i fatti dopo il ragionamento

Io, tradita dal mio lavoro

di

"Professione?". Quella domanda che mi mette in crisi. Perché mi costringe a ricordarmi chi ero e che facevo. E, soprattutto, a fare i conti con un presente che mi ha tagliato fuori da tutto Curriculum | Blog diPalermo.it

“Professione?”, mi chiede il funzionario del Comune mentre compilo la mia nuova carta d’identità. Bella domanda, penso tra me e me. E ora che dico, studentessa? Non si può sentire, non ho mica diciott’anni. Impiegata? Ma dove, da chi? Mi mette maledettamente in crisi, quella domanda. Anche perché mi torna in mente il cameriere che la sera prima ho incontrato al ristorante. “Non mi riconosci?”, mi chiese prima di prendere in consegna il mio cappotto. No che non lo riconosco, non so chi sia. Giurerei di non averlo mai visto in vita mia. Lui mi toglie presto dall’imbarazzo e mi dice: “Sono Alberto, abbiamo lavorato nello stesso posto un po’ di anni fa, ricordi? Tu giornalista, io pubblicitario. Ci incontravamo spesso alla macchinetta del caffè”.

È vero, all’improvviso ricordo tutto. Ma è così cambiato, dimagrito, capelli bianchi. Eppure non è molto più grande di me. Adesso lo rivedo lì, con quella divisa, gentile nell’accogliere i clienti del ristorante. Non posso fare a meno di chiedergli che cosa fa lì. “Quattro anni fa sono stato licenziato – confessa sottovoce – e con me molti altri. Sai, la crisi. Adesso faccio il cameriere dove capita. Per favore, non dirlo a nessuno”. Mi trafigge con quel suo segreto che per il resto della serata mi impedirà di guardarlo negli occhi senza imbarazzo.

“Professione…?”, mi chiede intanto il funzionario, aspettando ancora una mia risposta. “Giornalista”, balbetto tra i denti, tremando all’idea che potesse dirmi: “Davvero? E in quale giornale.”. Avrei dovuto ammettere che no, non lavoro in nessun giornale. Ma che non ho fatto altro negli ultimi 27 anni della mia vita. Che tutto era diverso, prima che la crisi tagliasse le gambe a molti di noi. Avrei dovuto ammettere che tutti i sacrifici, le levatacce, i chilometri macinati in macchina, le corse, i cazziatoni, non sono serviti a niente. Che oggi quelli come me, i precari perenni, sono tagliati fuori dal nostro mondo, un mondo fatto di carta stampata, di microfoni e telecamere, di interviste e comunicati stampa, di righe, di fatti, di storie e di parole. Dovrei ammettere che mi manca molto e che vorrei sprofondare ogni volta che un amico, un collega, mi chiede: “Ma tu per ora che fai?”.

10 commenti

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  • 17 febbraio 2016 08:37

    Non sono “giornalista” ma anch’io tradita dal mio lavoro, quando mi chiedono cosa fai….non so cosa rispondere!!!!

  • 17 febbraio 2016 08:56

    Daniela …. non è colpa nostra !!! Noi siamo sempre qui pronti e in prima linea. Chi c’è lo doveva dire che dopo più di vent’anni passati fra pubblicità e articoli sul giornalaccio oggi sarebbe finita così !!! Io dopo una vita in PK a vendere pubblicità a destra e a manca oggi a 57 anni mi ritrovo come il ragazzino ventenne buttato per strada a fare il porta a porta per vendere cartografie dei comuni ….. e convincermi e far convincere che sia un ottimo prodotto !!!! Noi siamo qui …. pronti …. la colpa non è nostra se Palermo , per dirne una ….. si è sgonfia come un pallone vuoto ….. le opportunità sono finite …. il sacco è vuoto …
    Cosa fai ????? ………. bella domanda !!!! Non lo so … è la risposta … non lo so come cavolo faccio a continuare !!! Spero solo di non arrivare mai a cedere perché sarebbe la fine. TVB Daniela perché ti capisco e capisco chi come quei milioni di persone come noi oggi non sanno “come fare”.

  • 17 febbraio 2016 10:00

    è una domanda che purtroppo ci stiamo facendo in tanti, troppi. Non è stata solo la crisi, questa avrebbe creato difficoltà e vuoti lavorativi momentanei. La crisi vera l’ha creata il sistema nel suo insieme, continuando a tutelare una sacca improduttiva di lavoro pubblico al quale non è stato tolto nulla, anzi, cancellando interi settori professionali, fatti di lavoro precario, liberi professionisti e consulenti, che si sono ritrovati all’improvviso tagliati fuori per scelte politiche

  • 17 febbraio 2016 11:34

    @Aurelio, ti informo che il dipendente pubblico non vede adeguamento contrattuale dal 2008 e che per il “comparto” lo stipendio è quindi sempre quello di due lustri addietro. Dire quindi che non è stato tolto nulla, è fortemente errato.
    Detto questo, un paio di lustri fa, i compensi per alcuni liberi professionisti e certuni consulenti che, come affermi, adesso sono stati tagliati fuori per “scelte politiche”, erano di gran lunga spropositati.

  • 17 febbraio 2016 11:40

    Davvero non capisco il tono di questo post. Fare il cameriere, con cortesia e professionalità, è un lavoro onesto e dignitoso. Come qualsiasi altro lavoro. L’ex collega che chiede di “non dire a nessuno” che fa il cameriere mi sembra riveli velleità aristocratiche che mostrano disprezzo per il lavoro manuale, considerato come un ripiego infamante, invece che come un modo onesto di guadagnarsi da vivere. Non è bello per nessuno trovarsi a “scendere” invece che “salire”, come ciascuno legittimamente vorrebbe. Ma da lì a considerare umiliante il lavoro manuale di strada ne passa…

  • 17 febbraio 2016 11:43

    Ciao Daniela, o ciao Ilaria … forse questa è più una risposta ad alta voce che mi do. Ma di certo, se non ti avessi letta per caso, su fb, postata da un’amica comune, non avrei mai avuto la voglia di alzare la voce.
    Già, perché a volte parlarsi dritto negli occhi, a voce alta appunto, fa bene.
    Giornalista, sì (anche). Con tanto ma tanto sacrificio. Ho masticato miglia, perché per un po’ mi sono occupata di nautica – ed è lì che ci siamo sfiorate a un certo punto. Non sto qui a indicare l’azienda, è valsa fin troppe pene.
    E lo scorso dicembre ho rinnovato la carta d’identità. Alla durezza dello spazio dedicato alla professione ho risposto con la certezza delle mie convinzioni.
    Sì Daniela, perché quelle – le nostre convinzioni – non ce le possono togliere con un “mi dispiace… sai la situazione, la crisi, i budget…” e questo, ho imparato, fa la differenza.
    Io mi occupo di comunicazione e nel mio peggior periodo professionale, lo chiamo “ferma biologica”, sto tirando fuori tutti i migliori modelli di comunicazione che conosco. Tutta salita Daniela, ma tant’è.
    Ci proverò fino a che potrò. Nel frattempo, tengo le dita in allenamento e le orecchie dritte.
    Ah, sulla mia carta d’identità c’è scritto “CONSULENTE AZIENDALE”. Tutte maiuscole.
    Ma io so che sono molto di più.

  • 17 febbraio 2016 14:00

    Che ne pensate di “diversamente occupato” ? 🙂

  • 17 febbraio 2016 14:03

    Ho lavorato con Daniela e lo farei di nuovo. Hai la sfiga che faccio il cronista e come sai i cronisti, a mala pena, riescono a difendere il proprio stipendio, altrimenti ti chiamerei subito. La mia stima, che vale zero in termini economici, è piena nei tuoi confronti. Sulle considerazioni – professionali ed esistenziali -che sollevi bisognerebbe aprire un dibattito, ma mi tocca andare a lavorare. Una sola riflessione critica: a me la storia della crisi mi convince sempre meno. In bocca al lupo

  • 17 febbraio 2016 18:44

    Boh?! Spero che tutto questo disfattismo comunque non sia buttato nell’ormai ordinario monologo che la colpa è di questa terra. Qui si accentuerà pure, ma credetemi, anche in giro per il mondo non si sta tanto bene.

  • 18 febbraio 2016 15:06

    Quando ho rinnovato il documento d’identità, non sapendo cosa far stampigliare su in quel momento, ho optato per un generico “libero professionista”. Che significa tutto e niente, esattamente come questi tempi grami.

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