i fatti dopo il ragionamento

Quei fantasmi dentro alle gabbie

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La Palermo che cambiava e reagiva lasciandosi alle spalle un passato di sangue, paura e omertà. Grazie a un pool di magistrati e giudici speciali. Il maxiprocesso trent'anni dopo Maxiprocesso | Blog diPalermo.it

Trent’anni dopo, la prima scena che mi viene in mente è la ressa pazzesca ai cancelli dell’aula bunker. A occhio e croce duecento persone accalcate davanti all’ingresso. Giornalisti, cineoperatori e tecnici delle tv venuti da ogni angolo del pianeta. I familiari dei 474 imputati. E poi tanta, tantissima gente comune: studenti, operai, impiegati, casalinghe, tutti pronti a scendere in campo per sostenere con la loro presenza l’immane fatica del pool di Giovanni Falcone. Una folla oceanica. Ed erano soltanto le sei del mattino.

La seconda scena sono le gabbie strapiene di detenuti come mai si era visto in un’aula giudiziaria. Li scrutavo uno per uno, studiavo le loro facce spavalde e abbrutite, sfregiate da una vita vissuta nella violenza. Osservavo i loro gesti, le lorosmorfie, le risate grasse, gli sguardi d’intesa, le mani incollate alle sbarre. Ecco, pensavo, queste sono le bestie che hanno ridotto Palermo ad una condizione miserabile, i “galantuomini” che l’hanno trasformata in un campo di battaglia disseminato di cadaveri, i bastardi che l’hanno scaraventata sotto i riflettori del mondo per i suoi orrori infiniti.

Questi sono i macellai capaci di sterminare intere famiglie, che hanno ucciso mille volte, forse di più, in tutti i modi: a sangue freddo, con le imboscate, a tradimento, da soli, con un commando di killer. Per le strade del centro e della periferia, o nella camera della morte dopo avere inflitto atroci torture ai loro avversari, a volte boss feroci e sanguinari come loro, altre volte ragazzini di borgata scivolati per ingenuità o per cattivi insegnamenti sui sentieri maledetti.

Erano tutti lì, nell’aula bunker, finalmente visibili, persone in apparenza come le altre, gente comune come quella che incontri per la strada, mentre per anni, per decenni, avevo pensato che i mafiosi fossero dei fantasmi, degli alieni inafferrabili dotati di chissà quali poteri se riuscivano a sfuggire regolarmente e con tanta facilità alla mannaia della giustizia.

Ricordi di una giornata vissuta con forti scariche di adrenalina, in uno stato emotivo di tensione e stupore. Era il maxiprocesso, il grande dibattimento della speranza, del sogno ritenuto allora impossibile di liberare Palermo dei mostri travestiti da esseri umani. Era il 10 febbraio del 1986. Un giorno storico, marchiato a fuoco nella memoria della città. Per la prima volta lo Stato processava i mafiosi. Anzi, la mafia presa in blocco e sbattuta dietro le sbarre da un gruppo di magistrati che si era intestata la più difficile delle battaglie.

Un nome e un volto ai 474 mafiosi gliel’avevano dato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, le punte di diamante del pool antimafia, i giudici palermitani stanchi di vedere e sentire la loro città diventata sinonimo di stragi, sangue, delinquenza, malaffare. Anche il presidente della corte d’assise era palermitano, Alfonso Giordano, magistrato minuscolo di formazione civilista che non si era tirato indietro come qualche collega aveva fatto. Ed erano palermitani il giudice a latere Pietro Grasso e i rappresentanti dell’accusa, i pubblici ministeri Domenico Signorino e Giuseppe Ayala.

Insomma, era Palermo che finalmente si ribellava alle sue belve, allo scempio dei “viddani” corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano, che per uscire dall’isolamento delle campagne e conquistare la città avevano compiuto un’operazione di sterminio senza precedenti. Poi dalle nebbie di Cosa Nostra era sbucato Tommaso Buscetta, il primo pentito, che aveva svuotato l’anima rivelando i segreti più impenetrabili di Cosa Nostra. I nomi, i ruoli, la struttura, i crimini. Tutto l’universo mafioso condensato nel più corposo dossier giudiziario della storia.

Meno di due anni più tardi, il 16 dicembre del 1987, nonostante le mosse scandalose di alcuni avvocati, per la prima volta lo Stato italiano riconosceva l’esistenza di un’associazione criminale chiamata mafia. Diciannove ergastoli, oltre duemilaseicento anni di carcere. La sentenza chiudeva per sempre la stagione infame delle assoluzioni a pioggia per insufficienza di prove. Erano finiti per i boss e per i loro sodali i tempi dell’impunità.

Oggi, trent’anni dopo, non ci sono più i corleonesi. E non ci sono più neppure i palermitani. La mafia di quegli anni è stata spazzata via da una magistratura finalmente credibile e libera da ogni sorta di condizionamenti. I superstiti di quegli anni bui marciscono nelle patrie galere e là finiranno i loro giorni. Non ci sono più neanche Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che hanno pagato il prezzo più alto per la loro missione catartica.

Non ci sono più stragi, non ci sono più omicidi. Resta un solo latitante di spessore, Matteo Messina Denaro, un trapanese che a Palermo – si dice – ha messo piede di rado. La mafia, però, resta salda e continua a presidiare ogni angolo della città. Ma è una mafia del tutto diversa da quella processata e stangata al maxiprocesso. Ha cambiato pelle, non è suddivisa in mandamenti e non è governata dalla commissione, è una mafia imprenditrice che ha saputo annodare i rapporti con la politica ed estendere le sue ramificazioni nelle aree più ricche del Paese.

È una mafia che, però, trova resistenza in tanti commercianti coraggiosi che dopo anni di soggezione rifiutano la legge del pizzo. Trova resistenza in un’intelligence investigativa di primo livello che lavora senza soste, in una magistratura che non ha smesso di svolgere con efficacia la sua azione di contrasto. Trova resistenza in tanti cittadini perbene che adesso – finalmente – vedono, sentono e parlano.


[ Immagine: Vecchia foto Ansa, pubblicata da L'Unità - Policy]

2 commenti

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  • 10 febbraio 2016 19:03

    Grazie Enzo

  • 10 febbraio 2016 19:48

    scrivi più spesso, per favore

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