i fatti dopo il ragionamento

Non sbattete quella porta

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Il tanto sbandierato fattore culturale che nasconde le responsabilità personali e rivela comportamenti antisociali. Io, inglese, vi parlo dell'eterno (e incomprensibile) flirt fra il palermitano e il rumore. Senza offesa, eh? Orlando | Blog diPalermo.it

Tutti i palermitani sono duri d’orecchio? Sto iniziando a pensare che non ci sia altro modo per spiegare perché così tante persone si mostrino incapaci di chiudere le porte dei loro appartamenti preferendo sbatterle con violenza. Io proprio non capisco. Si potrebbe pensare che vivendo in una città vivace e caotica la gente farebbe di tutto per rendere la propria casa un rifugio silenzioso, un luogo di tranquillità in cui ci si possa finalmente rilassare e chiudere la porta silenziosamente contro il rumore dei clacson, lo stridìo delle gomme e le sirene dell’ambulanza. Ma nulla sembra più lontano dalla verità.

Sto considerando adesso il mio terzo trasferimento in meno di tre mesi, nel tentativo di sfuggire a un altro gruppo di vicini di casa che, al momento di uscire, sembra volere che il livello del rumore rispecchi una sorta di rabbia incommensurabile. Ma probabilmente stanno solo uscendo per un gelato.

Perché questa considerazione di base per gli altri è così carente? Per me, inglese all’estero, è bizzarro. Sono abbastanza sicuro che la costruzione delle porte sia piuttosto uniforme in tutta l’Europa occidentale. Anche a Palermo le porte vantano diavolerie tecniche conosciute come pomelli o maniglie, anche se in realtà sto iniziando a pensare che i telai delle porte italiane siano costruiti secondo uno standard particolarmente elevato in modo da assorbire l’impatto fragoroso a cui sono sottoposti quotidianamente.

Quello che sto vivendo qui non è eccezionale. Anzi, mi è stato detto da molti palermitani che sbattere le porte sia un fattore culturale. Ma liquidare tutto questo come culturale è proprio la classica scappatoia di chi rifiuta di assumersi la responsabilità personale per comportamenti anti-sociali. Se sbattere la porta fosse una secolare tradizione italiana, Leonardo Da Vinci avrebbe squarciato la sua celebre Gioconda per la frustrazione da livelli devastanti di inquinamento acustico e l’avrebbe certamente accantonata. Verdi avrebbe incluso nella sua Traviata sequenze di percussioni assordanti per emulare i suoni intorno a lui.

O forse, chissà, magari è davvero un fattore culturale, un’ antica tradizione che racconta di un tempo lontano in cui Michelangelo trasalì all’inaspettato rumore del suo vicino che usciva mentre il suo spasmodico scalpello tagliava troppo marmo nel momento decisivo, lasciando così la statua di David con un pene particolarmente piccolo. E comunque, culturale o no, nella migliore delle ipotesi è fuoco amico, un inconscio comportamento involontario.

Naturalmente, a Palermo ci sono cose più importanti a cui pensare. In una città che affronta sfide enormi per mettere una pietra sopra il suo oscuro passato, sicuramente anche un inglese sensibile come me può imparare a convivere con il fastidio dell’inquinamento acustico. Ve lo concedo.

Sento davvero ciò che provate. Forte e chiaro. Con ciò che resta del mio udito. Ma nel momento in cui lo Stato italiano sembra così indifferente e incompetente, sono stupito nel vedere che i cittadini qui non si riuniscano in quella zona privata e indipendente – la propria casa – in cui ci si possa aiutare reciprocamente a godere di un civilizzato senso di pace e di calma. Ma forse sto chiedendo troppo. Beh, se e quando andrò a trovare altre città in cui vivere, chiuderò silenziosamente la porta dietro di me e non mi sentirete nemmeno andar via.

(traduzione a cura di Monica Mosca)

3 commenti

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  • 27 febbraio 2016 09:33

    Si tratta solo di maleducazione e di INCIVILTÀ!

  • 27 febbraio 2016 14:13

    meraviglioso articolo

  • 28 febbraio 2016 10:02

    Il frastuono di fondo è necessario in questa città. Serve a distrarsi, ad avvertire meno il vuoto di pensiero, di intelligenze vive e creative. Un frastuono che serve a sottolineare il deserto di reazioni umane alla vita che non si concepisce diversamente se non come subìta. Il rumore è l’unica ambizione di un’esistenza ignorante di un popolo contro la propria secolare, ineluttabile morte civile. Non bastano certo gli sconvolgimenti urbani messi in atto dall’amministrazione Orlando per mutare lo stile di vita di una città che ha smarrito il sogno di progresso economico ed in cui si abbattono amplificati gli effetti della crisi nazionale in un panorama già ampiamente deficitario di servizi degni di un paese civile.

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