i fatti dopo il ragionamento

Due cuori e una grigliata

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Breve storia della pasquetta, vera festa del palermitano, esigenza vitale, impulso genetico. In nome di un altare particolare. Consacrato all'immancabile crasto Orlando | Blog diPalermo.it

Natale e Capodanno? Sì, va bene. Cenone, famiglia, se fortunati pure un poco di neve. Ferragosto? Ah, certo. Un falò, qualche cassa di birra, se fortunati pure una spiaggia pulita e un mare che aspetta solo la mezzanotte. Ma parliamoci chiaro: la vera, irrinunciabile, essenziale festa del palermitano è la pasquetta, settecentomila cuori che battono all’unisono al ritmo della carbonella. Non importa se nella ambitissima terrazza sul mare di qualche villone o nel metro quadrato di sterrato conquistato con strategie degne di un Napoleone. La pasquetta è la pasquetta, la pasquetta è, essenzialmente, Palermo.

Con i suoi rituali e la sua organizzazione da fabbrica giapponese. C’è il fuochista, ambito ruolo che trasforma l’avvocato e l’operaio in novelli Efesto. C’è l’addetto agli acquisti, esperto di carnezzerie (sì car-nez-zer-ie, che puoi servirti in macelleria per 364 giorni all’anno, ma non a pasquetta) e mercati. C’è l’operatore enologico, quello che conosce la più sordida taverna nella più improbabile traversa della più misconosciuta stradina. Ruoli conquistati e difesi con battaglie che neppure i cervi nella stagione degli amori.

E su tutti c’è lui o lei. L’architrave della pasquetta panormita. L’organizzatore. Un manager della pasquetta che a tutto sovraintende. Location, inviti, orario, spiegazione del percorso. Il sacerdote del rito sacro. Un mister Wolf cresciuto all’ombra di Montepellegrino che risolve ogni cosa. Finisce la carbonella? Non c’è problema, lui si trasforma in boscaiolo. Si rompe l’altare dell’immancabile crasto? Eccolo in versione Mc Gyver costruire una griglia per 50 persone con un accendino, una forcina per capelli e un phon di Barbie.

Per tutti loro l’espressione gita fuori porta è riduttiva. Quasi offensiva. La pasquetta è un impulso genetico, un’esigenza vitale. Esattamente come quella dei salmoni che risalgono la corrente, spesso con lo stesso sforzo con cui si risale l’autostrada o una statale – sempre che non sia crollato qualche pilone – al rientro dopo l’ultimo carciofo e le molliche di cassata.

Perché, ammettiamolo, nel nostro cervello deve esserci una parte ancestrale che si risveglia al profumo di stigghiole. Qualcosa che abbiamo dentro e che ci scatta ogni lunedì di pasquetta, immancabilmente.

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