i fatti dopo il ragionamento

Il mio Inno alla Gioia

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L'omicidio di Falsomiele e l'affrettato requiem per il giornalismo. Che invece è ancora vivo, respira e lotta insieme a noi. Malgrado professoroni e mentecatti che fanno di tutto per ucciderlo ogni giorno Giornalisti | Blog diPalermo.it

Il requiem per il giornalismo l’ho sentito suonare tante volte. Quello che non mi è mai stato chiaro è come sarebbe morto questo mestiere: dopo una lunga malattia, per cause naturali, omicidio o suicidio? A differenza di Vincenzo Marannano che ha affrontato l’argomento, a me non risulta che il cadavere sia stato trovato in via Falsomiele, accanto al corpo di un disoccupato e a quello di un giardiniere. Perché proprio lì, invece, il giornalismo era più vivo che mai: cronisti sul posto, a fare domande, a guardarsi intorno, a prendere appunti, intenti a mettere insieme i pezzi di una storia terribile. Con tempi stretti, senza mangiare e correndo da una parte all’altra della città per verificare, facendo decine di telefonate per non sbagliare.

In via Falsomiele non è morto il giornalismo ma è semplicemente venuto fuori – per l’ennesima volta – che alcuni questo mestiere lo fanno con correttezza, mentre altri – gli “scienziati”, quelli che sanno sempre tutto prima e meglio degli altri, e i mentecatti – no. Prova ne sia che alcuni colleghi sono stati persino presi in giro perché davano per ipotetica la pista mafiosa quando ancora non si conosceva neppure l’identità delle vittime. E facevano non bene, ma benissimo. Tutti, tranne gli scienziati e i mentecatti, durante la giornata hanno continuato a usare condizionali, a lasciare aperti spiragli e dubbi. Non hanno dato la mafia per scontata, anche se ormai è invece uno sport nazionale. Quindi altro che marcia funebre, qua c’è solo da suonare l’Inno alla Gioia.

Devo convenire con Vincenzo, però, che anche io a volte il giornalismo lo sento rantolare, me lo ritrovo sanguinante, in genere colpito da una coltellata alle spalle. Succede proprio quando entrano in scena i mentecatti e gli scienziati, manco a dirlo. E mi chiedo spesso chi abbia arruolato questi assassini del mestiere, come siano diventati formalmente giornalisti, visto che bisogna anche superare un esame di abilitazione.

Se invece di sfornare mille nuovi professionisti all’anno ci fosse una vera selezione, questi qui non avrebbero scampo. Loro, non il giornalismo. Un tempo si cresceva nelle redazioni, ora nelle università e questa è un’altra brutta botta: studiare sui libri non basta, bisogna misurarsi con la realtà. Una volta poi gli anziani erano felici di trasmettere ciò che sapevano, ora prevale l’avidità e la gelosia: il “maestro” si mette in competizione con l’allievo e se può cerca pure di eliminarlo.

Ma il mestiere rantola anche quando in una redazione prevalgono le faide, l’invidia, la stupidità e l’arrivismo, quando si dimentica il lettore e si pensa solo a schiaffare la propria firma da qualche parte, sperando essenzialmente di fare uno sfregio ai rivali. Quando non si fa squadra, quando si guarda l’orologio, quando s’inventano cose di sana pianta, quando non si rispettano i protagonisti delle vite che si vivisezionano. Il giornalismo collassa poi coi titoli urlati, pieni di “schock” (scritto proprio così, perché è talmente sbagliato che fa più paura), con le “esclusive” in contemporanea su tutte le testate o ancora quando lo scoop diventa dare una notizia che hanno tutti ma 37 secondi prima degli altri.

C’è poi tutto l’altro aspetto, che poco ha a che vedere con la bravura e l’intuito dei cronisti e che riguarda invece la realizzazione del giornale: carichi di lavoro insostenibili, che non consentono di pensare, approfondire, correggere. E se poi ti arrivano i pezzi di mentecatti e scienziati, che spesso vanno interamente riscritti, è la fine. Oppure quando si ragiona a spazi, a vuoti da riempire e la notizia non conta più nulla: deve piegarsi a sua maestà la grafica.

Un altro colpo serio il giornalismo lo prende tutte le volte che altri hanno una notizia che, dopo accurata verifica, risulta o falsa o senza valore, ma “bisogna scriverla lo stesso perché gli altri ce l’hanno”. Va in coma il giornalismo quando i redattori si comportano come impiegati del catasto o quando sono multiuso, passando da un settore all’altro senza avere fonti e dimestichezza realmente con nulla.

Questo mestiere richiede tempo, cura, pazienza, umanità e grande umiltà. Se si pretende di avere la soluzione del giallo due ore dopo gli omicidi per forza di cose si faranno degli errori. Ma poi questa fretta per cosa? Tanto i lettori mica passano il loro tempo a controllare gli orari con cui ciascuno dà le notizie, vogliono capire cosa sta succedendo, vogliono dei fatti precisi, non solo nudi e crudi, ma anche con una chiave di lettura. E continueranno a leggere non chi arriva prima, ma chi soddisfa meglio il loro bisogno di informazione.

Al posto di suonare il requiem al giornalismo, che a dispetto di tutte le porcherie che deve patire riesce comunque ancora a respirare, ciascuno di noi, ogni giorno, mentre lavora dovrebbe chiedersi se sta facendo il suo dovere o sta semplicemente assassinando il suo mestiere. Un mestiere meraviglioso, sorprendente, che richiede grandi sacrifici. Effimero. E beffardo. Perché quando qualcuno, scienziato o mentecatto che sia, gli sferra una coltellata dovrebbe pure ricordarsi che ci lascia sempre anche la sua firma.

2 commenti

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  • 06 marzo 2016 12:26

    Che cos’è una scuola di giornalismo? Un’istituzione che prepara i giornalisti […] La mia speranza è che la scuola di giornalismo innalzi gli standard della professione giornalistica. Per raggiungere questo scopo deve creare una netta distinzione tra il vero giornalista e l’uomo che svolge una sorta di lavoro giornalistico che non richiede né conoscenza né convinzioni, bensì soltanto una qualche preparazione aziendale. Il mio desiderio è dar vita a un nuovo corso che elevi il giornalismo al rango di professione altamente qualificata e ne accresca il prestigio agli occhi della comunità. Joseph Pulitzer (“Scuola di giornalismo alla Columbia University”, 1904).

  • 07 marzo 2016 08:07

    Colonnello, mi sei piaciuta. Condivido praticamente tutto e aggiungo che questo vale nella cronaca nera, ma ancora di più nella bianca, dove il rischio di lavorare solo a tavolino è ancora più frequente. E invece bisogna andare sui posti, vedere, parlare con la gente è raccontare. Tutto qui.

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