i fatti dopo il ragionamento

Quello sbirro corna dure

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Il rito intramontabile della vampa di San Giuseppe, la folla di devoti pronta a celebrarlo e un poliziotto che sale in cima a quella montagna di legna. Sfidando un intero quartiere. Che ancora lo ricorda Vampa | Blog diPalermo.it

Ci sono un santo, un popolo devoto e uno sbirro di periferia. Palermo, quartiere popolare, qualche anno fa. È il giorno della vampa, il tributo a San Giuseppe. Una montagna di legname pronta per essere data alle fiamme. Un’enorme catasta di tavole, sedie, travi, cassette della frutta, frasche. C’è di tutto in quella montagna che aumenta di volume a vista d’occhio.

L’eccessiva devozione – o l’eccessivo bisogno di purificazione – fa così assumere alla piramide dimensioni tali da rappresentare un pericolo per la sicurezza pubblica. Si preoccupano i vigili del fuoco, si preoccupa la polizia. Che decide di intervenire. Il commissario scende dall’auto e inizia la sua opera di convincimento, come da manuale. Parla con i devoti, parla con il quartiere. Va bene la vampa, rispettiamo pure le tradizioni, ma qui però si esagera.

I devoti, troppo devoti, non ne vogliono sapere. Quella montagna non s’ha da toccare. Ci pensa il quartiere a difenderla. Così alcuni bambini vengono fatti arrampicare sulla montagna, usati insomma come scudi umani. Una mossa sleale che il commissario incassa. A quel punto, davanti a un problema di ordine pubblico e alla provocazione di un intero quartiere, allo sbirro non resterebbe che chiamare rinforzi e agire con leggi e codici alla mano. E invece, cos’è il genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione.

Con un gesto tra i più imprevedibili il commissario lascia tutti di stucco. In jeans e scarpe da tennis, scala la montagna fino a raggiungerne la cima, si siede sul cumulo di legna e rimane fermo come un monaco in contemplazione. I devoti rimangono senza parole, al quartiere scappa appena un “minchia, corna dure” a denti stetti. Adesso è lo sbirro che ha in mano il gioco, come in una partita a scacchi.

Il quartiere richiama gli scudi umani, i bambini scendono dalla montagna, sperando che il commissario faccia la stessa cosa. Ma lo sbirro non si muove. “Date fuoco, se avete coraggio”. I devoti, smarriti, interrogano il quartiere: noi alla vampa non intendiamo rinunciare. Il quartiere a quel punto capisce di non avere scampo, la mossa del commissario è di quelle che mettono all’angolo.

Desiste e consente alla motopala di ridurre le dimensioni della montagna, secondo le indicazioni del commissario. Salva la tradizione, salva la pubblica incolumità. Nel quartiere la storia del santo, del popolo devoto e dello sbirro corna dure se la ricordano ancora bene.

4 commenti

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  • 19 marzo 2016 10:01

    In una città *civile* invece il poliziotto avrebbe chiamato i servizi sociali per affidare loro i ragazzini, evidentemente lasciati allo sbando da genitori incapaci. Poi avrebbe preso tutte le persone che avevano accatastato la pira di legno e li avrebbe identificati uno ad unoi e mandati al commissariato, poi processati per direttissima per ostacolo alla circolazione, resistenza a pubblico ufficiale, tentato incendio doloso, tentato danno ambientale (perché nella legna dei mobili sono presenti solventi che bruciando provocano intossicazione alle vie aeree oltre al fumo).
    Così, questa *brava* gente, appena in futuro avesse dovuto presentare per un qualsiasi lavoro il proprio casellario giudiziario, sarebbe stata rispedita al mittente.
    Questo in una città civile. Cosa che Palermo non è.
    Invece, si narrano racconti sulle gesta di queste brave persone. E sulle gesta dei poliziotti che abbandonati dai rappresentanti dello stato sul territorio devono cercare di combattere contro la gentaglia.
    La tradizione di bruciare mobili di legno in mezzo alla strada va estirpata con la forza. Non miticizzata.

  • 20 marzo 2016 20:50

    E’ miticizzata perché la vampa di san Giuseppe è di antica tradizione. Andrebbe semmai modificata, ma non distrutta. Molte delle antiche tradizioni ritornano tramite questa gente. Io le preserverei in qualche modo e preserverei anche la gente.

  • 20 marzo 2016 21:09

    Vedete, un’esperienza storica relativa alla radicale soppressione di una tradizione con base religiosa (in senso lato) non esiste. Per questo abbiamo dato luogo a modifiche e sincretismi anche nei momenti peggiori di rinnovamento culturale e religioso.
    Effettuarne in questi tempi solo per un appello ad una forma astratta di “civiltà” non ha molto senso storico, ed è anche strano che in tale intento si individuino degli eroi.

  • 20 marzo 2016 21:29

    Allora, molti dei nostri riti legati al cristianesimo o cattolicesimo hanno origini ancora più antiche, cioè derivano da culti pagani con relative trasformazioni, non soppressioni radicali.
    In virtù di cosa si vuole oggi sopprimere radicalmente una tradizione o un culto?
    Vedete che questo è peggiore rispetto a quanto avvenuto negli ultimi millenni.

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