i fatti dopo il ragionamento

C’è chi spara… e chi le spara

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Il duplice omicidio a Palermo, la frettolosa evocazione della mafia e noi giornalisti che abbiamo dimenticato come si fa questo mestiere. Per pigrizia e per comodità. E se una buona volta provassimo a scendere dal nostro invisibile piedistallo? Giornalisti | Blog diPalermo.it

Se ci fosse stato ancora un filo di vita, una flebile speranza di ripresa, il giornalismo palermitano è morto giovedì in quella strada stretta e anonima di Falsomiele. È rimasto a terra anche dopo che i furgoni delle pompe funebri hanno portato via i corpi di quei due poveri incensurati martoriati dal piombo e dall’infamia. E rimarrà lì – a differenza del sangue che è stato lavato un po’ alla volta dalla pioggia – a ricordarci quanto abbiamo smarrito la bussola e quanto poco è rimasto (a chi li ha seguiti) dei corsi e delle lezioni di giornalismo in cui ci ripetevano fino alla nausea di verificare le fonti e le notizie.

In fondo, vi diranno tutti, cosa mai è successo di così grave? Due uomini morti ammazzati a Falsomiele, il calibro delle armi, i colpi di grazia, la parentela pesante di uno dei due, i precedenti nella stessa zona: insomma, se ci pensate gli ingredienti c’erano tutti. E così quando un investigatore – magari spinto dalla necessità di liquidarci e potere finalmente tornare a lavorare – a domanda risponde con qualche monosillabo e dice che per lui “sì, potrebbe essere un delitto di mafia”, ecco il bocconcino che tutti aspettavano.

La nuova guerra di mafia – quella che viene evocata ogni volta che un colpo d’arma da fuoco squarcia l’aria di Palermo – è servita: le agenzie si scatenano, i siti internet vanno a ruota, analisi e riflessioni si sprecano, per non parlare delle allusioni e delle congetture su quei due uomini e sulle loro vite disgraziate trasformate in un lampo in carriere sfavillanti di boss e trafficanti di droga.

È tutto un gioco. E poco importa se oltre quello schermo, oltre i telefoni e le pareti che separano le parole da chi ce le detta e da chi poi le leggerà, ci sono mogli e famiglie, figli, padri e fratelli per cui quel piombo fuso sulla carta non ha niente di diverso da quello che li ha appena lasciati orfani e vedove.

No, non importa se per un giorno intero li abbiamo definiti i nuovi capi o le nuove leve di chissà quale clan o giro di droga. Tanto i morti ammazzati, soprattutto in Sicilia, sono sempre colpevoli di qualcosa. E poi nessuno potrà mai smentire le parentele.

Il fatto è che in quel budello di asfalto pieno di buche e pozzanghere, come dicevo all’inizio di questa riflessione, è stato dato un ulteriore colpo di grazia anche alla credibilità e alla correttezza che ci imporrebbero la nostra professione e il rispetto per i nostri lettori. Ci siamo presi tutti l’imbeccata più comoda. Dimenticando che fare il giornalista significa avere l’onestà di raccontare i fatti così come sono, senza sminuire o ingigantire nulla, senza fidarci di un’impressione o di un “potrebbe”. Dovevamo semplicemente cercare conferme o riscontri ma ci siamo limitati a dire quello che tutti volevano sentirsi dire. E quando dico tutti, mi riferisco anche a chi i giornali li dirige, li possiede o materialmente li confeziona, visto che ultimamente la parola d’ordine è avere tutto (quindi anche scoop) subito e a poco prezzo. Il modo più semplice ed economico per riempire i giornali, ma anche per perdere di credibilità.

Oggi, quando penso alla categoria dei giornalisti, mi viene in mente sempre la stessa immagine: una specie di carrozzone sgangherato che si muove sull’orlo di un precipizio e in cui ognuno si sente legittimato a mettere le mani al volante per correggere la guida o il percorso. Si è perso il rispetto per i ruoli e per le gerarchie. Tutti si sentono migliori di tutti, da quelli dello scoop a qualsiasi costo (e quindi anche a costo di dire e scrivere fesserie) e con ogni mezzo (estorcendo interviste, rubando documenti o fingendosi qualcun altro), a chi invece pensa che fare i giornalisti significhi aspettare una telefonata o un comunicato stampa da rimpastare. O quelli – loro in assoluto sono i più bravi – che sostengono di offrire la verità suprema semplicemente facendo i ventriloqui della procura, dell’amico politico con cui poi si va a cena, del magistrato o dell’avvocato di turno, che invece ti racconta solo ciò che è speculare alla propria carriera.

Eppure basterebbe poco. Basterebbe mettere in pratica la teoria: raccogliere informazioni, da qualsiasi parte arrivino, e scriverle solo dopo averle verificate e riscontrate, senza allusioni o analisi che nessuno ci ha chiesto proprio perché ha deciso di comprare un prodotto fatto da giornalisti e non da ventriloqui o analisti.

Può sembrare banale, qualcuno potrebbe pure sentirsi sminuito nell’ego, ma nella nostra professione ciò che conta e comanda è solo la notizia: non importa se bella, brutta, piccola, grande, purché sia verificata, anche se a diffonderla è la fonte più autorevole che esiste.

Sicuramente giovedì, se fossi stato in via Falsomiele, avrei fatto anch’io lo stesso errore. Per come sono andate le cose e per i ritmi che ci impongono le “nuove frontiere” dell’informazione non sarebbe potuta andare in modo diverso. Il problema è che alla fine noi giornalisti, come tante altre piccole caste, siamo nati con la camicia. Siamo fortunati perché – come si dice dalle nostre parti – “cadiamo sempre in piedi” e perché siamo gli unici a potere chiudere un articolo o un servizio senza contraddittorio. Siamo tutti allenatori, moralisti, giudici, economisti, analisti, siamo bravi a giudicare tutto e tutti, a sputare sentenze, a rovinare carriere e a pontificare sui social network, ci premiamo tra di noi, ce la cantiamo e ce la suoniamo, ma alla fine di tutto questo giro, lo ripeto, siamo solo fortunati. Perché i nostri lettori e i nostri ascoltatori non hanno lo stesso palcoscenico e la stessa capacità di sputtanarci facendoci notare i nostri errori, e alla fine ci puniscono limitandosi a cambiare canale o a snobbare le edicole. Senza attribuirci quella importanza e quell’influenza che noi, illudendoci, pensiamo di avere solo grazie a un inutile e invisibile piedistallo.

9 commenti

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  • 05 marzo 2016 10:24

    Caro Vincenzo, hai ragione su tutto. Solo che, stavolta, non credo sia andata così. Non solo io, ma la stragrande maggioranza di coloro che partecipano alla nuova frontiera dell’informazione, come la definisci tu tra virgolette, non si è lasciata andare ad affrettate conclusioni o analisi di massimi sistemi. E non perché siamo stati particolarmente bravi, piuttosto non c’è stato il tempo di sbagliare. Siamo andati sul posto, come sempre, alle dieci del mattino. La cronaca ci ha imposto di registrare che una delle vittime aveva non uno, ma tre parenti mafiosi (due conclamati e uno presunto perché di recente, e non nel pleistocene, indagato per mafia), abbiamo pure aggiunto che della stessa vittima non c’era traccia nelle informative degli investigatori e ne abbiamo raccontato l’apparente normalità, sua e dei suoi familiari. Abbiamo dettato i primi pezzi al telefono. Poi, siamo rientrati in redazione. Non aggiungo altri passaggi perché sai bene di cosa parlo (è capitato tante volte anche a te). E già nel tardo pomeriggio era saltata fuori l’ipotesi diversa da quella mafiosa. Insomma, non abbiamo avuto il tempo di sbagliare. La fortuna ci ha aiutato a fare il lavoro per cui siamo pagati – io sono un privilegiato – mettendo sul piatto tutti i dati di una cronaca dove, per mille ragioni, la mafia era presente. Una volta tanto, ecco perché scrivevo all’inizio che ‘hai ragione su tutto’, abbiamo fatto, tutti non io, un buon lavoro.

  • 05 marzo 2016 10:28

    Dimenticavo, un abbraccio

  • 05 marzo 2016 10:34

    Grande Vincenzo, parole sante.

  • 05 marzo 2016 10:37

    Meraviglioso collega. Riflettiamo tutti, non solo chi fa cronaca. Io per primo.

  • 05 marzo 2016 11:01

    Sono con Riccardo Lo Verso. Chiaro e inappuntabile.

  • 05 marzo 2016 11:27

    Io aggiungerei due cose. Una riguarda il Bisconti: è il parente di Bontà che viene descritto da varie testate come un semplice indagato, poi scarcerato e assolto, ma in realtà in passato si è fatto ben 8 anni di carcere per mafia ed estorsione. Solo in un’inchiesta più recente è stato scarcerato per carenti esigenze cautelari, ma rimane indagato, quindi non è stato assolto. Mi sarei aspettato una maggiore precisione dai giornalisti.
    In secondo luogo, faccio un’ipotesi: dato che gli investigatori prospettano liti tra vicini per questioni di terreni e confini, il defunto Bontà, che di certo appartiene a una famiglia mafiosa seppure da incensurato, non potrebbe aver vessato quei vicini con pressioni, minacce o altri metodi mafiosi causando la reazione violenta in chi poi gli ha sparato? Questo, nella mia personalissima ricostruzione, è comunque un omicidio in cui la mafia, o la mafiosità, non sono in ogni caso da escludere. Se qualcuno usa metodi mafiosi, e fa parte di una famiglia popolata da esponenti di Cosa nostra, pur non essendovi palese traccia di reati a suoi carico, forse si è comportato anche lui da mafioso. Dunque può aver spinto un vicino e una vicina, se saranno riconosciuti responsabili, a un atto efferato. Un delitto di mafia non è tale soltanto quando sono i mafiosi a uccidere. Un delitto di mafia forse lo si potrebbe definire tale anche quando due incensurati uccidono un parente di mafiosi da cui forse hanno subito pesanti pressioni. Se qualcuno parlasse, forse salterebbe fuori uno scenario di questo tipo, che non mi sembra improbabile. Ma, come scrivono i giornali, per “motivi ambientali” gli arrestati non parlano, non spiegano, e il loro avvocato li dichiara estranei alla vicenda. E torniamo anche in questo caso alla mafia: chissà se quei due tacciono proprio perché sanno che intorno hanno dei Bontà e dei Bontade, quindi Cosa nostra. Se non è un delitto di mafia questo…

  • 05 marzo 2016 11:33

    Chissà perché, poi, salta subito fuori un testimone. Cosa più unica che rara in un contesto del genere. Dovere civico? Mah…

  • 05 marzo 2016 13:24

    Quando il saggio addita il cielo, lo stolto guarda il dito

    Anche se non siamo in presenza di saggi e stolti ma di seri professionisti, leggendo alcuni commenti l’immagine che torna in mente è quella rievocata dall’antico brocardo cinese: “Quando il saggio addita il cielo, lo stolto guarda il dito”
    Quella dell’informazione è diventata oramai una giungla dove sono pochi i giornalisti che svolgono con serietà la loro professione senza peraltro ergersi a pontificatori e dententori di verità, raccolte spesso in maniera subdola.
    Soffermandoci sul territorio locale Riccardo Lo Verso e Vincenzo Marannano sono tra i non molti giornalisti professionisti, anche se per come sono fatti non vogliono sentirselo dire. E questo è già un merito.
    A loro e a quelli come loro si chiede di avere il coraggio di aprire una seria e coraggiosa riflessione su ciò che è diventata l’informazione e il modo in cui viene praticata. Anche perché la netta sensazione di chi ascolta, legge ed osserva è che quando si toccano certi tasti chi è coinvolto, in questo caso i giornalisti, tende a fare proprio come lo “stolto cinese” o ancora peggio ignora, si volta dall’altra parte e pur sapendo di avere importanti responsabilità, il comportamento che assume sembra essere proprio quello di una casta.

  • 05 marzo 2016 13:45

    I bravi giornalisti si definivano, cronista di razza. Ebbene caro Vincenzo, tu lo sei.

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