i fatti dopo il ragionamento

Un africano a Ballarò

di

Il giovane in fin di vita, quell'indigeno ubriaco di un senso di appartenenza da quattro soldi e un quartiere ringhioso. Che era il mio. E oggi non lo è più Neighborhood Palermo Sicily | Blog diPalermo.it

C’era un ragazzo del Gambia a Ballarò. Ce ne sono tanti, di ragazzi come lui a Ballarò. Dalla pelle nera. Nigeriani, camerunensi, ghanesi. Secondo alcuni, “diversi”. Io li chiamo differenti. Non è una distinzione da poco. Il concetto di diversità, per come lo vedo io, è l’anticamera di un bel po’ di cose. Positive e negative. Tra quelle negative, c’è l’avversione per il diverso.

Quando le cose cominciano ad andare a rotoli – e si dà il caso che sia proprio quel che sta accadendo nella fase storica che viviamo – la paura (e la condanna) del diverso è la prima reazione alla quale s’aggrappa chi non ha il coraggio di guardare a se stesso. Di leggere i propri limiti tra le pieghe di una smorfia allo specchio. La situazione peggiora se il diverso è disarmato, in tutti i sensi. Diverso di suo e senza mezzi né ragioni per difendere la propria diversità. E se il suo boia è confuso. Ubriaco di un senso di appartenenza e di onnipotenza da quattro soldi.

Io ci ho vissuto, a Ballarò. Ed è sempre stato il quartiere che appariva fino a un paio di giorni fa. Prima che l’incipit “c’è un ragazzo del Gambia a Ballarò” si trasformasse in “c’era”. Una zona della città nata sulla diversità – in tempi ormai arcaici fu quasi ghetto ebraico – e diversa persino nel suo essere mercato. Nulla a Palermo somiglia lontanamente a Ballarò. Il mercato ribolle su una strada lastricata, lunga e stretta, che trova sfogo, a sorpresa, nella piazza che gli dà il nome. Intorno, cupole barocche, baracche, mozziconi di bombardamenti, case popolari differenti in nulla e, adesso, studenti universitari, boéhmien fuori tempo massimo, e loro. Gli africani.

Quando ci abitavo, mi sono sentito differente anch’io, a Ballarò. Non per la pelle: per indole. E per letture. E per estrazione sociale. Ero figlio di sbirro. Studiavo. Non sapevo fare a pugni. Non giocavo a biliardo. Eppure nessuno ci faceva caso. Mi trovavo come un topo nel formaggio. Ero differente e assorbivo differenza. Ecco cosa cambia tra l’essere considerato diverso. Al diverso non è concesso nulla. Il “differente” ha sempre qualcosa da imparare e qualcuno pronto a insegnarglielo. Si chiama scambio.

In ogni caso, c’era un ragazzo del Gambia a Ballarò, pochi giorni fa. Ha avuto un banale diverbio con un indigeno di Ballarò, forse il più diverso tra i diversi convinti di essere “normali” laggiù. L’indigeno gli ha sparato. Il ragazzo del Gambia è in coma. Si è subito ventilata la solita spiegazione: si scannano tra loro. Tra “negri”. E’ durata pochissimo. L’indigeno di Ballarò è finito in manette.

In un accesso delirante da “Dio dell’Olimpo”, ha osservato lo scazzo tra il ragazzo del Gambia e i propri sodali del villaggio panormita, ha cavato una pistola dal suo arsenale di vigliaccherie e s’è improvvisato vendicatore sconfinando, marciando persino su via Maqueda, rivoltella in pugno. Ora, ditemi voi chi sarebbe il “diverso”. L’extra.

Io certi extracomunitari non li sopporto. Ci rubano il centro storico, non sanno nemmeno parlare la nostra lingua. Io li rispedirei tutti quanti nelle fogne da dove sono venuti. A cominciare da lui. Da Emanuele Rubino, quello che si vede in prima pagina sui giornali, nella foto segnaletica mostrata da due poliziotti: bianco di pelle, inebetito nell’espressione, barbetta alla moda, ultra-estraneo a una comunità degna di tale nome. Abitante di una Ballarò ringhiosa che non è la mia. Non più.

Lascia un commento