente, del grande schermo. Sono cellulari accesi. Ho visto gente accucciarsi sul telefonino per non farsi scovare nel controllare i post di Fb in piena scena madre di un film. Poi, se proprio vi va di litigare, domandate a metà del pubblico quanto abbiano seguito e capito del film in questione, per il quale hanno pagato un biglietto, mentre si dedicavano, nell’oscurità, al Dio del massacro. Quello che ammette due sole espressione di volontà: “mi piace” e “condividi”.

4 commenti

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  • 16 gennaio 2016 10:21

    Una volta andai a un concerto in un locale sul mare, con due terrazzamenti. Dalla terrazza superiore, durante l’esibizione degli artisti, guardai di sotto. E commentai: “Quante candele hanno piazzato stasera. Un centinaio. Che bello”. Poi osservai meglio e mi accorsi che erano tutti telefonini nelle mani degli avventori. Che tristezza.

  • 16 gennaio 2016 15:44

    C’è di peggio. Non è raro vedere in bar, paninerie e simili, due persone, piuttosto che parlarsi, intente a consultare e digitare ognuno per sé l’iphone. Si è portati a pensare che hanno sbagliato nella scelta del luogo e della compagnia. Poi quando le vedi alzare con un sorriso reciproco, mano nella mano o abbracciate, pensi che ti sei sbagliato. È “solo” una questione di dipendenza patologica. Ma dipendenza da che? Da qualche parte ho letto che l’ansia da network non è dipendenza da social, ma dipendenza dall’approvazione degli altri. E qui, forse, ci colleghiamo al narcisismo di cui sopra.
    Comunque sia, per chi coltiva sensi di colpa un rimedio c’è: staccare la spina virtuale per un periodo più o meno lungo. E buone ferie.

  • 16 gennaio 2016 20:53

    Non tutti costruiscono un’immagine di sé che non ha corrispondenza con i fatti anche se c’è chi ha una serie di profili falsi sui social network e si diverte in questo modo.
    E’ il mezzo che reclama l’attenzione, è il mezzo il vampiro, si crea un eccessivo bisogno di comunicare e di avere un profilo a questo fine.
    Da tenere presente che anche un normale telefono cellulare rispetto al passato è un vincolo nel doversi tenere sempre a disposizione degli altri, quando prima si poteva farlo solo quando si era in casa, o nei luoghi di lavoro senza troppo esagerare. Utilissimo per ovvie ragioni, però comporta che amici e familiari se non rispondi si allarmano o si risentono anche se trovano il telefonino spento.
    Allo stesso modo nei social network è richiesta la continua presenza e può diventare un mondo a sé.
    Doversi creare un profilo in un social media non è neanche molto diverso da doversi creare un’immagine sociale, con la differenza che questo è virtuale, ma solo relativamente e solo in alcuni casi. Il profilo può accentuare l’immagine sociale e come con il telefonino può essere utile come una palla al piede. In genere non pochi optano per limitare l’accesso alle informazioni e alle amicizie, come si farebbe nella vita normale. Ma si rifiuta l’amicizia ad un conoscente questo rischia di offendersi.
    Io allo stato attuale non ho trovato alcuna necessità di crearmi un profilo, ma appartengo ad una generazione ormai passata e solo una modesta percentuale dei miei conoscenti ha un profilo nei social media. E poi io forse sono tendenzialmente “asociale”.
    La mia credo sia una scelta di privacy, non sono interessata ad aprirmi virtualmente al mondo in questo modo, ho virtualmente interessi più mirati che non mi richiedono neanche di espormi.
    E apprezzano i nick anonimi nei blog come questo o in altri forum dove si leggono solo opinioni, idee ed è la forma virtuale che ritengo utile e preferisco, non mi interessa minimamente conoscere o dare un volto ai nick.
    Spesso nei miei svaghi in internet regolo al massimo il livello di privacy e della sicurezza questo mi evita di dovermi sorbire troppa pubblicità e dovere continuamente cliccare accetto sul messaggio sui cookie. Alcuni siti mantenendo il massimo della sicurezza non ti consentono neanche di poter accedere ai commenti, men che meno facebook. Allora per accedere ad alcuni devo abbassare il livello di sicurezza e dopo che esco lo rialzo.
    Per una persona che agisce in questo modo è già tanto se ha un indirizzo email.

  • 17 gennaio 2016 20:58

    Chi è Narciso lo è comunque è il modo di esternare la propria sindrome lo trova comunque anche senza telefonino… e sinceramente non sono troppo d’accordo con la visione a senso unico dei social, nel senso che non pensi che abbiano la sola funzione narcisistica. Ciò rafforza la mia sfiducia verso qualunque corrente di pensiero “psico” in quanto la tendenza degli “psico” è proprio di etichettare, classificare, settorizzare, in base agli stereotipi (variabili a seconda della scuola di pensiero a cui si appoggiano). In buona sostanza, seppur con i loro aspetti negativi che certo non mancano, sono più utili i social che gli “psico”, uno dei mestieri più inutili che esistano e cialtroni al pari dei cartomanti.

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