i fatti dopo il ragionamento

La storia impossibile di Valeria

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La donna uccisa al Policlinico da una dose massiccia di chemio, la vita bastarda e quelle mani senza controllo che all'improvviso, anziché salvarti, ti portano sott'acqua. E non ti danno scampo Villa Sofia | Blog diPalermo.it

Ci sono storie impossibili che diventano realtà. Sono qualcosa di più di quello che comunemente identifichiamo come un incubo. Gli incubi rimandano a uno scenario onirico, sfumato, disfatto, persino lieve. Alcune storie, invece, hanno solo la pesantezza della realtà, la gravità della vita di tutti i giorni, di qualcosa che fino a un attimo prima non c’era e poi irrompe con forza e da cui non si può tornare indietro. Come una mano che ti afferra e ti porta la testa giù, sott’acqua, e ti affonda. Anneghi. Muori.

Ieri su Repubblica c’era un bel pezzo a firma di Romina Marceca. Ricostruisce le motivazioni della sentenza di condanna di medici e infermieri coinvolti nella morte di Valeria Lembo, assassinata da una dose mortale di vinblastina durante una seduta di chemio al Policlinico di Palermo. Le iniettarono in vena 90 milligrammi di vinblastina, invece che 9.

Nella storia di Valeria Lembo l’impossibilità è rappresentata dalla catena degli errori commessi dai medici e dagli infermieri. Chiunque lavori in un ospedale è consapevole che l’errore, la svista mortale, è dietro l’angolo. L’errore può commetterlo chiunque nella sequenza degli eventi che segna il percorso di una persona dal momento in cui entra in un reparto.

L’errore è l’incubo dei medici e degli infermieri, dai più bravi ai mediocri. Nessuno ne è esente. E nella storia impossibile di Valeria Lembo hanno sbagliato in tanti, così come ha documentato il giudice Claudia Rosini nella motivazione della sentenza di condanna. E hanno sbagliato anche prima, mesi prima, forse anni prima, perché Valeria Lembo probabilmente ha cominciato a morire quando venne innestato il primo tassello nella disorganizzazione del reparto, come se l’effetto domino materializzatosi la mattina della seduta di chemioterapia avesse avuto origine un giorno di dieci, o venti anni prima.

Era stata la stessa Valeria Lembo – è giusto ripeterne il nome come atto d’accusa perpetuo nei confronti di chi l’ha uccisa – a fare notare all’infermiera, e poi al medico, che la dose era maggiore rispetto a quelle precedenti. Badate: una paziente con quel carico di fragilità che hanno tutti i pazienti vi dice che forse c’è un errore, vi dice che prima di quella mattina era stata usata una siringa e non una flebo, e voi tirate dritto per la vostra strada senza farvi sfiorare dal dubbio. “È lo stesso”, fu la risposta dell’infermiera Elena Demma. È lo stesso. Una risposta impossibile da reggere.

Valeria Lembo aveva cercato di salvarsi un’altra volta e si era rivolta alla dottoressa Laura Di Noto, dicendole che le bruciava il braccio. Ma la dottoressa – scrive Romina Marceca, riportando un passo della sentenza – “si limitò solo a rallentare la somministrazione senza porsi alcuna domanda”.

A volte gli sbagli, nella vita come negli ospedali, si commettono senza rendersene conto, senza che si abbia il tempo o la possibilità che una domanda affiori o ci venga rivolta. Ma nella storia impossibile di Valeria Lembo le domande erano state poste: lei era giovane, aveva studiato, aveva tutti gli strumenti per farsi ascoltare. Alla zia aveva detto: “Secondo me hanno sbagliato”.

Nella vita, come negli ospedali, non tutti hanno la possibilità di chiedere aiuto. Dipende da una serie di fattori: grado di istruzione, carattere, lucidità, età. Anche queste quattro condizioni rappresentavano la possibilità vincente. Ma quella mattina una mano, tante mani, hanno afferrato Valeria Lembo, le hanno portato la testa giù, sott’acqua, e l’hanno affondata. È annegata, è morta.

(Cristina Arcuri, giornalista, è stata responsabile dell’ufficio stampa dell’Azienda Ospedaliera Civico dal 2001 al 2014)

3 commenti

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  • 30 marzo 2016 10:32

    Nulla di nuovo sul l’arroganza dei medici e degli infermieri di un ospedale pubblico. Lo sto vivendoall Ingrassia. Hanno licenza di uccidere e quello che fa più rabbia l’insensibilitá con la quale trattano pazienti e parenti. Soprattutto gli infermieri.

  • 30 marzo 2016 16:04

    a uccidere questa povera ragazza è stata l’insopportabile arroganza e sufficienza con cui la maggior parte dei medici ed infermieri degli ospedali pubblici di Palermo svolgono il loro lavoro. Viene lo schifo solo a dovergli chiedere qualcosa

  • 01 aprile 2016 19:40

    Io ci sono stata … non lì .. in un altro luogo .. la Maddalena .. CHEMIOTERAPIA … tutti e dico TUTTI sono li che fanno il loro lavoro e pensano di essere perfetti. Anche con “noi” hanno fatto un errore … ma “noi” per fortuna ci siamo ancora …. Cara Valeria sei sempre nel mio cuore…

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