i fatti dopo il ragionamento

Pettinato come un coglione a chi?

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La famigerata battuta di Spinoza su Bosso e la sua malattia, la libertà di satira e i sacrosanti diritti del politicamente scorretto. Anche se, a pensarci bene.... Ezio Bosso | Blog diPalermo.it

Premessa. Io sono a favore della libertà di satira. Lo sono per indole. Chi mi conosce sa bene che ho un debole per le battute ciniche. Chi mi conosce profondamente sa ancora meglio che demolire un atteggiamento, una posa, è per me uno strampalato ma genuino atto d’amore. Un’inestimabile espressione di affetto e di attenzione verso chi incappa in una delle mie battutacce. Tuttavia, da cinico genuino e di vecchia data (persino dolente: l’incapacità di non dirla grossa mi ha procurato non poche antipatie), mi arrogo una dote, e chiedo scusa per la presunzione.

So bene quando una battuta ha la qualità del “motto di spirito”. Ossia, quando non si arena nella secca della risata facile, incagliata in un solo livello di lettura. Essere cinici – e dunque satirici, quando si riesce a convertire il cinismo in forma d’arte – richiede una cura e un talento non dissimili da quelli indispensabili per fare buona narrativa. C’è chi, con una semplice descrizione (d’ambiente, d’azione) o in uno scambio dialogico, riesce a stratificare numerosi e insospettabili livelli di interpretazione (e più sono insospettabili, maggiore è il godimento del lettore, che se siamo fortunati tornerà sul testo, scoprendone ricchezze fino a prima passate inosservate). C’è chi, più pigro, forse meno dotato, scrive come mangia e tanto basta: “Questo è questo e non è un’altra cosa”, tanto per citare De Niro a confronto con uno spaesato John Cazale ne “Il cacciatore”.

Ma andiamo al punto: la ormai famigerata vignetta di Spinoza sul pianista Ezio Bosso che ha imperversato a ridosso di Sanremo 2016. Creando comitati di opinione nelle “piazze” che meglio (o peggio) si prestano all’uopo: i social network. Lesti – data la natura del “medium” che li accoglie – a trasformarsi in tifoserie e, da tifoserie, in drappelli di ultrà che se le danno di santa ragione.

Sarò diretto: la battuta di Spinoza, per me, è una solenne cacata. Non perché sia crudele (Ezio Bosso è affetto dalla terribile sindrome laterale amiotrofica, qualcosa che ti fa muovere come una marionetta dai fili troppo lunghi: fargli notare, per dirla con Spinoza, che a Sanremo era “pettinato come un coglione” non si può definire in altro modo, e la satira senza crudeltà non sarebbe satira). No. Semplicemente la boutade è oggettivamente stupida. Monocorde. Priva di stratificazioni o piani di lettura che rimandino a più fruttuose e insospettate (ritorno a questo magico termine) riflessioni. Non dissimile dal dire, che ne so: “A teatro leggi il gobbo?” a uno che ha effettivamente la gobba.

Eppure un risultato istruttivo, almeno per me, quella battuta lo ha fruttato. Ho assistito alla nascita di un fronte di difesa che si potrebbe battezzare “Sosteniamo Spinoza”. “O nessuno tocchi Spinoza”. Di istruttivo c’è che il fronte è composto in maggioranza compatta da gente di sinistra o sedicente tale; intellettuali o sedicenti tali. Se fossi Spinoza, conierei per costoro un termine che mi guadagnerebbe una pubblicazione: “Radical shit”. Per loro, Spinoza non l’ha detta “grassa” su Bosso. Tutt’altro: lo ha aiutato. Lo ha reso uguale a noi “normali”. E cornuto (censore!) chi non la pensa così. Il tutto – sarò malpensante – mi suona come la palermitanissima “levata del fissa”. Anni di politicamente corretto, anni di “non si dice, non si fa”, e arriva il momento nel quale il radical shit può dare sfogo al proprio troppo a lungo amputato cinismo. Tranquilli: garantisce Spinoza. E, ripeto, cornuto chi se la sente.

Io allora sono un gran cornuto. Perché meno di un anno fa mi hanno diagnosticato la sclerosi multipla. Non mi ridurrà come Bosso, grazie a Dio, ma la paura che si prova in certi casi, per il presente che vivi (i farmaci, pesanti) e il futuro che ti aspetta (chissà se domani sarò ancora in grado di…) non è classificabile. Ci accomuna: me, Bosso e tanti altri amici e amiche che, sui social network o nella vita reale, si sono rivelati miei compagni di disavventura. Aprendo un dialogo, un vicendevole confronto e (conforto). Scherzandoci sopra, persino. Cosà che, mi si passi l’intransigenza, è concesso a noi malati di SM e sodali-solidali. Non a Spinoza. Né al radical shit di turno, fermo nel proprio ottuso e modaiolo settarismo, cui – per la prima volta nella storia della mia benedetta e maledetta frequentazione di Facebook – ho dedicato un “vattene a fare in culo”. Non me ne vergogno. Spinoza apprezzerebbe.

6 commenti

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  • 13 febbraio 2016 11:15

    Apprezzabile perché fa ragionare, un’idea solida, robusta e ben espressa. Molto più di quanto sull’argomento si sia trovato in giro. Mi piacerebbe approfondire con l’autore ma in privato. Intanto mi concedo una rilettura.

  • 13 febbraio 2016 20:58

    Ma la risposta: è perché cerco di pettinarmi da solo, ha un senso?
    Ma chi per uno spettacolo si pettina da solo? Solo lui.
    Lui doveva rispondere: mi piace così, fa parte del mio look e credo che sarebbe stata una risposta più sincera.
    Evidentemente ognuno fa spettacolo a modo suo.

  • 13 febbraio 2016 21:07

    Forse sarebbe meglio chiedersi chi è il manager che l’ha convinto a farsi quella pettinatura.

  • 13 febbraio 2016 22:47

    Scusate, se non ho capito male la battuta sarebbe “pettinato come un coglione”? E allora? Non vedo perchè non avrebbe dovuto fare una battuta del genere su un malato di sla e farla su uno “normale”. O forse non ho capito bene. Ma se è così, ritengo l’episodio assolutamente irrilevante.

  • 14 febbraio 2016 09:09

    Con tutte le riflessioni possibili che Bosso poteva suggerire, ci si concentra sulla sua pettinatura. La mente umana, come e’ strana.

  • 14 febbraio 2016 13:54

    E anche il mondo dello spettacolo è strano. Ci si adegua a partecipare alle loro menate.

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