i fatti dopo il ragionamento

Il mio fottutissimo problema

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I familiari affetti dalla sindrome di Down e l'insulsa melensaggine del politicamente corretto. Perché accudire un disabile è un inferno. Non raccontate balle. Io lo so. E posso dirlo Image.jpeg | Blog diPalermo.it

Ormai sta quasi diventando un tormentone. È la nuova frontiera del politically correct. A testimoniarlo, i sempre più frequenti link sui social che decantano quanto sia bello avere un figlio, un familiare affetto dalla sindrome di down o da altro genere di disabilità. Riempiono la casa d’amore, sono un dono di Dio, migliorano le relazioni familiari. Insomma, a leggere questi link ci sarebbe da schiattare d’invidia e ad imprecare contro la mala sorte se hai avuto la sventura di avere un figlio normodotato.

Scusate se metto un bemolle a questa melensa e stucchevole sinfonia. Credo di essere tra i pochi a poterlo fare. Sì, perché io ho la grande fortuna di potere parlare a ruota libera senza paura di essere tacciato di disprezzo verso il mondo della disabilità.

Sono, l’ho già detto varie volte, come un ebreo sopravvissuto ai campi di sterminio, che può permettersi il lusso di parlar male di Israele senza paura di essere considerato un antisemita. Che volete, nella vita è questione di fortuna.

Conosco assai bene il mondo della disabilità perché disabile è mio fratello, di quattro anni più grande di me. La sua disabilità ha condizionato in modo devastante la vita dei miei genitori, e la mia. Ho raccontato la mia esperienza in un libro (del quale non voglio neppure ricordare il titolo). Sono cresciuto sapendo che alla morte dei miei genitori, la cambiale della assistenza di mio fratello, avrei dovuto pagarla io. Già, la cambiale.

E l’ho pagata, la sto pagando, e l’hanno pagata, e la pagano mia moglie ed i miei figli. Ho sacrificato i migliori anni della mia vita per mio fratello perché dovevo farlo, sapevo che era giusto farlo e soprattutto perché se non lo avessi fatto mi avrebbe ucciso il senso di colpa, il più micidiale veleno che possa esistere. Qualcuno mi ha detto che per ciò che ho fatto per mio fratello meriterò il paradiso. E vorrei vedere, visto che l’inferno l’ho già scontato in terra.

No, non voglio togliere la speranza a coloro che ogni giorno devono confrontarsi con un familiare disabile, genitori o fratelli che siano. E non intendo mettere in discussione l’amore incondizionato che si può provare vero un familiare disabile. Voglio solo che lo si chiami per ciò che è davvero. Un problema, un enorme, fottutissimo, problema.

9 commenti

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  • 12 marzo 2016 09:12

    Vivo questo calvario giorno dopo giorno, accettando il dono che dio mi ha dato spero tanto che quando arriverà la mia ora il Signore premi la mia fedeltà e lo lasci venire con me per non lasciare nessuna sofferenza

  • 12 marzo 2016 09:31

    Ma quale Dino e dono,,,,,,smettiamola per favore

  • 12 marzo 2016 10:04

    Nulla da aggiungere.
    In questo mondo non abbiamo tempo per i nostri bambini, i nostri vecchi edi in nostri disabili. Tutto rimane sulle spalle delle famiglie che devono sopravvivere con il problema. Prova ne è l’ultima folle idea, per fortuna caduta, di considerare quei quattro miseri spicci che ti danno come “aiuto” alla stregua di un reddito !!… In antichità chi non era normodotato lo buttavano dalla rupe…qui lo abbandoniamo alle cure della famiglia e oltre lui/lei buttiamo dalla rupe tutta la sua famiglia.

  • 12 marzo 2016 13:58

    Non c e dubbio che sia così! Una vita intera fortemente condizionata in peggio!

  • 12 marzo 2016 16:24

    Sono un padre di un ragazzo down. E credo di aver titolo quanto l’autore dell’articolo di dire la mia, anche se la prospettiva dei genitori e quelli dei fratelli/sorelli non è identica.
    A parte lo stile – che deve starci, se si inizia proclamandosi contro il politically correct – io credo che si possa parlare solo della propria esperienza con il disabile, così come lo si possa fare per qualunque altro figlio. Io ne ho tre e ciascuna delle tre storie è, è stata, e sarà appunto diversa. Ma in tutti e tre i casi, meravigliosa. E non c’è politically correct, ma solo la mia maturazione di un percorso, che insieme a paure, errori, sacrifici, difficoltà, mi ha fatto gioire di ogni piccola o grande conquista che essi hanno fatto. Ed io sono certo che senza la presenza di mio figlio down sarei meno ricco di quel poco di saggezza e di umanità che ho maturato in questa vita. Poi non è detto che sia così sempre e per tutti, ma questa è la mia strada e deve essere rispettata da chi pretende di essere più sincero degli altri in un post sul web, magari per qualche condivisione di più su FB.

  • 12 marzo 2016 22:10

    Certo, ma dal politically correct non c’è da aspettarsi nulla, in nessuna maniera può risultare utile, questo in genere. In linea di massima si tratterebbe, se comprendo bene, solo di un aiuto nell’accettazione sociale del soggetto/figlio portatore di handicapp, disabile, nel solito tentativo di contrastare la discriminazione.
    I fatti sono ovviamente un’altra cosa e anche se sono previsti degli aiuti il carico maggiore, l’onere, spetta alla famiglia.
    Nulla di nuovo sotto il sole.
    E’ uno di quei fatti che non può essere risolto socialmente, ce ne sono anche di altri, ed è inutile mentire.
    La società non può risolvere tutto.
    E l’ interpretazione del problema e le possibilità di affrontarlo sono e restano individuali.

  • 13 marzo 2016 11:47

    Non si può generalizzare, ci sono situazioni differenti.
    Chi può dire che crescere un figlio normodotato sia un’esperienza felice e crescere un figlio disabile sia un’esperienza “devastante”
    E’ indubbio che anni fa i ragazzi con la sindrome di Down venivano etichettati come persone assolutamente incapaci.
    Quando 23 anni fa è nato mio figlio anch’io avevo pensato ad un futuro fatto di rinunce ed esclusione sociale, ma per fortuna negli anni, anche grazie a leggi illuminate, è cambiato il modo di approcciarsi a questi ragazzi, la loro inclusione a scuola ha determinato l’accettazione di questi ragazzi da parte dei coetanei e questo atteggiamento ha maturato nei nostri figli una piena consapevolezza non dei loro limiti ma delle loro possibilità che, se opportunamente valorizzate dalle famiglie e dai docenti, possono indirizzarli verso traguardi da loro desiderati
    Mi creda non c’entra il politically correct, ma esiste ormai una realtà che è fatta di ragazzi con i quali le famiglie e i docenti, in un lavoro di sinergia, riescono a realizzare un lavoro meritorio che li porta verso un livello sempre più alto di autonomia
    Anni fa non c’erano quegli strumenti che impedivano alla disabilità di essere un “problema” come lei dice, ma oggi abbiamo la migliore legislazione al mondo a riguardo e sta alle famiglie e alla scuola applicarla per evitare che questi ragazzi diventino un peso per la famiglia.
    Io sono orgogliosa delle conquiste che mio figlio ha fatto negli anni, cosi come lo sono per quelle realizzate dagli altri miei due figli che non hanno mai visto il fratello come un problema. C’è un percorso comune dietro fatto di amore, paure , sacrifici, sbagli che noi genitori conosciamo benissimo e al quale non possiamo sottrarci.

  • 13 marzo 2016 21:58

    Boh! L’inserimento di un disabile all’interno di una classe di “normodotati” può servire quasi esclusivamente all’inserimento sociale e alla conoscenza reciproca.
    Ma sul piano dei traguardi, occorrono programmi specializzati che possono anche essere svolti da insegnanti di sostegno, ma appunto è un inserimento parziale in una classe ordinaria, e quello che occorre a questi ragazzi sono scuole o corsi specializzati.

  • 14 marzo 2016 15:57

    Mi è capitato (e mi capita) spesso, nel mio lavoro, di incontrare famiglie con bambini disabili e, altrettanto spesso, mi è rimasto il dubbio quando ho visto troppi sorrisi, quando ho ascoltato solo descrizioni colorate come arcobaleni: riuscire a dire che possa essere un “fottutissimo problema” per il presente e per il “dopo di noi” significherebbe togliere qualche sorriso e qualche arcobaleno, ma aiuterebbe a dar voce a chi il dolore ha dovuto ingoiarlo.

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