i fatti dopo il ragionamento

Ho visto cose, qui in Europa…

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I miei giorni come inviata di Sky nei campi profughi tra Calais e il Belgio, le baraccopoli in mezzo al fango e al gelo, le ruspe in azione e una bimba che trascina una valigia e mi dice "ciao, io vado in Inghilterra". E non sa che l'Inghilterra non la vuole Calais | Blog diPalermo.it

Sono stata una settimana con gli stivali immersi nel fango a raccontare per Skytg24 il dramma dei profughi che si sono accampati al confine tra Francia e Belgio sperando di raggiungere l’Inghilterra. Ho sofferto per il freddo, la pioggia e il vento gelido che soffia dall’Atlantico ma la sera tornavo nella mia stanza d’albergo riscaldata. Migliaia di profughi con famiglie e bambini piccolissimi al seguito in questo inferno di fango e freddo invece vivono da mesi, 24 ore al giorno, sempre, e non c’è nulla a riscaldarli. Mi chiedo come facciano a restare vivi e ad avere la forza di sorridere.

Il campo profughi di Grande Synthe, a Dunkerque, è molto peggio di quanto non si possa immaginare. Erano solo ottanta la scorsa estate, sono diventati tremila all’inizio dell’anno, poi molti sono fuggiti, qualcuno è riuscito ad arrivare in Belgio prima che chiudessero le frontiere, altri sono chissà dove.

Quando arriviamo noi ci sono circa 1200 rifugiati con famiglie e un centinaio di bambini piccoli. Le temperature scendono sottozero, tutte le notti. Vivono nelle tende immerse nel fango. Senza acqua né assistenza di alcun tipo. Una bimba di due anni mette la testa fuori dalla sua tenda e comincia a piangere. Un’altra prende una valigia più grande di lei e si mette a trascinarla tra il fango e l’asfalto dicendo “io vado in Inghilterra”. Non hanno nient’altro con cui giocare. Sopravvivono solo grazie ai volontari che peraltro la polizia boicotta in ogni modo. A volte, mi dicono, impediscono loro l’ingresso. E quindi devono avventurarsi su percorsi tortuosi tra le sterpaglie sprofondando nel fango per raggiungerli e portare loro cibo e vestiti.

Un profugo iracheno esce dalla sua tenda mentre giriamo immagini e ci prepariamo per la nostra diretta. Mi scuso per averlo disturbato, mi sorride e mi indica alcune tende distrutte tra pentole, resti di cibo e scarpe. Mi dice – con l’aria rassegnata di chi nella vita ha visto e subìto tanto orrore, guerra, distruzione e ingiustizie – che è stata la polizia. Chiedo perché. Scuote le spalle e mi dice “non so perché lo fanno, ma è un problema”.

Questa è una frase ricorrente anche tra i profughi che da anni affollano la Jungle di Calais, una tendopoli diventata con il passare del tempo una vera città con strade e viali, ristoranti e bazar, docce (in baracche di legno) e bagni (chimici), dove sorge una scuola con tanto di parco giochi (costruito con assi di legno), una biblioteca, una chiesa, il pronto soccorso (in una roulotte), il presidio medico di Medici senza Frontiere, persino l’energia (alimentata con pannelli solari). Dove la miseria ha stimolato l’ingegno e pedalando su alcune cyclette collegate a cavetti usb si riesce a ricaricare le batterie dei cellulari.

La polizia presidia i lavori di smantellamento del campo deciso dalla prefettura. Ogni giorno le ruspe demoliscono una parte della jungle. I profughi protestano in ogni modo. Gli iraniani si cuciono la bocca scrivendo su cartelli: “Siamo fuggiti da Paesi in cui i diritti venivano calpestati e siamo arrivati in un posto che ci dicevamo essere civile e invece non vengono rispettati nemmeno qui”. Gli attivisti tentano di opporsi allo sgombero ma devono arrendersi di fronte all’incessante incedere delle ruspe sorvegliate a vista ogni giorno da un centinaio di poliziotti in tenuta antisommossa. Mi chiedo, “off record”, perché si stiano affrettando a smantellare un posto in cui nonostante le condizioni proibitive di vita esistono strutture che, anche se fatiscenti, regalano l’illusione di vivere in una città, e invece a Grande Synthe si permette che migliaia di profughi con famiglie e bambini piccolissimi vivano sommersi nel fango e al gelo sottozero.

Dicono che il sindaco di Grande Synthe sia più tollerante nei confronti dei migranti, per i quali Medici senza Frontiere ha potuto organizzare un campo attrezzato con 1200 posti al coperto dove potranno trovare rifugio le famiglie che al momento vivono nella melma e nel fango dei boschi alla periferia della città. A Calais invece la presenza della jungle è mal tollerata, tanto che un migliaio di cittadini ha raggiunto Parigi per chiedere all’Eliseo un intervento deciso per fermare il fenomeno. E quindi lo sgombero procede spedito.

La Jungle verrà cancellata entro la fine di marzo e i migranti trasferiti. Dove non si sa. Molti non si fidano delle promesse del Governo e non tutti accetteranno di trasferirsi nei centri d’accoglienza in Francia, dove peraltro i posti non sono sufficienti. Non vogliono chiedere asilo politico in Francia. E non vogliono allontanarsi da qui. Sognano l’Europa, un’altra Europa, che però continua a voltarsi dall’altra parte, a chiudere le frontiere e ad innalzare muri. E intanto continuano a sopravvivere, tentando ogni notte di infilarsi nei camion che attraversano la Manica. Ogni tentativo costa settemila euro a persona. Ma loro non rinunciano a sognare un’Inghilterra che non ha nessuna intenzione di accoglierli.

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