i fatti dopo il ragionamento

Il mio cuore nuovo

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La vita di Gigi, 65 anni, tornato a vivere grazie a chi non c'è più, la linea sottile tra la vita e la morte e un senso di colpa con cui fare i conti. E che ti costringe a essere una persona migliore Image 3.jpeg | Blog diPalermo.it

Gigi è un ex sindacalista, ha 65 anni e un cuore nuovo. “Avere avuto l’opportunità di vivere due vite – racconta – non è semplice da raccontare”. Perché Gigi ha vissuto due volte, la prima segnata da due infarti che hanno compromesso la funzionalità del suo cuore, e la seconda dopo il trapianto all’Ismett. “Ripresi a lavorare otto mesi dopo l’intervento con una nuova quotidianità – rivela – scandita dall’assunzione dei farmaci, dalla dipendenza dall’ospedale e da una percezione diversa delle persone e degli accadimenti”.

Perché un trapianto non è solo un’operazione che sostituisce un organo malato con uno sano, ma la storia di due persone e delle loro famiglie, è frontiera tra la vita e la morte, e dunque sofferenza, attesa, speranza. “Non dimenticherò mai – continua Gigi – la sensazione provata mentre, dopo otto ore di intervento, mi trasportavano in terapia intensiva: in quel momento sentivo la presenza del mio donatore. E sentivo qualcosa di diverso, come se il trapianto di cuore avesse cambiato la mia identità”.

Gigi evoca per un momento l’accezione simbolica del cuore come scrigno dei sentimenti e dell’amore. “So bene che è il cervello la sede della nostra identità, ma mi lascio suggestionare dall’immagine del cuore come sede delle nostre emozioni”. Da allora, dopo un inziale supporto psicologico, si è buttato a capofitto nell’associazionismo e nelle campagne per la diffusione della cultura della donazione di organi, e ha fondato una scuderia, la Armanno corse, che gareggia nella disciplina Slalom Aci con apposto sulle auto e sul vestiario sportivo un cuore con la dicitura “Ci Vuole Cuore per Vivere”.

“La mia vita è cambiata nell’emotività. Io provo grande amore nei confronti della famiglia del mio donatore e convivo con un grande senso di colpa: quando stavo male e temevo di non farcela, speravo, vergognandomi di me stesso, che da qualche parte ci fosse qualcuno compatibile con me. E la consapevolezza che la propria possibilità di sopravvivenza è legata alla morte di un altro individuo dà una grande responsabilità verso quell’estraneo che con la sua donazione ti ha dato la vita”.

Nonostante la legge italiana abbia sancito l’anonimato del donatore e del ricevente per proteggere le famiglie da eventuali ulteriori carichi emotivi, Gigi è riuscito a entrare in contatto con i familiari dell’uomo da cui ha ricevuto il cuore, un calabrese suo coetaneo. “Debora e Antonio, figli del mio donatore, sono stati determinanti nella scelta della famiglia di dare il consenso al prelievo degli organi, e tutt’oggi, ogni volta che il mio senso di colpa si fa più acuto fino a diventare dolore fisico, mi aiutano rassicurandomi e adoperandosi anche loro per la diffusione della cultura della donazione”.

(Tiziana Lenzo è responsabile della comunicazione presso il centro regionale trapianti)

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